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DOSSIER CGIA

La strage degli artigiani: in 10 anni sparito uno su quattro

Ma c’è anche la sorpresa: Livorno non è ko. E l’intelligenza artificiale...

Giovane lavoratore artigiano

LIVORNO. Capita di vedere una sfilza di saracinesche abbassate per le nostre strade: ma adesso che siamo nei giorni di Ferragosto fa parte del gioco perché siamo nella stagione delle ferie. Ma non è detto che fra qualche giorno riaprano. Anzi, è da poco meno di vent’anni che l’arcipelago delle realtà imprenditoriali ha preso a restringersi in modo man mano più significativo: su scala nazionale si è andati a un passo dalla soglia del milione e mezzo di ditte nel 2008, l’annata della grande crisi finanziaria internazionale dalla quale l’economia reale non è mai uscita, lo scorso anno se ne sono contate 260mila in meno. Tradotto: nel giro di mezza generazione la galassia dell’artigianato si è rattrappita del 17,6%.  Quelle “morte” in realtà sono molte di più: questo è il saldo, cioè mettendo nel conto tutte le nuove ditte nate nel frattempo complessivamente abbiamo visto cancellare più di una impresa su sei.

Tabella sedi artigiane attive in Italia evoluzione negli ultimi 20 anni

E questo è niente: se guardiamo al numero degli artigiani in carne e ossa, ecco che la falcidia diventa davvero una strage. Nell’ultimo decennio sono «ininterrottamente diminuiti». Parola dell’ufficio studi della Cgia, appartenente all’Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre: se nel 2015, includendo titolari, soci e collaboratori familiari si trattava di un milione 731mila persone, a distanza di dieci anni ce ne ritroviamo «quasi 434mila in meno». Sparito il 25,1 per cento: uno su quattro, e nell’arco di dieci anni appena.

Dal quartier generale dell’organizzazione di categoria si mette l’accento su un aspetto: «Nelle grandi città, in particolare, le botteghe artigiane sono ormai una presenza sempre più rara, fino a rischiare l’estinzione. E quando scompare una bottega non si perde soltanto un’attività economica: si spegne un presidio di socialità, di competenze e di identità».

Tabella numero artigiani in Italia

Il know how artigiano è legato spesso alla capacità  di avere con i prodotti un rapporto che non sia orientato all’usa-e-getta. La riparazione è una abilità legata a un saper fare tecnico-manuale che si è fatto sempre più difficile da trovare. «La  scomparsa progressiva dell’artigianato – questa la sottolineatura di Cgia che va al di là del mero dato economico – sta cambiando il volto dei nostri quartieri e delle nostre piazze, rendendoli più anonimi e impoverendo la qualità della vita delle comunità che li abitano». Di fronte all’ondata delle catene internazionali e allo smottamento delle dinastie commerciali tradizionali, cosa resta se non un paesaggio all’insegna del “mangificio”?

Lo scenario – aggiunge il centro studi – rimane a tinte fosche «anche nei borghi, nelle zone di montagna e nei paesi di provincia». Con un verdetto pesante: «La contrazione del numero di artigiani va di pari passo con lo spopolamento che stanno subendo questi luoghi».

Non abbiamo ancora visto il fondo del pozzo: si pensi a quant’è già adesso complicato trovare qualcuno che sia davvero in grado di effettuare la riparazione o la manutenzione che ci serve, immaginiamoci cosa accadrà con «il progressivo invecchiamento della popolazione artigiana e la corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri». Non è tutto: c’è da mettere nel conto anche il restringimento numerico delle classi di età  che si affacciano alla vita. Per dirne una: nella sola città di Livorno la leva dei neonati del periodo più recente è ben al di sotto di quota 900 all’anno, basta tornare indietro appena agli anni 2007-2010 per trovarne 400-500 in più.

Tabella imprernditori artigiani

La Cgia segnala che, dopo il Grande Freddo del susseguirsi delle crisi (2008, 2012, 2020), la riduzione numerica è stata innescata anche in parte dal processo di aggregazione/acquisizione che ha interessato alcuni settori. Si è ristretta la platea degli artigiani, si è però positivamente irrobustita  la dimensione media delle imprese («spingendo all’insù anche la produttività di molti comparti: in particolare, del trasporto merci, del  metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda»).
La difficoltà riguarda anche la rete delle botteghe e dei negozi di vicinato. Dipende in primis, a giudizio di Cgia, dalla concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce. Inutile dire che grandi supermercati e piattaforme online riescono a «offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala: comprano grandi quantità di merce, hanno costi unitari minori e una logistica molto efficiente». Il piccolo negozio no, non può giocare la partita su un campo inclinato come questo: da un lato, «acquista poco, paga di più i fornitori e non può competere sul prezzo»; dall’altro, l’online offre «comodità, ampia scelta e consegna a domicilio». A ciò si aggiunga il cambiamento delle abitudini di consumo: acquisti meno frequenti e più concentrati. In concreto: meno tempo a disposizione, meglio infilarsi in un posto dove fare tutto…

Un ulteriore tassello del mosaico è dato dal fatto che i costi fissi elevati strangolano gli operatori tradizionali perché, come tiene a sottolineare il dossier, «affitti commerciali, utenze, tasse locali e contributi pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena». Non solo: un colosso economico se la cava meglio di fronte a un periodo avverso, visto che un piccolo negozio ha margini limitati e ancor più limitato ossigeno finanziario.

E l’intelligenza artificiale? Se pensate che a questo punto la ricerca intoni il “de profundis”, avete proprio preso un granchio. Che ne sarà dei mestieri manuali? «Nessuno ha una risposta certa, – dicono dal quartier generale degli artigiani veneti – ma è probabile che l’ intelligenza artificiale non farà sparire gli artigiani».

Semmai li dividerà in due gruppi: il primo vedrà nell’intelligenza artificiale un aiutante instancabile. «Il falegname – viene messo in rilievo  – potrà avere dieci idee di tavolo in pochi secondi, il muratore preparerà preventivi mentre è ancora al lavoro in cantiere, il ceramista non dovrà più perdere tempo a scrivere post sui social. In questi casi l’intelligenza artificiale non ruba tempo: lo restituisce, lasciando più spazio alla vera manualità».

Non per tutti sarà così: un altro gruppo di artigiani vedrà nell’intelligenza artificiale un concorrente. La previsione? Che tutto questo possa accadere «soprattutto dove il prodotto si può standardizzare: mobili stampati in 3D, abiti “su misura” pronti in un’ora, grafiche create in automatico al posto del designer. Qui il rischio è concreto, perché costa meno e spesso il cliente non riesce più a distinguere un oggetto fatto a mano da uno realizzato da una macchina».

Se la caverà meglio invece chi restaura («un mobile antico non lo ripara nessuna macchina»), chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al
pubblico, la possibilità di vedere il gesto artigianale dal vivo.

Il dossier dell’organizzazione veneta punta il dito per indicare chi dovrà vedersela con il pericolo:
chi sa usare l’intelligenza artificiale diventerà molto più veloce di chi lavora “solo con le mani”, «e  per i clienti sarà sempre più difficile accorgersi della differenza».
La Cgia introduce una doppia idea per riuscire a sconfiggere la desertificazione dei mestieri artigiani: là dove negozi e botteghe artigiane giocano un ruolo nei centri storici, nelle piccole comunità e nei borghi, in nome dell’identità culturale, dell’economia locale e del mantenimento del
patrimonio storico, il fatto che tali attività arricchiscono l’ambiente urbano con il loro lavoro attirando turisti, dovrebbero vedersi riconosciuto un “reddito di gestione delle botteghe
artigiane”. E l’altra idea? Investire nella formazione professionale, visto che da almeno mezzo secolo il lavoro manuale è relegato nell’immaginario collettivo a settore marginale, quasi un residuo del passato destinato all’estinzione.

Quanto ai dati provinciali, l’analisi della Cgia dice che solo in cinque regioni (Marche, Umbria, Emilia Romagna, Piemonte e Abruzzo) la sparizione degli artigiani è più grave che in Toscana: in dieci anni questa galassia di energie piccolo-imprenditoriali si è ristretta di 39mila persone in meno, quasi il 27%. Ma, sorpresa, Livorno è insieme a Siena fra le realtà che nel territorio toscano se la cavano meno peggio: 323 artigiani in meno in tutta la provincia nell’ultimo decennio, dunque con il segno “meno”, ma quel 4,3% è al di sotto dello standard nazionale. E lontano dal calo del 7%, decimale più decimale meno, che fanno registrare le province di Lucca, Prato e Massa Carrara, fra le prime sette in tutta Italia per gravità del problema.

Pubblicato il
17 Agosto 2026
di ROBERTO MARIANO

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