«Aiutateci a dare un nome alle ultime 7 vittime sconosciute delle Ardeatine»
Team dell’università di Firenze al lavoro sul dna: appello a possibili discendenti

Eccidio delle Fosse Ardeatine, la tomba di una delle vittime ancora senza nome
FIRENZE. A distanza di 82 anni dall’eccidio, resta ancora un rebus l’identità di sette cadaveri fra le 335 persone assassinate a freddo dai nazisti a Roma alle Fosse Ardeatine. Se torniamo a parlarne in vista dell’anniversario di quel crimine di guerra (con l’ordine iniziale di Hitler che ne voleva più di 1.500) e se il pezzo è datato Firenze anziché Roma è perché la luce dei riflettori vogliamo portarla sull’oggi e sul lavoro che una équipe dell’ateneo fiorentino sta compiendo per dare un nome alle tombe che ancora portano la scritta “ignoto”.
Alla testa del tentativo di ridare un nome alle vittime ancora senza nome – uno sforzo che ha un indubbio «valore storico, scientifico e civile» – è da sedici anni l’antropologa forense Elena Pilli, che guida un team di ricerca dell’ateneo fiorentino.
Alle spalle c’è il progetto Virtual Biographical Archive (“ViBiA”): è un «archivio digitale biografico delle vittime della strage»: si mettono insieme con un approccio interdisciplinare tanto l’antropologia forense (che punta a utilizzare la caratterizzazione molecolare del dna degradato) quanto la ricerca storico-documentale. È un lavoro di squadra con il Ris dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, oltre ai rappresentati delle famiglie delle vittime. No, non è come pestar l’acqua nel mortaio: dal 2010 a oggi – spiegano dall’università di Firenze – sono state «identificate, in momenti diversi, cinque delle dodici vittime inizialmente ignote».
Torniamo a parlarne anche perché questa si apre una nuova fase: la professoressa Elena Pilli – in campo anche in casi giudiziari ad alta intensità mediatica (come l’assassinio di Serena Mollicone, gli attebtati di Unabomber nel Triveneto o la tragica fine di Yara Gambirasio) – esce dal laboratorio e si affaccia sulla “piazza”. Come? Lanciando un appello per identificare le ultime sette vittime delle quali non è stata ancora accertata l’identità. «Per proseguire il percorso di memoria pubblica e giustizia storica che negli ultimi anni si è arricchito anche grazie al contributo della storica Alessia Glielmi e della documentarista Michela Micocci, – queste le parole della studiosa – si ritiene oggi necessario affiancare alla ricerca scientifica il contributo delle famiglie: sia fornendo informazioni utili alla ricostruzione delle linee genealogiche sia attraverso la donazione volontaria di un campione biologico». Aggiungendo poi: «Se la guerra, con il suo carico di orrore, mira a distruggere e cancellare, l’impegno di restituire un nome, un’identità e una storia alle vittime ancora senza nome rappresenta una delle azioni più importanti per riaffermare le ragioni della vita, di ogni vita, che non può essere dimenticata».
Dall’università di Firenze e dal team di ricerca si giudica indispensabile il contributo delle famiglie per rendere possibile il confronto genetico così da completare il processo identificativo. L’appello è rivolto a chi? «A tutti i familiari delle vittime, ma anche a chi, sulla base di ricordi familiari o informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra le vittime dell’eccidio», così l’appello. Per mettersi in contatto con l’équipe, per avere informazioni o per partecipare (anche dall’estero) si può far riferimento a questa casella di posta elettronica: iris@bio.unifi.it











