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Anno nuovo attendiamo vecchie riforme

ROMA – Ci sono, in questi concitati giorni di fine anno “horribilis”, temi che sembrano sottovalutati nella costante, amara polemica politica interna al governo: e che pure sembrano fondamentali per l’auspicata ripresa economica del nostro paese. Uno di questi è una pianificazione davvero nazionale del sistema degli interporti: pianificazione che dovrebbe andare alla pari con quella da tempo richiesta per i sistemi portuali italiani, dai quali gli interporti in parte almeno dipendono, anche se operano nell’entroterra.

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Stiamo assistendo, in realtà, ad iniziative di grande importanza per lo sviluppo di alcuni degli interporti italiani più dinamici, come quello di Nola nella Campania, quello più volte citato di Bologna, ed oggi quello di Guasticce, diventato in questi giorni vero e proprio retroporto con maggioranza azionaria dell’AdSP del Nord Tirreno. Iniziative importanti, crescita dei collegamenti intermodali, insediamenti di grandi gruppi, pianificazione delle ulteriori risorse, rivisitazione in chiave “green” non solo sulle strutture ma anche e specialmente nella cultura. Una cultura che dovrà essere determinante in tutte le fasi della logistica mondiale; e alla quale chi prima saprà adeguarsi prima raccoglierà i relativi frutti.

Belle parole, indubbiamente: ma che devono al più presto essere accompagnate da una normativa aggiornata, e davvero aggiornata al domani mattina, per l’armonizzazione della rete degli interporti nazionali. Perché se è vero che ieri gli interporti nascevano più per aspirazione di ciascun territorio che per reale necessità, oggi si è compreso che si può mettere a sistema una rete che sappia valorizzare le capacità produttive dei territori, dando sbocco alle mille attività minori che dai territori partono.

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Sappiamo tutti che uno dei limiti del nostro sistema infrastrutturale e produttivo è il “nanismo”: termine spesso usato, con comprensibile amarezza, anche da alcuni amici del nostro giornale di fronte alla razzìa operata – ma non solo da loro – dai grandi fondi internazionali; troppo spesso speculativi più che rafforzativi. Il drenaggio da parte dei grandi gruppi armatoriali dei terminal portuali a sua volta mette a rischio anche un mondo di lavoro che nell’arco dei decenni si è strutturato per bene operare, ma che non è certo in grado di contrastare le corazzate mondiali dalle casse rigonfie e dal credito illimitato. Le quali, a loro volta, sono pressate dalla concorrenza – anche quella appoggiata da stati nazionali disinvolti – a rendere l’intera catena più efficiente scendendo a terra. Una rivoluzione che sta assumendo contorni difficili da regolare; e una portata storica pari a quella che fu l’introduzione del container nel ciclo della logistica.

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Questi ed altri temi collegati devono essere, almeno nelle nostre speranze, gli obiettivi concreti di un’azione di governo dell’anno nuovo: sia del governo nazionale che di quello europeo, per non parlare della visione mondiale sulle catene logistiche. È quanto esprime in queste stesse pagine Piero Neri, nella sua doppia veste di presidente di Confindustria locale ma anche e specialmente di grande imprenditore logistico, alle prese come non mai di sfide internazionali come quelle operate in campi sempre più allargati del suo network. Pandemia a parte, il 2021 dovrà essere un anno di realizzazioni: meno parole, più fatti. Un tempo si diceva che bisogna buttare l’anima al di là dell’ostacolo. Proviamoci e buon vento a tutti.

A.F.

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Pubblicato il
30 Dicembre 2020

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