L’archeologo toscano che scoprì l’alfabeto più antico mai comparso sulla Terra
Si è spento Edoardo Borzatti von Löwenstern, aveva 91 anni

L’articolo del “Corriere”, anno 2005, che rende onore alla scoperta archologica di Edoardo Borzatti von Lowerstern
FIRENZE. È in lutto il mondo dell’archeologia, piange la scomparsa di Edoardo Borzatti von Löwenstern, 91 anni, per lungo tempo studioso legato all’università di Firenze, della quale era stato a docente di ecologia preistorica e di paleontologia umana, a partire agli anni ’80. A darne notizia è proprio l’ateneo fiorentino, segnalando che Borzatti von Löwenstern «ha condotto scavi e ricerche in vari siti preistorici italiani e in altre aree del mondo».
Era conosciuto nella comunità scientifica «per i suoi studi nel campo dell’archeologia e della paleontologia»: in particolare, per «le incisioni rupestri e le testimonianze di antiche civiltà». Il cuore delle sue ricerche è nei deserti della Giordania, soprattutto nel Wadi Rum.
Il frutto di una vita di ricerche si condensa in un lungo articolo sulla terza pagina del “Corriere”, risale a 21 anni fa esatti. Lorenzo Cremonesi, una firma di primissimo piano, lo racconta mentre è nella casa-laboratorio nel villaggio di Addise in una delle vallate di questo gigantesco comprensorio: ricorda che «ogni primavera e autunno, per trent’anni, aveva notato quegli strani segni incisi sulle rocce». Ma concentrandosi sulle scene di guerra e di caccia, sulle pitture più complesse: finché l’interesse non viene catturato da una serie di riquadri, cerchi e semicerchi. Risultato: «In circa 3mila chilometri quadrati di deserto ho individuato 240 siti con oltre 1.600 ideogrammi di diverse tipologie», dice al reporter l’archeologo di «famiglia metà fiorentina e metà viennese».
Gli confida di «poter dire con una certa sicurezza di aver trovato le tracce del primo alfabeto mai comparso sulla Terra. Un sistema articolato di ideogrammi che precede il cuneiforme degli assiri, i geroglifici egizi e perfino il cosiddetto “tamudico” , l’alfabeto che finora gran parte degli addetti ai lavori considerava come la madre di tutte le lingue». Per accreditarlo snocciola le date: l’assiro «compare nel 3500 avanti Cristo, i geroglifici più antichi non vanno oltre il 3200 avanti Cristo». E gli ideogrammi scoperti dal prof toscano nel deserto di Isma? «Risalgono al 4800 avanti Cristo», dice lui. Dunque: «almeno mille anni più vecchi del “tamudico” primitivo scoperto nelle zone comprese fra la Mezza Luna Fertile e il Sahara».
È l’avventura di una vita. D’altronde, proprio in quel pezzo sul quotidiano milanese salta fuori che prima ancora di essere assunto dall’ateneo di Firenze come docente, Borzatti von Löwenstern scommette che quel luogo così affascinante è «troppo suggestivo» per non aver attirato popolazioni antichissime. E non solo quelle: siamo in una zona «celebre per le montagne di pietra arenaria che sorgono dalle vaste estensioni di sabbia», qui Lawrence d’Arabia pose il suo quartier generale prima della conquista di Aqaba.
Borzatti von Löwenstern si fa costruire una abitazione per le sue esplorazioni da studioso («tutto a spese mie, ho usato il mio stipendio per finanziarmi: così sono più libero, non devo nulla a nessuno», e chissà se è una frecciata ai soloni del ministero o alle autorità diplomatiche locali).
L’archeologo con il cognome un po’ italiano un po’ austriaco lo conoscono tutti, dice il “Corriere”: con «i suoi completi di lino bianco, con tanto di cappello a larghe tese in tinta, foulard azzurro al collo, cinturone e stivaloni di pelle al ginocchio», è una «leggenda fra i capi beduini della zona».
Sempre il “Corriere” negli anni ’90 aveva reso nota al grande pubblico una curiosa scoperta di Borzatti von Löwenstern riguardante una incisione rupestre di Jebel Amud: una mappa che, secondo l’interpretazione dello studioso, non poteva che essere il controllo del territorio da parte di una organizzazione che aveva imbastito una sorta di racket cinquemila anni fa e voleva tenere la contabilità di chi aveva pagato la protezione contro le razzie dei predoni. Altri suoi colleghi sono scettici? In un lungo colloquio con l’inviato del “Corriere” racconta di aver trovato un importante riscontro: seguendo passo passo quella “cartina geografica” «ho trovato i resti di ben 136 dei 149 villaggi riportati».
Ma non è solo nel deserto giordano che lo studioso ha lavorato. A dar retta alla scheda del quotidiano milanese, sono state più di 40 le sue spedizioni scientifiche all’estero: dalla Terra del Fuoco («dove scoprì sei specie di spugne») all’isola di Luzon nelle Filippine fino alle missioni in Afghanistan e nel Sahara algerino. Lo ricordano ancora oggi anche fra Puglia e Basilicata, racconta “Repubblica” spiegando che gli era stata conferita la cittadinanza onoraria della cittadina di Atella, in provincia di Potenza, dove aveva scoperto le tracce della prima presenza umana finendo sotto i riflettori come uno dei luoghi di rilievo nella geografia europea degli studiosi del periodo paleolitico. Non solo: il giornale romano sottolinea che allo studioso fiorentino sono state dedicate scoperte scientifiche come «una grotta in Puglia (Grotta Borzatti, a nord di Nardò, in provincia di Lecce), una spugna (Gellium Borzattii) un gasteropodo marino (Staphylaea Borzattii)».
“Repubblica” cita l’affettuoso ricordo che Raffaele Onorato, presidente del centro di speleologia marina Apogon: «Non ho mai capito se è stato Edoardo Borzatti von Lowenstern che ha ispirato George Lucas quando ha creato il personaggio di Indiana Jones, certo è che il vero ed unico Indiana Jones della storia dell’archeologia è lui».
Il team degli studiosi fiorentini – rievoca Onorato – ha avuto «la capacità di insegnare a quei ragazzi la passione per l’archeologia, il rispetto per lo studio delle origini dell’uomo, l’utilizzo degli autorespiratori per le immersioni alla ricerca di antiche linee di costa, l’esplorazione delle grotte sulle tracce dell’uomo preistorico e, soprattutto, l’inesauribile voglia di viaggiare verso nuove scoperte». Basti dire che si deve al lavoro di Borzatti negli anni ’60 la scoperta di tracce dell’uomo di Neanderthal nella grotta di Capelvenere (Santa Caterina) e nella grotta della Torre dell’Alto (Porto Selvaggio).











