Il corallo “malato” anche nel Mediterraneo: ecco come si fa a salvarlo
«Colpa del mare che è quasi brodo». Dossier in tre aree marine protette

Progetto di Marevivo MedCoral Guardians, le boe nel mare di Ustica
ROMA. Non potrebbe esserci riprova più evidente: i coralli che perdono il loro magnifico colore e si sbiancano per effetto della crisi climatica e dell’innalzamento delle temperature marine. È quel che salta fuori dal report di “MedCoral Guardians”: mette sotto i riflettori il primo progetto di tutela dei coralli del “mare nostrum” che, grazie al contributo di The Nando and Elsa Peretti Foundation, è stato messo in campo dalla Fondazione Marevivo nelle “aree marine protette” di Ustica (Sicilia), Tavolara-Punta Coda Cavallo (Sardegna) e Punta Campanella (Campania).
Sotto la lente d’ingrandimento «più di 6mila metri quadri di fondale mappati tra Ustica e Tavolara, più di 200 osservazioni scientifiche raccolte, circa 800 studenti coinvolti in attività di educazione ambientale, 17 centri diving partecipanti e migliaia di subacquei impegnati nelle attività di monitoraggio e “citizen science”». Questo è l’identikit di “MedCoral Guardians”: in tandem con la ricerca scientifica, anche l’impegno a «informare e coinvolgere comunità locali e visitatori, elemento essenziale per garantire la tutela di “Cladocora caespitosa”»
Cosa dice lo studio? Prima di tutto che di recente il Mediterraneo ha toccato il picco delle temperature record, arrivando nel giugno dello scorso anni a una temperatura superficiale media del mare di «quasi 24° C». In 2 anni di progetto “MedCoral Guardians” ha documentato – viene fatto rilevare – le conseguenze del riscaldamento marino sulla Cladocora, corallo endemico del Mediterraneo. Chi lo minaccia? Le attività umane, soprattutto «la maggiore frequenza delle ondate di calore marine che provocano il fenomeno dello sbiancamento e portano alla morte di intere colonie».
Dai dati raccolti emergono «profonde trasformazioni degli ecosistemi coralligeni superficiali»: in particolare – viene messo in chiaro – si attesta «la vulnerabilità di questo corallo allo stress termico». Dalle analisi si è capito che «la sua vitalità è fortemente influenzata da fattori ambientali quali profondità, illuminazione e composizione delle comunità algali».
La perdita di “Cladocora caespitosa” rappresenterebbe – viene ribadito – «un grave danno per la biodiversità marina mediterranea». Dal quartier generale della fondazione ecologista si mette l’accento sul fatto che «questo raro e delicato corallo offre rifugio e nutrimento a numerose specie». Non solo: contribuisce al «mantenimento degli equilibri ecologici costieri». Di più: costituisce «un importante bioindicatore della qualità delle acque e degli effetti dei cambiamenti climatici».
Dal monitoraggio sono arrivate indicazioni utili alla fase successiva di restauro: l’hanno effettuato sulla base dei protocolli del Politecnico delle Marche: il restauro “multispecie”, «tecnica sperimentata per la prima volta nell’ambito del progetto», si è rivelata la più efficace. La prova del nove è stato quel che è accaduto dopo un anno: tasso di sopravvivenza complessivo al 40% con gli esemplari sopravvissuti «tutti associati a strutture di coralli e macroalghe trapiantati insieme».
Questo risultato indica una cosa: la presenza delle macroalghe – viene ipotizzato da Marevivo – con il loro effetto “ombrello” potrebbe proteggere la Cladocora dall’irradiazione solare diretta riducendone lo stress termico. Ma una speranza in più per ripopolare i banchi naturali degradati o in sofferenza la troviamo anche in un altro tassello del mosaico di questa sperimentazione avviata dallo stesso ateneo marchigiano: sono stati «allevati con successo 200 frammenti di corallo con il 100% di sopravvivenza e una crescita attiva».

Ragazzino impegnato in una fase del progetto di Marevivo denominato MedCoral Guardians
I dati raccolti hanno evidenziato profonde trasformazioni degli ecosistemi coralligeni superficiali, confermando la particolare vulnerabilità di questo corallo allo stress termico. Le analisi hanno, inoltre, dimostrato che la sua vitalità è fortemente influenzata da fattori ambientali quali profondità, illuminazione e composizione delle comunità algali.
Vale la pena di segnalare che nell’are marina protetta di Ustica sono stati realizzati due percorsi subacquei per promuovere la conoscenza della Cladocora e del suo stato di salute: installate anche «cinque boe di ormeggio destinate ai diving, grazie al supporto di Caronte spa, per implementare le attività di tutela dell’habitat marino. In tale maniera è stato possibile evitare molti ancoraggi che avrebbero potuto risultare potenzialmente dannosi per la Cladocora: si stima che in una sola stagione si siano scongiurati «oltre 6.000 ancoraggi».
Da Tavolara – qui il progetto è stato realizzato anche con il contributo dell’azienda Xylem – a Ustica e Punta Campanella, “MedCoral Guardians” ha mostrato di essere replicabile e scalabile nel proprio modello di intervento: e questo in virtù della collaborazione tra le “aree marine protette” coinvolte e un ampio partenariato scientifico composto dall’Università Politecnica delle Marche, dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn, dalla Rutgers University e dal Dipartimento di biologia dell’Università di Napoli Federico II. Dalla Fondazione Marevivo si avverte: «Il contributo congiunto di istituzioni, enti di ricerca, imprese, fondazioni e organizzazioni del terzo settore ha permesso di realizzare un progetto ad alto impatto, confermando l’efficacia di un approccio condiviso alla tutela del mare».

Ragazzi protagonisti del progetto MedCoral Guardians di Marevivo
E adesso, «forte dei risultati ottenuti», Marevivo punta ora a estendere ad altre “aree marine protette” del Mediterraneo protocolli comuni per la protezione, il monitoraggio, il restauro ecologico e la divulgazione ambientale. C’è un elemento sul quale i protagonisti del progetto insistono: «Le “aree marine protette” rappresentano presìdi fondamentali per la conoscenza e la conservazione della biodiversità marina, oltre che luoghi strategici per la protezione e la rigenerazione degli ecosistemi del Mediterraneo».
Ecco cosa ha dichiarato Raffaella Giugni, segretaria generale di Marevivo: «A livello globale stiamo assistendo a una regressione di circa il 50% delle barriere coralline: un segnale d’allarme che non possiamo permetterci di ignorare. Se dei coralli tropicali si parla spesso, così non è per i coralli del Mediterraneo sui quali abbiamo voluto accendere i riflettori con “MedCoral Guardians”. Questo progetto si basa su tre pilastri fondamentali: monitoraggio, restauro, sensibilizzazione ed educazione. Proteggere la Cladocora significa salvaguardare la biodiversità del Mediterraneo e contribuire alla conservazione di un patrimonio naturale essenziale per il benessere delle generazioni presenti e future».
Queste le parole di Stefano Palumbo, esponente del board della Fondazione Nando ed Elsa Peretti: «Il mare ha accompagnato Elsa Peretti per tutta la vita, come fonte di ispirazione artistica e come responsabilità verso la natura. Il corallo, che per molti anni è stato al centro delle sue creazioni, divenne anche il simbolo della sua crescente consapevolezza della fragilità degli ecosistemi marini. Quando comprese quanto questi habitat fossero vulnerabili, Elsa scelse di sostenere la loro protezione piuttosto che il loro utilizzo. La Fondazione Nando ed Elsa Peretti continua oggi questo impegno, sostenendo progetti che uniscono ricerca scientifica, conservazione e sensibilizzazione. “MedCoral Guardians” rappresenta un esempio concreto di come sia possibile trasformare la conoscenza in azione per salvaguardare il patrimonio naturale del Mediterraneo e trasmetterlo alle generazioni future».
La parola al prof. Roberto Danovaro, biologo dell’Università Politecnica delle Marche: «Il restauro della madrepora cuscino, specie endemica e minacciata, rappresenta un passo concreto verso il recupero degli habitat costieri e ha un forte valore simbolico: dimostra che possiamo rimediare ai danni prodotti da decenni di attività sconsiderate nel Mediterraneo. “MedCoral Guardians” ha unito la ricerca scientifica e il lavoro di coordinamento e sensibilizzazione di Marevivo per portare avanti questa missione e vincere la sfida».
Così il commento di Davide Bruno, direttore dell’”area marina protetta” di Ustica: «Nel 2026, anno in cui se ne celebra il quarantesimo anniversario, l’“area marina protetta” di Ustica continua a essere un laboratorio di conservazione e innovazione, capace di mettere in rete ricerca scientifica, enti pubblici, associazioni, operatori del territorio e cittadini. “MedCoral Guardians” dimostra come la tutela del mare possa generare conoscenza e coinvolgimento, trasformando la comunità locale e i visitatori in protagonisti della conservazione. Celebrare quarant’anni di tutela significa anche investire nel futuro, promuovendo progetti che avvicinino sempre più persone alla conoscenza e alla salvaguardia del mare».
Fiorella Prada, consulente scientifica del progetto per Rutgers University, ha messo in evidenza questi aspetti: «”MedCoral Guardians” rappresenta l’evoluzione di un’idea che ha progressivamente consolidato una solida dimensione scientifica e operativa. Integrando lo studio dello stato di salute di Cladocora, protocolli standardizzati di monitoraggio e restauro e iniziative di educazione ambientale, il progetto rafforza il dialogo tra ricerca e comunità. Inoltre, pone le basi per nuove collaborazioni e segna l’avvio di un percorso strutturato di cooperazione nella conservazione marina».
Giacomo Milisenda, ricercatore della Stazione Anton Dohrn, insiste: «”MedCoral Guardians” ha offerto l’opportunità di studiare e approfondire le condizioni ambientali che sostengono Cladocora caespitosa, aiutandoci a capire come salvaguardare questo singolare costruttore di reef del Mediterraneo».











