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UNIVERSITA'

La luce ultravioletta aumenta la qualità del vino chic e riduce l’uso di anticrittogamici

Nella tenuta dell’Ornellaia l'esperimento di un team dell’ateneo pisano

La tenuta dell’Ornellaia, in provincia di Livorno, nella zona di Bolgheri

BOLGHERI (Livorno). La luce ultravioletta può consentire di avere uva di miglior qualità, dalla quale ricavare «vini con colori più intensi e più profumati». Non è una novità l’uso mirato di raggi Uv-C fra i filari di viti, è una tecnologia «già impiegata per controllare le malattie della vite e per ridurre l’utilizzo di prodotti chimici». Ma non stiamo parlando di un vino qualsiasi: lo studio scientifico vuole esplicitamente puntare sulla qualità e lo fa concentrando l’attenzione – a Bolgheri in Toscana – sui vigneti di Cabernet Sauvignon nella Tenuta dell’Ornellaia, patria di uno dei vini “supertuscan” più celebri sulla scena internazionale.

Dietro c’è una ricerca dell’Università di Pisa pubblicata sulla rivista scientifica “Plants”, che ha fissato la luce dei riflettori sull’effetto delle applicazioni mirate aggiuntive di raggi Uv-C direttamente in vigneto durante la fase di maturazione delle uve. In tal modo la pianta – si afferma – viene stimolata a «produrre una maggiore quantità di composti naturali responsabili del colore e del profilo aromatico del vino: le uve trattate presentano concentrazioni più elevate di antociani e flavonoli, sostanze che contribuiscono a vini dal colore più intenso e stabile nel tempo, e un aumento di composti aromatici che rendono il vino più complesso e profumato». Cambia qualcosa anche sotto il profilo degli indici vegetato-produttivi della pianta? No, non risultano differenze rilevanti. E nella quantità di uva prodotta? Idem.

È qualcosa che ricorda, dal punto di vista dell’innovazione anche simbolica nella narrazione che nel vino è spesso all’insegna del passato e della tradizione, l’immagine dell’astronauta Roberto Vittori che vent’anni fa ha portato in orbita a bordo della Stazione spaziale internazionale le barbatelle innestate di Sassicaia, con un esperimento condotto dall’azienda aerospaziale livornese Kayser.

C’è dell’altro, e riguarda il fatto che questo genere di reazione da parte della vite si ha anche «senza modificare radicalmente le pratiche agronomiche». Gli studiosi dell’ateneo pisano spiegano che l’uso della tecnologia Uv-C è già impiegata nei vigneti, quel che è cambiato in questa ricerca è semplicemente la sperimentazione di «un protocollo leggermente diverso». Cioè: si sono aggiunti «pochi interventi mirati durante la fase di maturazione delle uve con l’obiettivo di migliorare il contenuto in metaboliti secondari delle uve».

«Sapevamo che la luce ultravioletta può stimolare la pianta a produrre molecole legate alla qualità del vino, ma fino a oggi questi effetti erano stati osservati soprattutto in laboratorio», dice Claudio D’Onofrio, professore di viticoltura all’Università di Pisa e coordinatore della ricerca. Qui emerge l’idea non tanto di sperimentazioni d’avanguardia nel chiuso degli ambienti standard dei centri di ricerca bensì di «un approccio applicativo, vicino alle esigenze reali delle aziende vitivinicole». Obiettivo: nuove prospettive per «una viticoltura più sostenibile e attenta al cambiamento climatico».

Lo studioso mette in evidenza che si è dimostrato come, «anche in condizioni reali di vigneto, è possibile aumentare colore e aromi delle uve senza penalizzare la produzione»: e lo si ottiene usando con intelligenza «una tecnologia già esistente in modo più consapevole e mirato».

D’Onofrio tira le fila del suo ragionamento: «I risultati suggeriscono che la luce Uv-C potrebbe diventare uno strumento aggiuntivo per migliorare la qualità delle uve riducendo al contempo l’impatto ambientale della viticoltura. È un tema di grande attualità per il settore, che è chiamato a coniugare sostenibilità, innovazione e qualità in un contesto climatico sempre più complesso».

Pubblicato il
28 Febbraio 2026
di ROBERTO MARIANO

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