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Vinitaly: sulle eccellenze italiane l’assurdo peso della burocrazia

Un settore che traina l’export ma che è penalizzato da due chili di pratiche cartacee per ogni litro di vino movimentato – I successi del prodotto e i problemi della logistica

VERONA – E per fortuna che c’è ancora il vino italiano a tirare sull’export. E’ la conferma venuta da Vinitaly, la vetrina mondiale dei vini nazionali apertasi domenica scorsa alla fiera di Verona e in chiusura per oggi, mercoledì.
Si sono accreditati alla mostra ben 4.200 espositori: e al vino italiano, che continua a farla da padrone, si sono comunque aggiunti produttori ed esportatori di altri 19 paesi, molti dei quali di origine italiana o che utilizzano vitigni e metodologie analoghe alle nostre.
[hidepost]Dietro il vino ci sono inoltre operazioni di logistica estremamente importanti e complesse, seguite a più riprese anche dal nostro giornale (che è stato presente alla mostra): tanto che nel dibattito di presentazione della rassegna uno dei temi più dibattuti è stata la richiesta di sburocratizzare i processi produttivi e di commercializzazione del vino, “processi che pesano per 100 giorni lavorativi, 6 centesimi a bottiglia e 2 kg di carte e permessi vari per ogni litro di vino che si sposta sull’asse produttore/consumatore”.
Sul ruolo delle fiere nella catena di commercializzazione dei prodotti italiani ha parlato il presidente della Fiera di Verona Ettore Riello. “Le fiere valgono 60 miliardi di euro di fatturato – ha detto Riello – e il 15% almeno dell’export nazionale. Di questa quota quasi 5 miliardi sono rappresentati dall’export del vino”.
In tempi di crisi pesante come una montagna, il vino e il suo business – compreso quello della logistica dedicata – sono tra i pochissimi comparti in crescita, intorno al 5% nell’ultimo anno. Grazie all’aumento della produzione del Prosecco e al miglioramento della sua qualità, le aziende italiane “vedono gli champagne francesi dallo specchietto retrovisore” come ha detto il governatore del Veneto Luca Zaia.
Si è parlato anche della piaga della contraffazione, di quella della burocrazia italiana “ossessiva”, delle difficoltà di impiantare nuovi vigneti per le resistenze locali. Sui nuovi mercati, oltre a quelli tradizionali di Usa e Germania c’è la prospettiva incoraggiante della Cina e in genere del Far East che sta scoprendo davvero l’eccellenza dei vini italiani.
Dal 1973 i grandi interpreti del mondo enologico italiano ricevono a Vinitaly il Premio Cangrande “Benemeriti della Vitivinicoltura”. Il prestigioso riconoscimento viene assegnato seguento le indicazioni degli assessorati regionali all’agricoltura, che segnalano quanti con la propria attività professionale o imprenditoriale abbiano contribuito e sostenuto il progresso qualitativo della produzione viticola ed enologica della propria regione e del proprie paese.
Per il 47º Vinitaly, le insegne di Cangrande sono state attribuite a: Riccardo Brighigna (Abruzzo); Fabio Mecca (Basilicata); Raffaele Librandi (Calabria); Enzo Rillo (Campagnia); Gian Alfonso Roda (Emilia-Romagna); Angelo Bitussi (Friuli Venezia Giulia); Maria Camilla Pallavicini (Lazio); Dino Masala (Liguria); Chiara Tuliozzi (Lombardia); Nazzareno, Vico, Valentina Vicari (Marche); Pasquale Salvatore (Molise); Domenico Clerico (Piemonte); Dario Stefano (Puglia); Giangiuseppe Scalas (Sardegna); Enza La Fauci (Sicilia); Aurelio Cima (Toscana); Helmut Scartezzini (Trentino-Alto Adige, Bolzano); Luciano Tranquilli (Trentino-Alto Adige, Trento); Amilcare Panbuffetti (Umbria); Mauro Jaccod (Valle d’Aosta); Roberto Ferrarini (Veneto).
I nomi di questi professionisti ed imprenditori premiati vannno ad arricchire un albo d’oro composto da personalità che hanno fortemente contribuito alla crescita del sistema viticolo ed enologico italiano, tanto da farne un modello di riferimento internazionale.

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Pubblicato il
10 Aprile 2013

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