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Assoporti, l’ariete in stand-by

Niente “pace armata” ma solo attesa sulle sorti del governo – Le richieste di Nerli e il timore di indebolire le Autorità Portuali con i finanziamenti privati nei porti

Francesco Nerli

ROMA – L’Italia vive di traffici marittimi, con oltre l’80% del proprio import-export che passa attraverso i porti. Ma i porti, che ogni paese marittimo considera come polmoni economici fondamentali, in Italia stanno seguendo la stessa perversa regressione del comparto autostrade: primi in Europa negli anni ’70, stanno scivolando invariabilmente sottoterra nelle classifiche mondiali. Non c’era certo bisogno del rapporto di Verhoeven, che arriva buon ultimo dopo la più attendibile e completa classifica del “World Economic Forum”, per verificare che stiamo davvero male. E l’assemblea di Assoporti di martedì non ha potuto che accentuare i mali della nostra portualità. Come ha sottolineato il presidente Francesco Nerli, il cavallo non brave: occorre sburocratizzare, snellire le procedure, semplificare, trasformare le Autorità Portuali in imprese che non solo programmino (e non tutte anche oggi lo sanno fare) ma che sappiano gestire come vere e proprie aziende economiche.

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Le risorse? Nessuno chiede l’elemosina allo Stato: ma bisogna superare il “niet” del Tesoro all’utilizzo nei porti di una percentuale anche minima di quello che i porti producono in risorse per lo Stato, sia essa una percentuale dell’Iva, o delle tasse d’ancoraggio, o altro ancora. Una richiesta legittima, ma che da anni ormai – la legge 84/94 è sullo scalo di una sempre più improbabile “riforma” da almeno dieci anni – cozza contro un muro di gomma. E da Assoporti non è arrivato niente di nuovo, né sulle idee né sulle proposte. Anzi: qualcuno ha giudicato pericoloso il discorso di Nerli la dove, riferendosi alla possibilità di co-finanziamento privato alle opere portuali, il presidente ha testualmente “messo in guardia rispetto al rischio di speculazioni, frutto della mancata garanzia dei fondi pubblici e quindi foriero di inevitabili indebolimento delle Autorità Portuali”. Come se l’esigenza di dare ai porti maggiore flessibilità, migliori strutture e un apporto di finanziamenti privati (ovviamente garantiti dagli opportuni ritorni) dovesse essere subordinata a mantenere il “potere” delle Autorità Portuali. Che Assoporti si guarda bene dal giudicare eccessive come numeri ed eccessivamente costose come strutture (come è eccessivamente costosa Assoporti, a detta di buona parte dei suoi stessi iscritti: tanto che alcuni già rifiutano di pagare trance del contributo, con diverse argomentazioni). Nerli ha comunque ammesso – e va riconosciuto – che occorre anche rivedere le normative sulle concessioni “che rendano realmente possibile la copertura dei costi di investimento dei privati”. In contraddizione con le precedenti affermazioni? Può sembrare, e c’è chi in platea l’ha sottolineato.

Infine è stato colto con evidente malessere dagli imprenditori presenti, l’altolà di Nerli “rispetto ad accordi sul lavoro in deroga al contratto nazionale” che è considerato dal presidente di Assoporti “punto di forza del sistema portuale”. Che poi gli imprenditori non siano dello stesso parere ad Assoporti sembra interessare poco o niente.

A latere dell’assemblea pubblica, la parte privata dove le tensioni non sono state così dissimulate. La “pace armata” di cui si è parlato nei giorni scorsi – e che la presenza del ministro Matteoli all’assemblea doveva suggellare: la sua assenza la dice lunga, meglio di ogni discorso – è molto più armata che non pace. A frenare chi vorrebbe partire con il colpo d’ariete contro l’attuale vertice è solo un elemento: il dubbio sulla sopravvivenza di questo governo, e quindi di questo ministro. E visto che i cuor di leone non sono una folla, prevale l’attendeismo. Sperando, come scriveva quel celebre libretto sugli strafalcioni scolastici “che io me la cavo”.

A.F.

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Pubblicato il
22 Ottobre 2011

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