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FINANZA E DOGANE

Blitz anti-cocaina nel porto di Livorno: 65 chili scovati nel container frigo

Dietro i controlli sulle rotte dall’Ecuador. Il prefetto: si usino anche i droni

L’intervento di Finanza e Dogana che blocca il container sospetto proveniente dal Sudamerica

LIVORNO. La cocaina stavolta era nascosta in frigo: anzi, in un container refrigerato per trasportare banane. L’hanno scovato nel porto di Livorno i finanzieri del comando provinciale labronico e i funzionari della locale Agenzia Dogane e Monopoli mettendo le mani su un carico di 65 chilogrammi di cocaina suddivisi in 57 panetti: è stato sequestrato e, dopo essere stato campionato e analizzato, su disposizione della Procura della Repubblica, verrà distrutto in un inceneritore (e dunque «strappato alle piazze di spaccio dove avrebbe fruttato alla criminalità circa 20 milioni di euro», come segnalato dalle Fiamme Gialle  del gruppo e dai funzionari della Sezione Antifrode dell’Uadm Toscana 2).

Alcuni dei panetti di cocaina rinvenuti da Finanza e Dogana nel container frigo

Il contenitore, proveniente dall’Ecuador, è stato sottoposto a «scansione radiogena attraverso gli avanzati sistemi a disposizione della Dogana»: in tandem con l’intervento di unità cinofile della Guardia di Finanza – viene fatto rilevare – è stato possibile riscontrare che era stato creato un vano vicino all’alloggiamento del motore refrigerante. Il container è stato svuotato e sono state smontate alcune lastre di piombo: erano state collocate per “dribblare” la scansione del contenitore. A ulteriore protezione anti-scanner i panetti risultavano avvolti da abbondante carta di alluminio.

Finanzieri e doganieri scovano la cocaina all’interno del vano ricavato nel container frigo

Tutto nasce da quella che gli investigatori definiscono una «mirata attività di analisi dei rischi del traffico merci in entrata nel porto di Livorno», Finanza e Dogane hanno individuato un contenitore frigo ritenuto sospetto, nelle indagini coordinate dalla Procura che ha poi convalidato il sequestro.

È un’altra riprova del tentativo del narcotraffico di eludere i controlli anti-droga cambiando i porti di invio. L’ha segnalato da tempo anche il pm Nicola Gratteri che, nella sua battaglia di legalità contro la criminalità organizzata, ha puntato l’attenzione sui grandi flussi di stupefacenti a livello internazionale. Le centrali di produzione soprattutto in Colombia si appoggiano alla logistica del narcotraffico gestita attraverso scali ecuadoriani. I report di “Insight crime” hanno da tempo segnalato che le stesse forze anti-droga di Quito richiamano l’attenzione sul fatto che almeno un terzo della produzione “industriale” colombiana di cocaina passa da rotte che hanno al centro l’Ecuador.

Dipende da aspetti logistici ma anche da una scelta politico-monetaria: gli specialisti sottolineano che le cose si sono fatte sempre più problematiche da quando il Paese sudamericano ha compiuto la “dollarizzazione” dell’economia, cioè è passato a utilizzare il dollaro statunitense come propria moneta nazionale con l’idea di intercettare qualcosa dei flussi di investimenti globali. In effetti, – ma si tratta di un dossier della Cia statunitense – la povertà è diminuita e l’apparato economico è uscito da una fase prevalentemente agricola, ottenendo significativi tassi di incremento del Pil. Al contempo, e qui sono altri indicatori che parlano, è cresciuta in maniera abbastanza netta anche la diseguaglianza sociale.

Cosa c’entra il narcotraffico? Là dove le istituzioni finanziarie sono più fragili e la democrazia pure (per l’index elaborato dall’Economist l’Ecuador è un regime ibrido, con standard di democrazia mai così bassi negli ultimi vent’anni e al di sotto di Colombia e Perù), l’utilizzo del dollaro attira capitali sporchi in attesa di “lavaggio”, favorisce scarsa trasparenza nelle transazioni finanziarie perché i passaggi di denaro sono difficili da tracciare. Beninteso, ovviamente questo non ha nulla a che vedere con la grande maggioranza di ecuadoriani che di tutto quet’andazzo sono vittime.

Dal quartier generale del (doppio) team investigativo, Guardia di Finanza da un lato e Dogane dell’altro, si mette in luce che «il sequestro operato segna un ulteriore tassello a favore della lotta al narcotraffico sul territorio toscano e nazionale» ma anche che tutto questo è «il risultato della stretta sinergia, delle risorse e dell’esperienza messe in campo dai funzionari della locale Sezione Antifrode dell’Uadm Toscana 2 e dai finanzieri del Gruppo di Livorno» che tengono gli occhi aperti su quanto accade «all’interno dell’area portuale di Livorno».

Il prefetto di Livorno, Giancarlo Dionisi, ipotizza l’incremento dell’uso di «strumenti come i droni per la sorveglianza delle aree portuali»: siccome servono simbolicamente e concretamente “mille occhi in più” – sottolinea – occorre «puntare con ancora maggiore decisione sull’innovazione tecnologica. L’ha messo in evidenza inviando un messaggio di apprezzamento e ringraziamento, in particolare «alla Guardia di Finanza per questo importantissimo risultato, conseguito in stretta collaborazione con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli». Parlando di «un’attività che ha già prodotto risultati significativi», Dionisi ribadisce che «il porto di Livorno non può e non deve diventare una porta d’ingresso per i traffici della criminalità organizzata: chi pensa di poter utilizzare uno dei principali scali italiani per introdurre droga nel nostro Paese deve sapere che troverà uno Stato presente, organizzato e capace di colpire».

I risultati – afferma – sono la riprova anche di «quanto sia decisiva la capacità di fare squadra: Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e tutte le altre componenti del sistema di sicurezza, insieme all’Agenzia delle Dogane e agli enti che esercitano competenze nelle aree portuali, devono concorrere, ciascuno secondo le proprie attribuzioni, a un controllo sempre più capillare ed efficace». La Prefettura farà la sua parte garantendo «il massimo coordinamento» perché «il controllo del territorio non finisce ai cancelli dei porti».

Pubblicato il
24 Agosto 2026
di GIULIANO DONATI

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