Con le fiaccole fino al porto per dire alt alle morti sul lavoro
Livorno choc: in 33 giorni tre tragedie nel raggio di appena un miglio

La fiaccolata organizzata a Livorno sabato 28 febbraio per protestare contro il susseguirsi di infortuni mortali sul lavoro 3 in 33 giorni nella città toscana
LIVORNO. Nel giro di cinque settimane tre morti sul lavoro nella città di Livorno: il 23 gennaio Federico Ricci muore a 51 anni schiacciato dal braccio di una gru in via Piombanti, rione Shanghai; in febbraio, venerdì 25 la tragica fine di Nico Ulivieri, 31 anni, a bordo della pilotina che si rovescia e affonda, dopo l’urto con uno yacht di 61 metri; l’indomani, a una ventina di ore di distanza, la vita di Manole Negura, operaio sessantenne, è stroncata probabilmente un malore nelle operazioni di bonifica per conto dell’Authority in un’area adiacente all’ex centrale del Marzocco sul Canale Industriale. Tutti e tre l’uno accanto all’altro nel tempo ma anche nello spazio: li si può mettere in un’area del raggio di un miglio.
Sabato i livornesi hanno provato a reagire raccogliendo l’appello della Cgil che ha organizzato una fiaccolata per dire alt a questo susseguirsi di infortuni mortali nei luoghi di lavoro a Livorno: l’hanno fatto attraversando il cuore del centro con una fiaccolata che è arrivata all’Andana degli Anelli, cuore simbolico del porto antico, il Mediceo. Niente bandiere, solo uno striscione ad aprire il corteo: “Si lavora per vivere, non per morire”. A dire la verità, si è fatto sentire in un secondo striscione l’eco dell’attacco di Usa e Israele con il bombardamento di alcune zone dell’Iran si è fatto sentire: semplicemente “Basta guerre” (e il leader della Cgil livornese ha dato poi appuntamento a una successiva mobilitazione che verrà organizzata nei prossimi giorni per difendere le ragioni della pace).
Più di duecento persone in silenzio hanno percorso il corso principale della città, via Grande: in effetti, la partecipazione non è stata quella dei giorni migliori, se pensiamo che la fiaccolata notturna contro i bombardamenti del governo israeliano su Gaza avevano richiamato in piazza almeno una folla sette-otto volte tanto. Anche l’adesione da parte dei commercianti con l’abbassamento simbolico delle saracinesche al passaggio del corteo è stata effettiva soltanto per una parte dei negozi: dirà poi il sindaco Luca Salvetti che aver questa “disattenzione” da parte degli esercenti non gli è piaciuta granché. «Forse c’è stato qualche fraintendimento nella comunicazione», si limita a dire. Magari c’è anche che per buona parte sono negozi in franchising e quasi tutto ha bisogno di autorizzazioni da parte della casa madre…

All’Andana degli Anelli, nel cuore del porto antico, quello Mediceo, davanti alla lapide delle 140 vittime del Moby Prince, lee testimonianze a conclusione dell’iniziativa contro le morti sul lavoro
Resta il fatto, comunque, che le testimonianze a conclusione del corteo – davanti alla lapide delle 140 vittime del Moby Prince – non sono state parole di rito. Stefano Di Bartolomeo, presidente dell’Anmil, l’associazione che raggruppa gli invalidi del lavoro, parte dall’esperienza del grave infortunio che gli è capitato più di vent’anni fa: «Ma ho avuto davanti una vita: figli e nipoti, una gioia che riempie il cuore. Ogni lavoratore ha qualcuno a casa che lo aspetta». Tradotto: la vittima di una morte sul lavoro è chi ci lascia la vita ma vittima è anche la famiglia alla quale viene portato via.
Valeria Parrini Toffolutti è la madre di Ruggero, stritolato da un macchinario: ora lei lotta per reclamare sicurezza. «Vorrei urlare che questi ragazzi non sono numeri ma persone. C’è il diritto sacrosanto di lavorare ma anche quello, altrettanto importante, di tornare a casa». Ha invitato a sgombrare il campo da alcune ipocrisie del linguaggio: giusto insistere sulla cultura della sicurezza ma a patto che non se ne faccia un alibi per colpevolizzare le vittime. Alla base di tutto c’è la corsa a profitti sempre maggiori: bisognerebbe poter dire no a rischi sul lavoro»
Il sindaco Luca Salvetti ha confessato che quando lavorava come giornalista sentiva disagio nelle dichiarazioni dopo una morte sul lavoro: «Immaginatevi cosa mi capita adesso che sono qui a rappresentare le istituzioni: sento un senso di impotenza, è terribile».
«Abbiamo a cuore il diritto al lavoro come diritto alla dignità ma abbiamo ancor più a cuore il fatto che Federico, Nico e Manole sono stati sottratti per sempre ai loro cari», dice il numero uno della Cgil livornese, Gianfranco Francese. «Si continua a morire nei luoghi di lavoro perché non si interviene davvero sulle caratteristiche strutturali che aumentano il rischio: le interferenze fra le aziende all’interno di uno stesso luogo di lavoro, la “cascata” dei subappalti, la pressione sui ritmi. La sicurezza dev’essere la priorità assoluta: e guai a farne un semplice adempimento burocratico, dev’esserci la presa in carico del lavoratore che è una persona. Ora è il momento dello strazio: il dolore dei familiari dei morti sul lavoro è anche il nostro».
L’ultima sottolineatura rimanda ai nuovi venti di guerra che arrivano dall’Iran: Francese dice che «è ingiusto morire di lavoro ma lo è anche morire per la guerra, i bombardamenti e la fame». Dito puntato esplicitamente, con parole durissime, contro Trump e contro Netanyahu: «No a tutte le guerre in Iran, a Gaza e dovunque. Nei prossimi giorni chiederemo al grande cuore dei livornesi di mobilitarsi di nuovo per la pace».











