Salvati dalla bellezza: gli animali “carini” vengono protetti meglio
Firenze e Pisa nella ricerca internazionale sulla tutela della biodiversità

Il panda uno degli animali in testa a tutte le classifiche di fascino e simpatia animale
PISA. Quante volte ci siamo detti che solo la bellezza potrà salvarci: nel senso che l’arte e la cultura possono diventare il motore del progresso civile e di un più alto grado di civiltà. Lo dice anche la scienza, ma in un altro modo: quanto conta la bellezza estetica degli animali quando decidiamo quali specie studiare e proteggere? Più di quanto si potrebbe pensare: lo attesta una ricerca internazionale alla quale hanno contribuito anche studiosi di una regione come la Toscana, che della “Grande Bellezza” ha fatto il proprio biglietto da visita nel mondo.

I pinguini del film Madagascar
Lo studio lo dimostra chiaramente: gli animali più “carini”, le specie considerate esteticamente più attraenti – viene fatto rilevare – hanno ricevuto nel tempo «maggiore attenzione da parte del pubblico». Non solo: questo differente grado di interesse vale anche per la ricerca scientifica». Di più: le tipologie più “belle” sono «più rappresentate anche negli strumenti europei di tutela della biodiversità». Paradossale che quest’involontario sentimento a metà fra miss Italia e Disney entri anche nelle aule della ricerca o sulle scrivanie dei grandi decisori istituzionali? In effetti, l’avevano capito bene i pinguini del film di animazione “Madagascar”: “Carini e coccolosi”, è il motto dei quattro curiosi 007 in forma di pinguino (Skipper, Kowalski, Rico e Soldato)…

La ricerca sulla bellezza animale ha preso in esame le farfalle europee
La ricerca l’ha pubblicata la rivista “Current Biology” e ha messo al centro il caso delle farfalle europee: la ricerca è stata coordinata da Leonardo Dapporto del Dipartimento di biologia e Mariagrazia Portera del Dipartimento di lettere e filosofia dell’Università di Firenze; tra i “senior authors” figura Alessandro Cini, professore del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa, che ha partecipato fin dalle prime fasi all’ideazione del progetto, alla somministrazione dei test e alla loro divulgazione, all’interpretazione dei dati e alla scrittura del lavoro scientifico.
Titolo: “Beauty Bias in Butterfly Conservation and Research”. È una ricerca che ha coinvolto oltre 21mila persone provenienti da più di cento Paesi: sono stati chiamati – spiegano i ricercatori – a «valutare la bellezza di centinaia di specie di farfalle europee». I risultati sono state poi messi in relazione con diversi indicatori:
- il numero di pubblicazioni scientifiche dedicate alle singole specie,
- l’attenzione ricevuta dal pubblico attraverso piattaforme come iNaturalist e Flickr,
- la presenza negli strumenti legislativi europei di conservazione.
- lo stato di minaccia indicato dalle “liste rosse” della Iucn.
Salta fuori «un pregiudizio estetico che sembra aver influenzato nel tempo anche le strategie di conservazione», si sottolinea da parte dell’ateneo pisano presentando la ricerca. «Le specie considerate più belle e appariscenti – viene ribadito – hanno attirato maggiore interesse e sono state protette più precocemente. Questa attenzione iniziale ha contribuito a sua volta ad alimentare nuovi studi, finanziamenti e interventi di conservazione, rafforzando nel tempo il vantaggio acquisito».
C’è un pericolo, in questo approccio che risente della carineria e del fascino: lo studio mette in luce che potrebbe capitare che questo meccanismo interferisca con le scelte concrete e «non coincida con le reali priorità ecologiche». Come dire: «Diverse specie oggi minacciate sono poco appariscenti e hanno storicamente ricevuto meno attenzione, mentre decisioni prese decenni fa continuano ancora oggi a incidere sulla distribuzione delle risorse destinate alla loro tutela».
Le implicazioni dello studio vanno però ben oltre il caso delle farfalle, lo dice il professor Alessandro Cini dell’ateneo pisano: «Se il “bias” estetico gioca un ruolo anche all’interno di un gruppo di insetti particolarmente amato e percepito positivamente dall’opinione pubblica – spiega Cini – è facile immaginare quanto possa essere ancora più determinante quando la società deve decidere quali animali proteggere, confrontando specie percepite in modo molto diverso: dai mammiferi considerati “teneri” e dagli uccelli variopinti fino a ragni, vespe, calabroni e mosche».
Esistono animali magari spesso percepiti come brutti o sgradevoli, magari “antipatici” o persino inutili, che invece hanno funzioni fondamentali per gli ecosistemi: «La loro protezione – prosegue Cini – non dovrebbe dipendere da quanto ci piacciono, ma dallo stato di salute delle loro popolazioni, poiché tutti hanno importanza all’interno degli ecosistemi».
L’indagine chiama a interrogarsi su quanto le preferenze estetiche umane possano «condizionare, anche inconsapevolmente, non soltanto l’interesse del pubblico e della ricerca, ma anche le politiche di conservazione». A cosa serve saperlo? A esserne consapevoli e, se del caso, raddrizzare un po’ la rotta: riconoscere questi meccanismi – viene messo in risalto – può contribuire a «definire strategie di tutela della biodiversità maggiormente basate sul rischio di estinzione e sull’importanza ecologica delle specie, senza lasciare nell’ombra quelle meno capaci di attirare la nostra attenzione».











