Visita il sito web
Tempo per la lettura: 5 minuti
AMBIENTE: LA RICERCA

Scienziati pisani alla scoperta della più incredibile necropoli di balene

Da milioni di anni la fine di questi cetacei in un abisso dell’Oceano: le ragioni  

Ricercatori cinesi e italiani protagonisti della ricerca pubblicata su “Nature” e relativa al più profondo, antico e esteso “cimitero di balene”. Da sinistra: Mengran Du, Xiaotong Peng, Giovanni Bianucci, Alberto Collareta e Xikun Song in un’aula dell’Institute of Deep-sea Science and Engineering

PISA. C’è lo zampino – anzi, ben più di uno zampino (e di una pinna) – nella straordinaria scoperta di cui ha dato notizia la rivista internazionale “Nature”: il “cimitero” di balene «più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo»: a dirla tutta, i ricercatori parlano di “necropoli”, come se raccontassimo degli etruschi. Ci stiamo riferendo all’incredibile «accumulo di resti di cetacei», che – e già questo potremmo definirlo “record” con una terminologia presa in prestito dallo sport – si è «formato nell’arco di oltre cinque milioni di anni». Per esser precisini: «da almeno 5,3 milioni di anni fa».

Non basta: il luogo del rinvenimento è il fondale della Fossa Diamantina nell’Oceano Indiano sud-orientale». Bisognerebbe esser davvero appassionati di geografia degli oceani per ricordare che si tratta di «una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta». Le fosse oceaniche possono raggiungere quasi 11mila metri di profondità: vengono ritenute a buona ragione «tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi» del nostro pianeta. Una scoperta eccezionale: «mai così tanti, mai così antichi, mai a profondità così eccezionali», spiega il “TgLeonardo”.

L’équipe di studiosi ricorda di aver incontrato «per la prima volta fossili di balena a una profondità di 7.002 metri, vicino al punto più profondo della Fossa di Dordrecht»: una zona della Fossa Diamantina che sta a più di 1.300 chilometri a ovest della costa australiana di Perth, quasi lo stesso meridiano di Singapore ma oltre 2mila miglia nautiche più a sud. Li hanno trovati sotto una coltre di «sedimenti superficiali soffici». Sono servite 32 immersioni per creare una “geografia”, la più dettagliata possibile, di questa zona degli abissi: sono stati raccolti campioni «da 485 siti di fossili di balene e carcasse attive».

In particolare, la scoperta è stata possibile grazie a una campagna, contando sulla nave-appoggio “Tansuoyiha”, contrassegnata da numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese “Fendouzhe” tra i 4.600 e i 7mila metri di profondità: un gioiellino tecnologico da 36 tonnellate in dieci metri per tre (e più di quattro di altezza), capace di muoversi alla velocità al massimo di due nodi e mezzo, grossomodo l’equivalente della camminata umana. Grazie a queste esplorazioni negli abissi più irraggiungibili è stata ritrovata – come spiegano dal quartier generale dell’ateneo pisano – «un’inaspettata abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti». In un raggio enorme: le ricerche indica che i resti sono «distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico».

Come detto, lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Nature” e si è avvalso del lavoro dei paleontologi dell’Università di Pisa, che firmano la ricerca insieme ai colleghi (soprattutto cinesi): Giovanni Bianucci e Alberto Collareta sono anche in uno scatto mentre posano con crani fossili di cetacei recuperati dal “cimitero di balene” scoperto sui fondali dell’Oceano Indiano: qui sono all’Accademia Cinese delle Scienze (in particolare, nella sede dell’Institute of Deep-sea Science and Engineering. Siamo nell’isola di Hainan, praticamente di fronte al Vietnam di Hanoi, nella città di Sanya.

Bianucci e Collareta fanno di mestiere i paleontologi al Dipartimento di Scienze della Terra dell’ateneo pisano e si sono occupati dello studio dei reperti ossei: Gli studiosi hanno rilevato che «molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati»: buona parte di essi sono qualcosa di sconosciuto alla scienza. Il loro “cibo”?  «La materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all’interno delle ossa».

Il batiscafo cinese “Fendouzhe” utilizzato per scendere negli abissi a ovest dell’Australia

Questa ricerca ha preso in esame un qualcosa di doppiamente unico: da un lato, si è guardato a carcasse di balene affondate sui fondali oceanici in un lasso di tempo lungo milioni di anni; dall’altro, si è andati ad analizzare quel che accade a profondità così incredibili da risultare pressoché sconosciute ancora oggi, quando pure, sbagliando, pensiamo che nel nostro pianeta non ci sia più niente da scoprire o da esplorare. In terzo luogo, il combinato disposto fra un così lungo arco temporale e un così inospitale ambiente di vita indica cosa accade a «una miriade di forme di vita che si sono adattate a condizioni ambientali estreme». In effetti, non ci sono solo le carcasse di balene ma anche quell’ecosistema costituito da una gran varietà di organismi che, si potrebbe dire, di quelle carcasse vivono.

“Cimitero” o “necropoli” che dir si voglia, fatto sta che le analisi a grandi profondità hanno messo in luce una «densità dei resti di balene che arriva fino a 759,5 individui per chilometro quadrato». Questo – è stato sottolineato nel “TgLeonardo” – fa arrivare a quota «10 milioni di esemplari» la stima riguardante l’intera Fossa Diamantina.

Cosa ha portato a questo gigantesco numero di carcasse di balena concentrate in questa zona degli abissi oceanici? L’articolo su “Nature” sembra puntare sul mix fra mortalità naturale e i rischi delle immersioni profonde: raggiungono regolarmente profondità superiori a mille metri, senza respirare anche «per più di un’ora». Il limite massimo di profondità da poter toccare in immersione per questo genere di balene arriva attorno a 3mila metri: cercare cibo a profondità superiori – viene indicato – «sarebbe troppo faticoso dal punto di vista fisiologico per le balene dal becco e potrebbe aumentare il rischio di esaurimento fatale o malattia da decompressione». A ciò si aggiunga che la Fossa Diamantina ha una fisionomia a “V” che può concentrare sul fondale marino l’accumulo di carcasse.

«La maggior parte dei resti scheletrici – dice Bianucci – appartiene agli zifidi: si tratta di cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare. È costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione. Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (“Mesoplodon bowdoini”) e il mesoplodonte di Layard (“Mesoplodon layardii”), ma sono presenti anche specie fossili, tra cui “Pterocetus diamantinae”, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».

Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Nature” dedicato al “cimitero delle balene” nell’Oceano Indiano

Collareta segnala che le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio «indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi)», mentre quelli delle specie fossili «risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa». Poi aggiunge: «Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».

«Questi risultati – sottolinea Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l’enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».

Vale la pena di aggiungere che la ricerca è stata sviluppata nell’ambito del “Global Hadal Trench Exploration Program” (Ghep): si tratta di un progetto internazionale con il quale si lavora per allargare il perimetro della conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra. Il riferimento è ad abissi subacquei che stanno tra i 6mila e gli 11mila metri sotto il livello del mare. Nell’ambito di spedizioni interdisciplinari, i ricercatori utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei (Auv). A guidare questo progetto di ricerca è, appunto, l’Institute of Deep-Sea Science and Engineering dell’Accademia Cinese delle Scienze, il direttivo del programma Ghep è vede la presenza di una “squadra” di 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, l’Italia è rappresentata da Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa.

Pubblicato il
13 Giugno 2026
di BOB CREMONESI

Potrebbe interessarti

Cogito, ergo vedo nero

Provo a fare una sintesi di quanto emerso e sta emergendo dalle diatribe sulla Darsena Europa, con tanto di chiarimenti dal commissario/prefetto e gallinaio vario sulle aree pressoché completate. È un’analisi mia personale, condita...

Leggi ancora

Addio amico Giorgio

LIVORNO. Non è soltanto la scomparsa a 91 anni di un importante imprenditore del settore portuale: la morte di Giorgio Fanfani, avvenuta nella notte di domenica, segna la perdita di un altro pezzo dell’anima...

Leggi ancora

Il provvisorio permanente

Non sottovaluto, certo, i mille problemi che travagliano l’Autorità di Sistema Portuale del povero presidente Gariglio, stretto tra le morse della politica in zuffa continua e quelle degli operatori che pretendono scelte rapide e...

Leggi ancora
Quaderni
Archivio