Santa Marta, finalmente arriverà la svolta sulle emissioni?
La crisi di Hormuz potrebbe essere la spinta decisiva per il cambiamento

Emissioni industriali fonti di inquinamento atmosferico
SANTA MARTA. Che si arrivi davvero alla lotta contro le emissioni nocive eliminando le sue cause e non combattendo soltanto i loro effetti? Si sta davvero spostando l’attenzione dal contenimento degli effetti del riscaldamento globale (le emissioni) all’eliminazione delle sue cause (ovvero l’uso di carbone, petrolio e gas) da cui dipende il 75% degli oltre dodici miliardi di tonnellate di anidride carbonica immessi nell’atmosfera ogni mese? E che invece sembra riprender quota per la crisi di Hormuz?
Il vertice in corso a Santa Marta vuole prendere di petto la realtà . E per farlo ha scelto la città dove morì Simón Bolívar in Colombia, “porto del carbone” del Sud America.
L’idea è nata lo scorso novembre al summit sul clima di Belém (Cop30) dove, nel corso dei lavori, oltre ottanta nazioni, guidate da Bogotà e sostenute dalla presidenza brasiliana, hanno presentato una “roadmap” per l’uscita dagli idrocarburi. Non sono, però, riuscite a farla includere nel documento finale per l’opposizione dei petro-Stati, Arabia Saudita in testa. Da qui, la decisione procedere in parallelo – non in opposizione – alla Cop. E di riunire una sorta di “volenterosi della diplomazia climatica” – un’avanguardia di cinquanta nazioni più l’Unione Europea, Italia inclusa – decisi non a negoziare da soli l’addio agli idrocarburi bensì a capire come sia possibile farlo.
Per questo, la prima “Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili”, promossa da Colombia e Paesi Bassi, non si concluderà mercoledì con un accordo politico bensì con l’indicazione di priorità e buone pratiche da presentare alla prossima Cop, in programma a novembre in Turchia. L’obiettivo è bypassare, come scrive l’Italian climate network (Icn), lo stallo dei negoziati climatici determinato dalla regola del “consenso”. Le decisioni, ai vertici Onu, richiedono una sorta di unanimità che dà ai Paesi produttori il potere di veto di fatto. Da qui la strategia di influenzare la trattativa dall’esterno. Santa Marta, dunque, sottolinea Icn, potrebbe «essere capace di muoversi dove la discussione multilaterale continua a rimanere incagliata».
Il “tempo di Hormuz” sembra possa aiutare. La peggior crisi globale dell’era fossile, innescata dal blocco dello Stretto, secondo il noto esperto Ed King, conferma l’urgenza di trovare alternative, anche per la sostenibilità economica. Le rinnovabili hanno già consentito nel mondo di risparmiare 1.300 miliardi di dollari dal 2010. Ora occorrono nuovi tagli. Come ridurre la dipendenza da petrolio, gas e carbone in termini di riconversione, politiche fiscali e architettura del debito.











