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INDUSTRIA

Magna Guasticce, il caso Olsa riapre la porta ai timori (anche dopo l’accordo)

Braccini (Fiom): la crisi dell’auto ha bisogno di risposte del governo

Magna accordo ministro Adolfo Urso, Eigenio Giani e Federico Mirabelli

GUASTICCE (Livorno). Non sono passate neanche tre settimane dalla firma dell’accordo al tavolo della Regione Toscana tra Magna Closures (divisione Motrol) di Livorno, le istituzioni labroniche e i sindacati territoriali e dal quartier generale dei metalmeccanici Cgil si avanzano preoccupazioni. Il motivo: l’esempio di quanto accaduto alla Olsa, una «storica azienda del settore automotive specializzata nella produzione di fanali, con sedi in Piemonte, acquisita da Magna International nel 2018.

Cosa c’entra con lo stabilimento di Guasticce che produce serrature? Massimo Braccini, dirigente sindacale della Fiom labronica, segnala che «anche in quel contesto si è fatto ricorso agli stessi strumenti utilizzati anche a Guasticce, dai contratti di solidarietà fino alle procedure di esodo su base volontaria per la gestione delle eccedenze». La novità degli ultimi giorni sta nel fatto che «l’azienda è stata ceduta al fondo inglese Mutares, con un’operazione non annunciata e non preventivata che conferma l’instabilità delle strategie industriali nel settore automotive».

Dunque, queste incertezze dello scenario industriale fanno emergere il timore che possa non bastare neppure aver trovato la quadra con «il ricorso alla cassa integrazione speciale per crisi aziendale, un piano di risanamento e strumenti volontari per la gestione degli organici»: insomma, «resta alta l’attenzione sulle reali prospettive del sito». Eppure – viene sottolineato – il confronto sul caso della Magna di Guasticce è stato al massim livello, ha «visto anche il coinvolgimento del ministero: segno della rilevanza della vertenza e della necessità di gestire una fase industriale complessa».

La vicenda piemontese di Olsa, a giudizio del sindacalista della Fiom, è «un passaggio che non può essere considerato isolato: impone una riflessione più ampia sulle reali strategie dei grandi gruppi multinazionali, sempre più orientate a logiche finanziarie, con ricadute dirette su stabilimenti e occupazione».

È per questa ragione che Braccini ricorda come la crisi dell’industria dell’auto sia da considerare «ormai strutturale»: tale cioè da richiedere «una risposta industriale nazionale organica». Da tradurre così: «Non bastano interventi caso per caso: serve una visione complessiva da parte del governo, in grado di garantire continuità produttiva e tutela occupazionale lungo tutta la filiera».

Pubblicato il
13 Aprile 2026

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