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Il pasticcio

LIVORNO – Le sentenze non si discutono, si eseguono. Fa parte dei principi fondamentali del diritto. Però si possono commentare le loro conseguenze: anzi, in questo caso, le conseguenze sono l’elemento che sul piano pratico possono determinare uno sconquasso nella vita quotidiana di migliaia di isolani.
[hidepost]E se questo sconquasso non costituisce base di diritto per giudicare, è però elemento base per quella che dovrebbe essere il motore primo di ogni atto pubblico, anche delle più alte espressioni della Magistratura: il bene del cittadino. La Costituzione dice che questa è una repubblica fondata sul lavoro: ma se la tutela del lavoro arriva con una sentenza dopo tre anni – quando la giurisprudenza vorrebbe che i tempi fossero nemmeno di un terzo – e nel mondo del lavoro crea sconquassi, ci siano oppure no?
Sono, lo ammetto, sottili disquisizioni, che non cambiano il diritto di chi ha fatto ricorso a vedersi riconoscere le proprie buone ragioni. Ma i tempi, sono i tempi in cui questo riconoscimento è arrivato a generare il “pasticcio” (come ha titolato Il Tirreno due giorni fa). Pasticcio? Altro che: qui abbiamo una compagnia, la Toremar, che da tre anni naviga, ha investito 20 milioni di euro, ha assunto decine di marittimi, ha cambiato e migliorato le navi, probabilmente ha fatto debiti con le banche per un programma di lunga scadenza; e che adesso dovrebbe, in base alla sentenza, consegnare le chiavi a chi ha vinto il ricorso e tornarsene a casa con le pive nel sacco.
Capisco che è roba da avvocati, anzi da avvocatoni. Che infatti sono già scatenati: si discetta sui rimborsi, sulle eventuali soluzioni di compromesso, su accordi societari, sulla Regione che ha il fiammifero (anzi la fiaccola) in mano. Si discetterà ancora a lungo, temo. Ma una cosa è certa: questi tempi della giustizia non sono giusti, sono una ingiustizia nel tentare di far giustizia. E’ il vero pasticcio di questa Italia pasticciona.
A.F.

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Pubblicato il
21 Gennaio 2015

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