Il Fanale di Livorno si illumina di tricolore: la Repubblica compie 80 anni
Il faro fatto saltare dai nazisti e la sua famiglia salvata da un sergente tedesco

Il Fanale di Livorno – uno dei fari più antichi, distrutto dai nazisti e poi ricostruito uguale: si illuminerà con i colori della bandiera italiana in occasione della festa della Repubblica la sera di lunedì 1 e martedì 2 giugno
LIVORNO. Il faro di Livorno – anzi, il Fanale, com’è storicamente chiamato – si illumina di bianco, rosso e verde, i colori della bandiera italiana, in occasione delle celebrazioni per l’80° anniversario del referendum che per volontà degli elettori ha fatto nascere la Repubblica Italiana. Ad annunciarlo è l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale: l’istituzione guidata dal presidente Davide Gariglio e la Marina Militare (attraverso Marifari Servizio Fari e Segnalamenti Marittimi) inaugureranno la nuova illuminazione scenografica del Faro di Livorno. Abbattuto dall’esplosione di mine tedesche durante la ritirata nazista nella seconda guerra mondiale, rappresenta «uno dei simboli più rappresentativi della città e della sua tradizione marittima».
Per l’occasione il celebre Fanale – viene annunciato – «si vestirà dei colori della bandiera italiana: il fascio luminoso tricolore sarà visibile dalle ore 21 di lunedì 1° giugno e per tutta la notte del 2 giugno». In tal modo offrirà «ai cittadini, ai visitatori e a quanti navigheranno lungo la costa uno spettacolo suggestivo e carico di significato», com’è stato ribadito.
Queste le parole di Davide Gariglio, numero uno dell’ente portuale di Palazzo Rosciano: «L’accensione del nostro storico Fanale con i colori della bandiera italiana rappresenta un momento di profonda emozione e di altissimo valore simbolico per l’intera comunità». Aggiungendo poi: «L’inziativa vuole essere non soltanto un omaggio alla Repubblica Italiana, ma anche un segno tangibile dell’impegno condiviso delle istituzioni nella tutela e valorizzazione dei simboli del mare, della navigazione e dell’identità portuale nazionale».
È questo – viene messo in rilievo – il risultato di «una proficua collaborazione istituzionale tra l’Autorità di Sistema Portuale e la Marina Militare, che negli ultimi anni hanno lavorato congiuntamente alla valorizzazione e alla riqualificazione del faro», contribuendo a restituire «pieno decoro e prestigio al monumento».
Il faro che vediamo oggi non è quello che descriveva Dante Alighieri nel quinto canto del Purgatorio («Sta come torre ferma che non crolla / giammai la cima per soffiar di venti») o Francesco Petrarca nell’”Itinerario siriaco” («Livorno, dove si erge una fortissima torre, in cima alla quale nella notte una fiamma indica ai naviganti la costa sicura»). Non è quello ma è quello: nel senso che è stato, come si diceva, completamente distrutto dalle mine naziste e dunque non è rimasta in piedi la struttura originaria. Ma è quello: perché nel dopoguerra è stato ricostruito identico rimettendo a posto le varie pietre.

Il faro di Livorno nella zona del cantiere Benetti a sud del Porto Mediceo
Vale la pena di ripescare dagli archivi del “Tirreno” una storia raccontata nell’estate di una dozzina di anni fa dalla cronista Ludovica Monarca che rintraccia chi conosce da vicino la vicenda familiare del guardiano del faro in quei giorni convulsi con il fronte angloamericano ormai vicino. Lui si chiamava Giovanni Giordani e, in una intervista al figlio Saido, salta fuori che in realtà Giovanni, elbano doc, era stato imbarcato per anni su navi da carico. Ma in occasione della nascita dei suoi figli non gli viene dato il permesso di sbarcare, sicché a un certo punto cambia lavoro e scende a terra: cercavano un guardiano di fari e lui colse al volo l’occasione.
Le cose si fecero complicate quando i nazisti presero il controllo del porto e dunque anche del faro. È stato un sergente tedesco di nome Walter a salvare la vita a lui e alla sua famiglia. «Un giorno – queste le parole di Saido Giordani al “Tirreno” – Walter arrivò al faro e disse a mio padre che il giorno seguente si sarebbe svolta proprio lì una riunione con tutti i comandanti e i generali e che mio padre doveva scappare. All’inizio mio padre non voleva abbandonare il faro, ma si lasciò convincere. Al suo ritorno il faro era stato fatto completamente saltare in aria. Così capì che per giorni aveva dormito sotto quintali di tritolo».
Delle serie: anche i nazisti hanno un cuore? Al contrario: è la riprova che perfino in un contesto fortemente irreggimentato come le truppe del Terzo Reich si poteva talvolta “disobbedire” alla disumanizzazione, segno che la responsabilità di fare o non fare resta in capo a ciascuno. Addirittura in una situazione così.
Giordani cercherà «per tutta l’esistenza» di rintracciare quel Walter. Ma inutilmente: «Probabilmente il sergente morì durante la fuga dei tedeschi, ma non possiamo saperlo con certezza», dice il figlio.











