Lo shipping e la portualità secondo Wista

Maria Gloria Giani

LIVORNO – Alla conclusione della Road Map (o Road Show, come lo hanno chiamato loro) sui principali porti italiani

intorno al futuro dello shipping, le signore di WISTA (Women International Shipping and Trading Association) hanno tenuto due giorni fa un panel di alto spessore alla Camera di Commercio di Livorno.

Con una unanime conclusione di tutti i relatori: sappiamo da dove veniamo e cioè da una delle crisi più pesanti della storia dello shipping, ma sappiamo anche di non sapere quando riusciremo a uscire dal tunnel, e con quanti morti e feriti nella battaglia. In sostanza: la ricchezza dei dati per le analisi, la molteplicità degli studi e degli studiosi, gli approfondimenti forniti da banche, associazioni, guru e lettori di … sfere di cristallo, il tutto non basta a dire con certezza quando la crisi finirà.

Il dato temporale più attendibile, citato tra l’altro dal direttore generale dei porti al ministero delle Infrastrutture Cosimo Caliendo, è il 2016, ma senza che nessuno se la senta di scommetterci. E come ha concluso Maria Gloria Giani presidente di Wista, occorre essere realisti ma nello stesso tempo non abbandonarsi alla frustrazione, perché la ciclicità del mercato dei consumi e dello stesso shipping fa sperare che dopo questa pesante caduta possano tornare tempi migliori.

Cosimo Caliendo

Quattro gli interventi fondamentali, oltre a quello conclusivo di Caliendo: hanno parlato Chris Bourne direttore esecutivo di ELAA sulla fine delle conferences (fine che, in sostanza, è stata giudicata in bianco e nero, come affermazione del principio della libera concorrenza ma anche con il rimpianto per associazioni regolatrici dei costi, dei traffici e infine del mercato), Cesare d’Amico sullo scenario particolare delle petroliere e delle dry-ships (un mercato sempre più legato alla specializzazione, dove i forti profitti del passato sono stati ridimensionati, e dove il futuro è legato alla ripresa della crescita della Cina e ai paesi emergenti mentre non sono molte le speranze verso la stanca Europa), Bruce Marshall per Maersk Line (sulla sostenibilità dello shipping al momento attuale, tra crescita delle navi ed eccedenza degli spazi offerti rispetto alla richiesta, ma anche sulla speranza di una ripresa) e Sergio Bologna consulente del Cnel e del ministero dei Trasporti (non si vive di soli containers, la società di domani sarà meno ricca di quella di oggi, gli investimenti pubblici richiesti dai porti sono eccessivi perché i dati di movimentazione dei containers nei porti italiani sono sovradimensionati e i movimenti non superano in realtà i 4 milioni di teu/anno tagliando su transhipment e vuoti). In sostanza: bisogna puntare prioritariamente, secondo tutti gli interventi, sull’ottimizzazione della catena logistica, rinunciando “assurdi” come quelli attuali della consegna di piccole o piccolissime partite di merci in poche ore, assumendo la consapevolezza che occorre cambiare mentalità, non aspettarsi dallo Stato forti investimenti in infrastrutture (che in parte sono già state delegate alle Regioni) e puntare specialmente sull’intermodalità con una forte crescita del cargo ferroviario.

Abbiamo fatto ovviamente una brutale sintesi di quello che è stato detto in mezza giornata di approfondite relazioni. Ma la sostanza non cambia: il mondo dello shipping probabilmente vedrà una ripresa, ma sarà più lontana di quanto sperato e specialmente non comporterà la realizzazione di faraonici – e a questo punto assurdi – progetti di crescita esponenziale dei porti, almeno a spese della parte pubblica. Che come ha detto pudicamente Caliendo, ha fatto e sta facendo altre scelte sugli investimenti prioritari, giuste o sbagliate che siano.

A.F.

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