Così gli operai Ilva finiscono nella “trappola del doppio fallimento”
Uno studio: senza alternativa tra salute e lavoro cresce la sfiducia nello Stato

Alcuni impianti dello stabilimento Ilva di Taranto
PISA. Come fra l’incudine e il martello. Nel ping pong di notizie sul futuro del polo siderurgico dell’Ilva di Taranto emerge la contrapposizione fra lavoro e salute (messa a repentaglio dall’inquinamento causato dallo stabilimento), c’è il grosso pericolo che a farne le spese sia anche qualcos’altro: la «fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche», innescando una polveriera di possibili conseguenze. Sotto i riflettori il mancato riconoscimento degli operai come vittime che rischia di alimentare «un senso di abbandono istituzionale».
L’hanno chiamata la “trappola del doppio fallimento”: in preda alla «rassegnazione dentro la fabbrica» e assediato dal «senso di abbandono fuori di essa»; l’una e l’altra «si rafforzano reciprocamente». Come in una morsa, ecco che da una parte: gli operai ritengono di «non poter lasciare l’azienda senza mettere a rischio il proprio sostentamento e le reti familiari e sociali dalle quali dipendono». E dall’altra: non credono più che gli organismi di controllo, lo Stato o la politica possano «proteggerli, riparare il danno o offrire una via d’uscita praticabile».
È quel che salta fuori da una indagine dell’Università di Pisa pubblicata sulla rivista internazionale “Administrative Science Quarterly”: è stato fissato lo sguardo sulla duplice – crisi industriale e ambientale – che, se rimane senza soluzione, può esplodere in una terza: la crisi di fiducia nelle forme della rappresentanza che si coagulano nella politica e nelle istituzioni, di fatto dunque nella democrazia per come la conosciamo Lo studio sul caso tarantino porta le firme di Elisa Giuliani (Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa) e Andrew Spicer (University of South Carolina).
Il riconoscimento degli operai come vittime assume quindi un significato non soltanto simbolico, ma anche sociale e politico, dicono gli autori dello studio: accusato di complicità dalla stessa società civile che dovrebbe essergli alleata, ecco che «chi è già vittima, ed è insieme parte dell’organizzazione che produce il danno, subisce una seconda vittimizzazione». Si apre perciò «una frattura profonda nella cittadinanza – continua Giuliani – ed è proprio quella frattura a indebolire l’unione che darebbe a entrambi la forza di ottenere giustizia in casi come questo».

Elisa Giuliani (università di Pisa)
«Quando gli operai vengono lasciati di fronte alla scelta tra salute e lavoro senza una soluzione concreta, la responsabilità – viene spiegato – non viene più attribuita soltanto all’azienda, ma anche agli organismi di controllo, alla politica e allo Stato». Ne consegue che, nelle testimonianze dei lavoratori, lo scandalo industriale acquisisce una dimensione più ampia e diventa «il punto di partenza di una critica più ampia alla rappresentanza politica e alle istituzioni».
Lo studio – questa la novità da mettere in primo piano – ribalta la lettura corrente negli studi organizzativi. «Gli operai non solo sono pienamente consapevoli del danno subìto, ma quello che difendono non è l’azienda: è il lavoro stesso, come elemento vitale della propria dignità». Da tradurre così, secondo i due studiosi: «Gli operai vogliono restare perché non vedono un’alternativa: devono continuare a mantenere le famiglie e, paradossalmente, affrontare le spese legate alle malattie associate all’inquinamento dallo stabilimento». A ciò si aggiunga che, intanto, «fuori dalla fabbrica, non trovano protezione e alleati: una parte della comunità e dei movimenti ambientalisti interpreta la loro difesa del posto di lavoro come una forma di complicità, arrivando in alcuni casi a chiamarli “assassini”. Non bastasse l’inquinamento, gli operai si sentono vittime due volte».
Secondo quanto viene riferito, Giuliani e Spicer hanno analizzato oltre 230 testimonianze. Il materiale comprende dichiarazioni tratte da archivi giornalistici, libri e documenti audiovisivi, insieme a 56 interviste condotte direttamente con operai ed ex operai dell’ex-Ilva tra il 2020 e il 2025, per oltre 63 ore di registrazioni. Gli autori hanno inoltre esaminato più di 3mila pagine di fonti documentarie e circa 17 ore di materiali audiovisivi.
Due i passaggi al centro dell’analisi dei due studiosi in questa Ilva-story. L’uno riguarda lo scandalo della diossina del 2008: la contaminazione portò – viene ricordato – all’abbattimento di circa 1.200 pecore allevate vicino allo stabilimento. Giuliani e Spicer segnalano che «questa data rappresenta una cesura nella percezione dei lavoratori: l’inquinamento, fino ad allora incorporato nella normalità della vita di fabbrica, comincia a essere interpretato come la causa di un danno personale e collettivo». L’altro passaggio ha a che fare con la crisi del 2012: la magistratura dispose il sequestro di parte degli impianti per i rischi sanitari e legati all’inquinamento e circa 8.000 lavoratori si opposero con una manifestazione contro la possibile chiusura dello stabilimento. Dalle testimonianze emerge in modo drammatico la contrapposizione lavoro-salute: «Meglio il cancro dopo che perdere il lavoro adesso».
Sul piano delle politiche, conclude Giuliani, c’è «ancora moltissimo da fare». Anche perché, a suo giudizio, l’Ilva «è forse un caso estremo, ma non è isolato». Come dire: finché continueremo a leggerlo come «una scelta esclusiva tra due alternative, a cui gli economisti si riferiscono con il termine di “trade-off”, tra salute e lavoro, le politiche continueranno a muoversi nella direzione sbagliata. Quel trade-off tratta il diritto alla salute e alla vita come merce di scambio». Tuttavia, è ancora la studiosa a metterlo in evidenza, «quei diritti umani non si scambiano: sono inderogabili, inalienabili, e vanno garantiti come tali». Per intendersi: nella gerarchia dei diritti, «quello alla vita e alla salute deve valere più del diritto ad accumulare capitali nei paradisi fiscali, come è accaduto, di fatto, durante l’epoca Riva quando la politica ha protetto l’azienda invece che richiamarla alle proprie responsabilità».











