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LA CARTA DI LULA

Brasile, in mezzo a un mare di petrolio sta il futuro del Paese

Una delle piattaforme petrolifere brasiliane nell’Oceano

Le buone notizie, per il presidente brasiliano Ignácio Lula da Silva – immerso nell’ennesima campagna elettorale che, al momento, lo dà in leggero vantaggio sull’avversario di estrema destra, Flávio Bolsonaro – non vengono dai grandi circoli elettorali di São Paulo, Minas Gerais o Rio de Janeiro.

La presidente di Petrobras Magda Chambriard

Nel corso del 2026, è il piccolo stato settentrionale e amazzonico di Amapá che ha dato le maggiori soddisfazioni al leader proveniente dal sindacato. Prima, a inizio anno, quando sono stati divulgati i dati relativi alla povertà in questo stato: qui, come aveva riferito a suo tempo la stampa locale, quasi 90mila persone hanno lasciato la condizione di povertà, grazie al buon disimpegno economico territoriale (https://conectamapa.com/no-amapa-896-mil-pessoas-deixaram-situacao-de-pobreza-e-expectativa-e-de-crescimento-economico/); e da qui, pochi giorni fa, la presidente di Petrobras (che nel primo trimestre del 2026 ha fatto registrare un guadagno di quasi un miliardo di euro), Magda Chambiard, ha annunciato il ritrovamento di tracce importanti di petrolio (o gas) al largo delle coste amapaensi. Ancora presto per affermare che il petrolio rinvenuto sarà commercialmente rilevante (tutto indica di sì), ma esso è già sufficiente per delineare una geografia di un Atlantico off-shore brasiliano in cui gli idrocarburi la faranno da padrone, per i prossimi anni, in attesa del completamento della transizione energetica verso le rinnovabili.

C’è molto di politico, in questo mare di petrolio che sembra essere posizionato nelle profondità oceaniche delle acque territoriali brasiliane. Lula è impegnato da tempo in un doppio fronte: da un lato, in politica estera, liberarsi di Trump e dei vari “tarifaços” che ha imposto al Brasile su diversi generi agricoli e industriali, a cui il presidente brasiliano ha puntualmente risposto con la stessa moneta; ma soprattutto cercando di trovare la via dell’autonomia energetica dal gigante americano, all’interno di una disputa in corso con giganti come Exxon o Chevron, a cui Lula ha deciso di far pagare il 12% di royalties al governo di Brasília, che ha portato il caso in tribunale; e sul fronte interno, contro il clan Bolsonaro, con fortissime connessioni con la Casa Bianca, che sta cercando di riportare uno dei suoi rampolli (Flávio, primogenito dell’ex-presidente Jair, che si è beccato 27 anni di carcere per il fallito colpo di stato dell’8 gennaio del 2023) al Planalto, spinto da Trump e dai repubblicani più oltranzisti.

Il presidente Lula in visita a un impianto petrolifero brasiliano

Lula, in queste ultime settimane, ha molto accentuato il discorso sul sovranismo energetico, proprio grazie alle risorse off-shore disponibili. Le riserve accertate sono già notevoli, ma in costante diminuzione. Sotto al suolo marino, il Brasile può contare, oggi (secondo i dati dell’Agenzia Nazionale del Petrolio, Gas Naturale e Biocombustibili) su 17,5 miliardi di barili di petrolio, che garantiscono il fabbisogno nazionale fino al 2039. Le nuove riserve – in parte confermate, in parte, come nel caso dello stato di Amapá, da confermare – ammontano a 24 miliardi di barili, con un indice di riposizione del greggio pari al 147%. Oggi, il Brasile produce circa 4,47 milioni di barili di petrolio al giorno, posizionandosi come il maggiore produttore di greggio dell’America Latina.

L’Oceano, appunto, rappresenta la maggiore riserva del paese: il Pré-Sal rappresenta un giacimento consolidato, partecipando di circa l’80% di tutta la produzione nazionale di greggio. Si tratta di una regione di circa 800 chilometri di estensione, che va dallo stato sede di Petrobras (Espírito Santo) fino a Santa Catarina, al confine con l’Argentina. All’interno di questo territorio, sono le acque di fronte a Santos (il principale porto dello stato di São Paulo) che concentrano la maggior produzione, in piattaforme off-shore a 150-300 chilometri dalla costa. Il greggio si trova a circa 7mila metri di profondità, subito dopo (o prima, dipende dalle prospettive) dello strato di sale, che raggiunge fino ai 2mila metri di spessore.

In seconda posizione si trova il petrolio situato a circa 175 chilometri dalla costa di Amapá, in un’area conosciuta come “A Margem Equatorial”. Grosso modo sulla linea dell’Equatore, si trova il pozzo di Morpho, nella bacia della foce del Rio delle Amazzoni, in continuità con quell’ecosistema marino e quelle rocce sedimentarie che hanno garantito un’enorme riserva di petrolio, negli ultimi dieci anni, alla Guiana, l’ex colonia inglese che confina con gli stati brasiliani di Roraima e Pará.

Infine, anche il mare nordestino sembra possa contribuire allo sforzo energetico brasiliano: nelle acque dei piccoli stati di Alagoas e Sergipe, il potenziale scoperto ammonterebbe a circa un miliardo di barili, con due piattaforme fluttuanti con capacità di estrarre 240mila al giorno e più di 20 milioni di metri cubi di gas naturale, secondo dati di Petrobras.

In un mondo all’affannosa ricerca di risorse energetiche, la ricchezza del Brasile fa gola a molti, in primo luogo agli Stati Uniti, che guardano con speranza alla rielezione del loro alleato Bolsonaro al Planalto di Brasilia. Nel frattempo, Lula sta impostando una parte consistente della sua campagna elettorale ribaltando sul tavolo dell’avversario quel nazionalismo del quale la destra internazionale ha fatto la propria bandiera, con argomenti un po’ più concreti rispetto all’edificazione di muri anti-immigrati o decreti di reimmigrazione. Il mare, insomma, potrebbe aiutare…

Luca Bussotti

(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)

Pubblicato il
20 Agosto 2026
di LUCA BUSSOTTI

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