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IL RETROSCENA

Le banche tornano a dare soldi alle imprese: ma a quelle piccole no

Dossier Cgia: quali sono gli “ingranaggi” che creano quest’atteggiamento diseguale

Al lavoro in una azienda artigiana di carpenteria

LIVORNO. Al primo sguardo sembrerebbe una buona notizia: le banche che tornano a mettere soldi nelle imprese aprendo i cordoni della borsa del credito; gli impieghi vivi alle imprese arrivano a 644,5 miliardi di euro a fine novembre scorso, mentre non arrivavano a 640 miliardi dodici mesi prima. Non sarà un balzo felino – ci si limita a 5 miliardi in più – ma, pur non riuscendo neanche a raggiungere un punto percentuale tondo, quel più 0,8% sembra segnare una svolta: la fine di «una lunga fase di contrazione, segnata prima dalla pandemia e poi dalla stretta monetaria praticata dalla Banca Centrale Europea». Lo dicono dall’ufficio studi degli artigiani della Cgia di Mestre, che ha messo a punto quest’indagine in cui si annuncia che «le consistenze dei finanziamenti hanno mostrato degli incoraggianti segnali di ripresa».

A maggior ragione questo vale per la provincia di Livorno dove l’incremento non è dello “zero virgola” bensì un bel 3,5% che la mette fra le 14 realtà territoriali con i numeri più scintillanti. Figurarsi che nella metà della penisola a nord di Roma gli esempi si contano poco più che sulle dita di una mano: Aosta, Milano, Novara, Modena, Gorizia e Piacenza.

Ma c’è un primo “ma”. Riguarda il fatto che in realtà la Toscana non se la cava benissimo: a livello nazionale gli impieghi vivi alle imprese crescono di quel poco? In Toscana neanche quello: anzi, c’è una diminuzione di  quasi un miliardo di euro, visto che si scende da 42,1 miliardi a 41,1 e spiccioli. Meno 2,3%: fra le grandi regioni che fanno l’economia del Bel Paese, solo il Veneto se la cava peggio.

Il secondo “ma” suona ancor più pesante, e per ora ne parliamo complessivamente come dato macro a livello di sistema Paese: come dice l’équipe di Cgia, «l’inversione di tendenza non ha riguardato tutte le imprese: le grandi escluse restano le micro e le piccolissime realtà economiche, quelle con meno di 20 addetti». È guardando a quella galassia di operatori economici che si rileva «un’ulteriore riduzione dei prestiti pari a 5 miliardi di euro (5 per cento in meno), confermando una frattura strutturale nel sistema del credito». Anche in questo caso la Toscana è fra le cinque regioni con il dato più pesante: con una forbiciata del 7,1%, alle spalle di Valle d’Aosta, Marche, Liguria e Umbria.

La “Gazzetta Marittima” ha provato a rielaborare i dati distinguendo la dinamica relativa alle piccole imprese sotto i 20 addetti e quelle che stanno al di sopra di tale soglia dimensionale. Il risultato balza agli occhi: anche in questo caso l’andamento di Livorno è da record, ma semplicemente perché è fra le sette province che in tutta Italia hanno mostrato una differenza maggiore in quel che è capitato alle piccole ditte e a quel che invece è accaduto per quelle, diciamo così, meno piccole.

In provincia di Livorno l’andamento divergente è tale che ci sono più di 13 punti percentuali di differenza fra la diminuzione degli impieghi nelle ditte sotto i 20 addetti e, all’opposto, il netto incremento se si guardano invece le aziende al di sopra di tale dimensione (13,3%, per essere esatti). Più che a Livorno, dove? Soltanto a Oristano (13,8%), Massa Carrara (14,0%), Barletta Andria Trani (21,4%), Reggio Calabria (22,5%), Aosta (24,8%) con un primato nell’area calabrese di Vibo Valentia (36,7%).

In effetti, sul versante del credito per le imprese più grandi la provincia di Livorno se la cava bene: è in mezzo alle otto province dove per questa fascia è più rilevante. Superata solo da cinque delle sei province già citate poco sopra (manca solo Massa Carrara) più Roma e Novara.

Quei quasi cento milioni di euro che sono stati iniettati nel sistema economico della provincia di Livorno lo scorso anno fino a novembre non sono distribuiti grossomodo alla stessa maniera: le imprese più robuste, almeno 20 addetti in organico, sono balzate  a quota due miliardi 29,9 milioni, quasi 140 in più rispetto a un miliardo 890,6 milioni di dodici mesi prima. Le micro-ditte, no: per loro gli impieghi sono scesi da 771,4 milioni a 726 e qualcosa, oltre 45 in meno.

I dati elaborati dalla “Gazzetta Marittima” quadrano con la sottolineatura che arriva dall’organizzazione veneta: «Ricordiamo che in Italia le realtà produttive con meno di 20 addetti (costituite prevalentemente da artigiani, negozianti, esercenti, piccoli imprenditori e titolari di partita Iva) sono particolarmente importanti, poiché rappresentano il 98% del totale delle aziende presenti nel Paese e, al netto dei dipendenti della pubblica amministrazione, dell’agricoltura e dei servizi finanziari/assicurativi, dànno lavoro al 52% circa dei lavoratori italiani».

L’Ufficio studi della Cgia di Mestre lo dice andando dritto al punto. Questi numeri sono significativi anche perché «rompono una narrazione ottimistica spesso associata al “ritorno del credito”: in realtà, la crescita dei finanziamenti si concentra prevalentemente sulle imprese medio-grandi, più patrimonializzate e con una maggiore capacità di interlocuzione con il sistema bancario. Le micro e le piccolissime imprese continuano invece a essere percepite come più rischiose, soprattutto in un contesto di tassi di interesse ancora elevati e di maggiore attenzione alla qualità degli attivi bancari».

Nell’indagine sotto i riflettori risulta che «il perdurare della contrazione degli impieghi vivi alle piccolissime imprese non è episodico né legato a singole scelte commerciali»: semmai, ma è «il risultato di cambiamenti strutturali nel sistema bancario, in quello regolamentare e macroeconomico». Quali?

  • La valutazione del rischio. Cgia ricorda che ovviamente le imprese formato micro o piccolo presentano in media «una maggiore volatilità dei ricavi, una minore capitalizzazione e una dipendenza più elevata dall’andamento del ciclo economico». E siccome questo è un contesto di incertezza macroeconomica, le banche – questa è l’argomentazione – si cautelano con una prudenza che le porta a «irrigidire i criteri di concessione proprio verso i soggetti più piccoli».
  • Il sistema di regole all’insegna della prudenza. Si rafforzano le regole di “Basilea III”: le banche devono allocare più capitale a fronte di prestiti considerati rischiosi. Tradotto: i finanziamenti alle microimprese, a parità di importo, risultano generalmente più rischiosi. Perciò il credito alle piccole imprese – viene fatto rilevare – risulta meno conveniente in termini di rendimento corretto per il rischio e questo spinge le banche a selezionare clientela di maggiori dimensioni.
  • La struttura dei costi operativi. Sono «costi in larga parte fissi» quelli relativi a istruttoria,  monitoraggio e gestione di un prestito. L’importo del finanziamento a una microditta è in genere limitato ma quel che deve fare la banca – viene messo in risalto – è grossomodo simile a quanto dovrebbe fare se una impresa più grande chiede un grosso finanziamento. Risultato: la minore redditività dell’operazione penalizza sistematicamente le aziende più piccole.
  • La trasformazione del sistema bancario italiano. Il modo di fare banca nel nostro Paese è assai cambiato; concentrazione degli operatori, riduzione degli sportelli, indebolimento del modello di banca territoriale («più incline a valutazioni qualitative, relazionali e basate sulla fiducia reciproca»). Le grandi banche hanno modello standard e strumenti che «tendono a penalizzare le imprese più piccole e meno formalizzate», tiene a ribadire l’organizzazione degli artigiani.
  • Le minori esigenze di finanziamento. C’è un calo della domanda di credito da parte delle aziende di piccola dimensione. Un po’ perché hanno ridotto gli investimenti in capitale fisso dopo la fase di sostegno pubblico legata all’emergenza Covid e se la sono cavata con i propri soldi per coprire esigenze di breve periodo; un po’ perché il clima di incertezza economica spinge alla prudenza in fatto di investimenti a lungo termine.

Qui si innesta quel che riporta il dossier relativo ai dodici mesi del 2024 messo a punto dal centro studi della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno: «Il denaro totale impiegato in provincia di Livorno è pari a 5,5 miliardi di euro e risulta in diminuzione tendenziale del 2,5%», ben di più rispetto alle variazioni in  Toscana (meno 0,9%) e a livello nazionale (meno 1,0%).

Riguardo agli impieghi vivi in capo alle imprese, ossia i prestiti calcolati al netto delle sofferenze rettificate, la diminuzione complessiva nel 2024 in provincia di Livorno è particolarmente marcata: sette punti percentuali in meno. Il doppio del dato medio dell’intero Bel Paese nel suo complesso (meno 3,5%). Questo parametro del “doppio” vale come punto di riferimento e giù questo ci dice molto: figurarsi che a fine 2024, a paragone di dodici mesi prima, nel territorio livornese il calo negli impieghi vivi nel settore costruzioni arriva al 14,3% (è meno 7,8% in Italia e sfiora gli 11 punti in Toscana). Ma è nell’industria che l’arretramento è ancor più rilevante, perlomeno in proporzione: meno 7,4% in provincia di Livorno. È più del doppio: è quasi 2,2 volte in più rispetto alla diminuzione registrata su scala nazionale (meno 3,4%) e più di 2,3 volte quella fotografata in campo regionale (meno 3,2%).

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
17 Febbraio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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