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Sulla guerra cosa pensano gli italiani

LECCE – Continuano le rilevazioni del monitoraggio in tempo reale della risposta emotiva della popolazione italiana alla guerra in Ucraina avviato da un gruppo di ricerca composto da docenti dell’Università del Salento – Dipartimento di Storia Società e Studi sull’Uomo e dell’Università di Foggia, in collaborazione con l’EICAP – European Institute of Cultural Analysis for Policy.

Il progetto, coordinato dalla professoressa Terri Mannarini, docente di Psicologia sociale all’Università del Salento, è volto a monitorare la reazione emotiva al conflitto, le strategie di fronteggiamento messe in atto, i comportamenti di solidarietà, la fiducia nelle istituzioni circa la loro capacità di risolvere il conflitto, le prospettive per il futuro, la percezione dei profughi Ucraini. I risultati vengono resi noti attraverso la dashboard online https://dash-developer.shinyapps.io/temp-app/. Sono ora disponibili i risultati della seconda rilevazione.

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Lo scoppio della guerra in Ucraina aveva attivato, a circa tre settimane dall’inizio del conflitto,

un ampio spettro di emozioni negative, in particolare:

tristezza, rabbia, paura, angoscia, preoccupazione e incertezza.

Allo stesso tempo aveva fatto emergere un sentimento di compassione per le vittime, non disgiunto da una speranza ancora discretamente viva di approdare a una soluzione. Le emozioni sembravano esperite con maggiore intensità tra le donne (rispetto agli uomini): ciò vale sia per gli

stati d’animo negativi (tristezza, rabbia, paura, stanchezza, preoccupazione, angoscia, incertezza),

sia relativamente al sentimento di compassione provato nei confronti delle vittime. A circa sette settimane dall’inizio del conflitto non si assiste a una variazione significativa nella risposta emotiva. Resta invariatamente elevata l’intensità delle emozioni negative. Una leggera ma non significativa flessione si registra per i sentimenti di speranza, sorpresa e compassione.

L’impatto emotivo del conflitto appare complessivamente rilevante, suggerendo – come osservato da vari commentatori – che si tratta di una guerra che viene percepita come “vicina” non solo dal punto di vista geografico ma anche dal punto di vista psicologico. Tale impatto non sembra essersi indebolito, nell’arco di tempo monitorato, per effetto dell’abituazione e dell’esposizione continua all’informazione. Il conflitto non sembra cioè essere transitato, nella percezione soggettiva, dalla fase dello “straordinario” alla fase dell’“ordinario”.

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Il 69% dei cittadini intervistati (era il 68% nella prima rilevazione) ha dichiarato di aver messo in atto almeno un comportamento di solidarietà nelle ultime due settimane, principalmente raccogliendo materiali per i profughi, facendo donazioni alle associazioni umanitarie, sottoscrivendo petizioni a favore della pace.

L’ampia diffusione di comportamenti prosociali (nonché la loro stabilità nel periodo di tempo monitorato) può essere messa in relazione (anche se non in via esclusiva) con l’attivazione emozionale suscitata dalla guerra, sia in termini di ansia e paura (secondo l’ipotesi del “sollievo dagli stati d’animo negativi”), sia in termini di compartecipazione emotiva con la tragedia delle vittime (secondo il modello “empatia-altruismo”). 

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Sostanzialmente stabile il dato sulla fiducia nella capacità delle istituzioni politiche internazionali e nazionali di poter contribuire alla risoluzione del conflitto, consistente solo per una minoranza dei rispondenti:

una quota compresa tra il 40% e il 50% ha invece poca o nessuna fiducia nel ruolo che l’Unione Europea, l’Onu, la Nato, il Papa e il Governo italiano possono giocare in questa partita.

Si registra un ulteriore lieve decremento di fiducia nei confronti dell’ONU e, al contrario, un leggero incremento di fiducia nei confronti del Vaticano/Papa Francesco.

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Anche nella seconda rilevazione si conferma globalmente pessimistica la visione del futuro: se in riferimento a se stessi/e e alla propria vita la quota di coloro che si aspetta un peggioramento è pari al 47%, sono ancora più numerosi coloro che prevedono un peggioramento in riferimento alla condizione dell’Europa (60%), dell’Italia (66%) e delle prossime generazioni (69%). Le donne appaiono più pessimiste degli uomini nella valutazione di tutti gli scenari. È ragionevole affermare che lo scoppio di una guerra nel cuore dell’Europa contribuisca ad aumentare le preoccupazioni, l’incertezza e la paura del futuro già registrate dal 55mo Rapporto Censis sullo stato del paese (2021), a seguito degli effetti di logoramento dello stato di sospensione continuata creato dalla pandemia. Analoghi sentimenti sono peraltro stati registrati in diversi paesi del mondo, non solo in relazione allo stato di pandemia ma anche in relazione a temi ambientali (crisi climatica) ed economici.

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Pubblicato il
4 Maggio 2022
Ultima modifica
6 Maggio 2022 - ora: 09:30

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