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LA SVOLTA DELL'ANTIDROGA

Le nuove rotte della cocaina: il cargo diventa un “porto” di smistamento in mezzo all’oceano

Le Fiamme Gialle nel blitz all'attacco del narcotraffico: sequestro kolossal nell'Atlantico

Un aereo della Guardia di Finanza ha collaborato al maxi-blitz internazionale guidato dalla Guardia Civil in mezzo all’Atlantico: la sensoristica del velivolo italiano ha fatto partire l’operazione con un doppio seqestro kolossal di cocaina

CANARIE (Spagna). Stavolta il narcotraffico non l’hanno aspettato sulle banchine del porto per smantellarne la rete: sono andati a stanarlo sulle “autostrade della cocaina” in mezzo all’oceano. Non è un caso se al quartier generale  della Guardia di finanza ne parlino come di «pioneristica operazione internazionale» in pieno Atlantico. Pionieristica anche perché hanno lavorato fianco a fianco le forze dell’intelligence e di polizia di stati che adesso a livello politico o si sono messi il musino l’un contro l’altro oppure se le stanno dando di santa ragione benché ex alleati. Complessivamente, oltre all’arresto di 54 persone, nell’intera operazione sono state sequestrati 10.906 chili di cocaina, 8.499 chili di hashish, 21 chili di marijuana, 29.773 litri di benzina, 18 navi e due veicoli.

Stiamo parlando di “Alfa-Lima”, il blitz coordinato dalla Guardia Civil che nella seconda metà del mese scorso ha dato un uppercut alla “Cocaine Highway”, il corridoio dell’Atlantico orientale che le organizzazioni criminali usano per dribblare i controlli nei grandi scali portuali europei.

Stessi giorni, stesso luogo: blitz contro un cargo

Nello stesso periodo e nella stessa zona – l’oceano lato est, grossomodo dalle parti delle Canarie, 200 miglia a sudovest – è andata a segno anche un’altra gigantesca operazione antidroga della Guardia Civil: l’hanno chiamata “Abisal” e  nelle stive del cargo “Arconian” ha scovato 30.215 chilogrammi di cocaina distribuiti in 1.279 balle. Gli investigatori iberici segnalano che «mai nella storia della lotta contro il narcotraffico era stato compiuto in un sol colpo un sequestro di questa entità».

All’operazione “Alfa-Lima” ha partecipato la Guardia di finanza: il comando operativo aeronavale, di stanza a Pratica di Mare, ha mandato in azione un velivolo Atr72 e un equipaggio composto da 10 militari tra piloti, operatori di sistema e manutentori, rischierato presso le isole Canarie, effettuando un totale di 12 missioni di volo e circa 67 ore di volo, oltre ad un ufficiale del Corpo, alla sede di Madrid, anello chiave per supportare le analisi e il corretto flusso informativo.

L’intervento decisivo dell’aereo della Guardia di Finanza italiana

Com’è stato pubblicamente evidenziato dal ministro spagnolo Fernando Grande-Marlaska presentando i risultati dell’operazione, proprio grazie alle informazioni “captate” dal velivolo italiano mediante la sensoristica installata a bordo ed ai conseguenti avvistamenti, una nave della Guardia Civil spagnola ha intercettato un’imbarcazione ad alta velocità diretta verso le isole Canarie: qui sono stati arrestati tre malviventi e sequestrati 140 pacchi contenti 4,2 tonnellate di cocaina.

È stato questo il “la” che ha dato il via a un susseguirsi di interventi che hanno, da un lato, messo sotto pressione i narcotraffici nell’Atlantico e, dall’altro, fanno saltare una serie di complicità lungo le coste meridionali della Spagna, e non solo. A cominciare dal fatto che, due giorni dopo la prima operazione, sono state arrestate cinque persone a bordo di due “narco-lance” che nascondevano un centinaio di pacchetti di cocaina, più di tre tonnellate.

Gli apparati di sorveglianza prima del blitz hanno monitorato la rotta dei narcos: foto pubblicata dalla Guardia Civil spagnola

Il narcotraffico cerca altre rotte

Sembra di poterla considerare una sterzata nella strategia europea contro il narcotraffico. Del resto, è vero che nei grandi porti italiani si sono susseguiti sequestri di ingenti quantitativi di cocaina, e quasi sempre con navi in arrivo dal Sud America. Dunque, di per sé più facili da entrare nel radar dei sospetti. Ma non è vero che basta guardare a quel che arriva dai porti colombiani. Ad esempio, come ribadito dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri, curriculum da pm anti-ndrangheta, da qualche tempo l’invio è da porti ecuadoregni in tandem con scali brasiliani e, più di recente, argentini.

Ma fin qui si rimane ancora nell’identikit classico: tieni d’occhio le navi provenienti dall’America Latina. In realtà – lo mettono in luce i dossier della Direzione centrale interforze del Servizio Antidroga – le grandi direttrici di traffico di cocaina sta provando a cambiare schema, pur partendo sempre dalla metà sud del continente americano come “laboratorio chimico del mondo” per la materia prima. Il modo migliore qual è? Far arrivare il carico da zona “insospettabili”: ad esempio, facendo fare a questi carichi il giro del mondo ma in senso inverso, cioè passando dal Pacifico per trovare sponda in qualche porto del Sud Est Asiatico come luogo d’invio ufficiale della merce.

La “triangolazione” per rendersi meno visibili dall’intelligence

L’espediente è una sorta di “triangolazione” per appoggiare temporaneamente la merce in un luogo che la rende meno visibile agli occhi dell’intelligence. Del giro via Pacifico abbiamo detto, altre soluzioni riguardano l’utilizzo dell’Atlantico sì, ma infilando una tappa intermedia che renda meno tracciabile il carico. Dove? Là dove gli apparati dei controlli statali sono un po’ più malleabili: una parte delle sponde atlantiche dell’Africa nord ovest, per poi risalire da lì verso gli scali europei; qualche punto delle coste balcaniche, per poi giocare di rinterzo verso il resto del Mediterraneo.

Praticamente, l’idea assomiglia al sistema trasbordi-feeder che vale nello smistamento dei container dalle grandi rotte oceaniche fino alla distribuzione fra i porti di un determinato ambito. Per la dimensione degli spazi di intervento (che ovviamente non riguardano più il semplice perimetro delle acque territoriali) e per la scala di forze da mettere in campo, sia in termini di dispositivo militare che di intelligence, le forze da mettere in campo sono tali che «nessuno può farcela da solo».

Un motoscafo ultraveloce in dotazione alla gang dei narcotrafficanti sgominati al largo delle Canarie nella più grande operazione antidroga mai compiuta

L’esperimento di una maxi-operazioni comune a molti stati

Ecco la via della strategia multipolare dell’antidroga: l’ha detto chiaro e tondo il ministro spagnolo titolare della responsabilità delle forze dell’ordine che queste operazioni rappresentano «un deciso e determinante avanzamento strategico» contro il crimine organizzato transnazionale e anticipa «un cambiamento nell’approccio alla lotta contro il narcotraffico». Da tradurre così: siamo andati a stanarli «nel cuore delle rotte atlantiche attraverso le quali arrivano grandi carichi di stupefacenti».

Nel dettaglio: sono state schierate in questo complicato risiko la Marina Militare spagnola, la Direzione Aggiunta di Vigilanza Doganale spagnola e della Guardia Nazionale Repubblicana portoghese. Non solo: l’ “intelligence” ha visto l’alleanza fra portoghesi (Polizia Giudiziaria), statunitensi (Drug Enforcement Agency, Dea; l’Homeland Security Investigations, cioè Hsi; il Customs and Border Protection, Cbp); gli inglesi (National Crime Agency) e il pool che nasce dal patto fra varie nazioni europee (in cui l’Italia lavora insieme a Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito) nel Maritime Analysis and Operations Centre Narcotics e gli 007 iberici del Centro de Inteligencia contra el Terrorismo y el Crimen Organizado.

Al centro dell’operazione un blitz nell’Oceano, non lontanissimo dalle Isole Canarie, per avere un riferimento geografico: ma gli interventi dell’antidroga hanno riguardato la zona del fiume Guadalquivir, i porti di Ceuta e Algeciras sulle due differenti sponde di Gibilterra, ma anche in numerose zone del Sud spagnolo (nelle province di Huelva, Cadice, Malaga, Jaén, Almeria e Murcia). I partecipanti hanno impiegato numerosi assetti aeronavali, compresi sistemi a pilotaggio remoto, per il contrasto dei traffici illeciti su terra e mare.

L’ “Arconian” non era una nave, era come un “porto di trasbordo”…

Come detto, in quello spicchio d’oceano – più giù delle Canarie ma non ancora a Capo Verde – l’altro exploit nella lotta contro i narcotrafficanti: l’operazione “Abisal” ha messo nel mirino un cargo lungo 91 metri battente bandiera delle isole Comore, che i servizi di tracciamento navale indicano sulla rotta fra il porto spagnolo di La Palmas e quello libico di Bengasi. Una nave anonima quanto basta, non tanto enorme come altri gigante del mare lunghi il triplo, ma grande a sufficienza per poter rimpiattare nelle stive più di trenta tonnellate di cocaina. Un sequestro kolossal: record di sempre.

Sulla nave mercantile sono stati neutralizzati sei malviventi armati di fucili d’assalto e pistole: a quanto viene riferito dalle autorità iberiche, però, avevano il compito di proteggere militarmente il carico da eventuali assalti di altre organizzazioni criminali più che da interventi delle forze dell’ordine. Avrebbero dovuto sorvegliare sia il cargo che, successivamente, i motoscafi ultraveloci che sarebbero andati a raccogliere la sostanza stupefacente in un punto prestabilito. Sull’ “Arconian” erano custoditi anche 42mila litri di carburante per tali motoscafi. Al tirar delle somme questa operazione ha portato all’arresto di 23 persone.

Un’altra delle immagini di videosorveglianza pubblicate dalla Guardia Civil dopo il successo dell’operazione

Lo scrive “Il Corriere di Calabria” ripercorrendo il know how ‘ndranghetista in questo campo e sulla base di una ricostruzione investigativa: questo cargo – afferma – «non era soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma logistica galleggiante. Una sorta di “porto” clandestino itinerante destinato a rifornire le imbarcazioni rapide incaricate di redistribuire la droga in alto mare».

È da dire che negli stessi giorni la Guardia Civil pubblica anche il necrologio di due agenti morti sulla linea del fronte: dovrebbero esser rimasti vittime di un incidente in mare durante un inseguimento di narcotrafficanti. Non è chiaro se l’operazione sia quella ma il luogo (Huelva) e le date combacerebbero.

La ‘ndrangheta, l’America Latina e la logistica della cocaina

Dice “Il Corriere di Calabria” parlando del progressivo strutturarsi dei clan calabresi «con una presenza stabile in Sud America». E un tris di vantaggi: 1) ridurre i passaggi intermedi; 2) trattare direttamente con i fornitori; 3) organizzare la logistica dei carichi. «Un salto di qualità che conferma come il traffico di cocaina non sia più soltanto una questione di importazione, ma di presenza nei luoghi in cui la droga si compra, si tratta, si stocca e si spedisce». Aggiungendo poi: «In questa geografia, la ’ndrangheta non è un semplice destinatario finale. È un soggetto capace di stare dentro la filiera, di costruire relazioni, anticipare capitali, garantire affidabilità criminale e distribuire la merce sui mercati europei». Con le mafie italiane che hanno la necessità di «presidiare il fronte sudamericano, là dove si decide il prezzo, la qualità, il volume e la rotta della cocaina».

Il giornale calabrese mette l’accento sulla dimensione non solo simbolica di questi blitz internazionali nell’oceano: «È un colpo inferto a una delle infrastrutture più sensibili del narcotraffico internazionale: la rotta atlantica. Interrompere quel corridoio significa incidere non solo sul singolo carico, ma sulla capacità delle organizzazioni criminali – viene fatto rilevare – di garantire continuità agli approvvigionamenti, rispettare accordi, saldare debiti, rifornire i mercati europei e mantenere intatti gli equilibri tra broker, fornitori e gruppi di distribuzione». Risultato: nel breve periodo, può esserci il contraccolpo economico (perdite milionarie) con «tensioni tra gruppi criminali e difficoltà nel reperire nuova merce». Ma attenzione che, a più lunga scadenza, «la storia del narcotraffico insegna che le organizzazioni più strutturate tendono a reagire rapidamente: cambiando rotte, diversificando i porti di arrivo, moltiplicando i transiti intermedi, affidandosi a nuovi equipaggi o rafforzando i rapporti con broker capaci di rimettere in piedi la filiera».

Il cargo “Arconian” e le oltre 30 tonnellate di cocaina allineate sulla banchina, numerate una per una

Pubblicato il
16 Maggio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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