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Il patto fra fabbricanti di container fece volare i prezzi e moltiplicare i profitti

Dietro le quinte del blitz della giustizia Usa contro 4 colossi cinesi

La sede del Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti è a Washington

LOS ANGELES. Da un fronte caldo per l’ordinamento democratico come gli Stati Uniti di Donald Trump arriva la notizia del fatto che «il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato quattro dei colossi mondiali della produzione di container (Cimc, Singamas, Dong Fang e Cxic) e sette top manager, accusandoli di aver speculato sulla pandemia, costituendo un accordo di cartello per gonfiare artatamente i prezzi dei container standard». La notizia è stata ripresa dai giornali specializzati, fra i quali “Port news” dell’Authority livornese, segnalando che «secondo l’atto d’accusa della Corte Distrettuale della California, il cartello avrebbe pianificato a tavolino il raddoppio dei prezzi tra il 2019 e il 2024, tagliando deliberatamente la produzione per far schizzare la domanda».

L’informazione ufficiale è una lunghissima nota del Dipartimento di giustizia mette in evidenza che stiamo parlando di «quattro delle più grandi aziende produttrici di container al mondo» (ai quali se ne aggiungono altre due dei quali non vengono indicati esplicitamente i nomi) più sette dei loro massimi dirigenti. I nomi e i certificati anagrafici dicono una cosa: è tutta cinese «la cospirazione globale che colpisce miliardi di dollari di commercio». Sia come colossi aziendali sia come individui incastrati ma anche come luogo dell’illecito, visto che tutto discende da una riunione a metà novembre 2019 «nella sede di Cimc nella città di Shenzhen». Obiettivo del summit: ridurre il numero dei contenitori prodotti per fare in modo che “spintaneamente” il mercato ne facesse aumentare i prezzi.

Qualcosa di più di un generico accordo, sia chiaro: secondo l’accusa degli inquirenti statunitensi, i patti sarebbero stati precisi e rigidi:

  • mettere un limite determinato al numero sia di turni che di ore relativamente a ciascuna delle linee di produzione di contenitori;
  • predisporre una rete di 87 telecamere di videosorveglianza che tengano gli occhi aperti su ognuna delle 49 linee di produzione da monitorare così da evitare che qualcuno faccia il furbo e produca più container di quanto pattuito;
  • evitare di costruire nuove fabbriche che producano container;
  • mette in piedi un fondo che abbia in sé un “ingranaggio” tale da castigare in termini economico-finanziari qualsiasi “furbetto del container” che abbia la tentazione di eludere l’accordo che ne restringe la produzione.

A questo punto, si è messa già in moto la turbina del complottismo: Shenzen, luogo della riunione del presunto “cartello dei container”, e Wuhan, centro del contagio del Covid, sono distanti l’uno dall’altra più di mille chilometri ma la riunione e il contagio sono partiti negli stessi giorni di metà novembre (il “South China Morning Post” segnala che dagli archivi governativi il primo caso risale al 17 novembre 2019, secondo un giornale singaporeano la riunione dell’accordo sarebbe avvenuta il 14 novembre…). Lasciamo perdere le dietro-dietrologie. Sta di fatto che, come riporta “The Daily Maritime Executive”, testata specializzata della Florida, i conti di queste società hanno fatto faville: «I profitti di Cmic sono cresciuti da 20 milioni di dollarii nel 2019 a 1,75 miliardi nel 2021, Singamas perdeva 110 milioni di dollari nel 2019 e ha ottenuto un utile di 190 milioni due anni più tardi».

“Seatrade Maritime News”, giornale con radici nell’Essex (a est di Londra), cita il documento del Dipartimento statunitense per passare al vaglio i prezzi dei container standard: «sono approssimativamente raddoppiati tra il 2019 e il 2021». Più in dettaglio, ecco l’andamento dai prezzi dal 2019 al 2021: «un contenitore standard di 20 piedi «è più che raddoppiato da circa 1.600 a oltre 3.500 dollari», idem quello da 40 piedi («da circa 2.800 a oltre 5.900 dollari»), quello “high cube” da 40 piedi è balzato «da circa 3mila dollari a oltre 6mila» e l’analogo ma da 45 piedi «è aumentato da circa 4.100 dollari a oltre 5.730».

Dal punto di vista geopolitico, a complicare le cose c’è il fatto che in testa alla lista degli accusati c’è il numero uno di una società che proprio cinese non è bensì singaporeana: e singaporeano (di origini cinesi) è lui, alla testa per lunghi anni di qualcosa di più di una Confindustria dei colossi della città-stato del Sud Est Asiatico, che è talmente intrecciata all’architettura istituzionale del Paese da farlo diventare potentissimo parlamentare.

Detto questo come elemento che sbatacchia un po’ il quadro di riferimento, vale la pena di guardare dietro questo terremoto giudiziario e provare a intuirne qualcosa di più. Con due scenari ben differenti o forse magari ingarbugliati. In ballo c’è la violazione della legislazione antitrust, che rischia di essere una cosa seria: multe stratosferiche e più di dieci anni di galera…

Da un lato, in questi tempi in cui la guerra, la diplomazia e la giustizia sono armi intercambiabili, queste accuse che valgono castighi pesanti sono una cannonata che gli Usa sparano contro la Cina: lo fanno con strumenti da tribunale mentre spediscono proprio in quella zona fra Indonesia e Singapore il meglio della propria diplomazia così da cercare di avere il controllo dello stretto di Malacca, così indispensabile per i commerci di Pechino con tutta l’area dall’India all’Europa.

Insomma, è la Cina il nemico che verrà e per la Casa Bianca i colpi sotto la cintura sono più che ammessi: sono indispensabili. A maggiore ragione in un campo come la logistica del quale gli Usa hanno perso il controllo: non hanno un grande operatore fra le flotte di navi portacontainer, subiscono l’egemonia cinese in campo cantieristico navale.

Dunque, questa storia potrebbe essere letta come un siluro che il Dipartimento di giustizia – quello che, ricordiamolo, era in mano a Pam Bondi così criticata per la gestione ipertrumpiana degli “Epstein files” –  mette in mare contro il Dragone dell’Estremo Oriente. La giustizia è la continuazione della guerra (e della politica) con altri mezzi, verrebbe da dire: e al fondo al fondo, it’s the economy, stupid! Del resto, la legittimazione di un intervento così pesante non è tanto in nome di un astratto dogma dell’antitrust quanto perché l’accordo di “cartello” è andato a danno degli interessi degli americani. E l’interesse è uno: quello economico.

Attenzione, però: potrebbe valere  anche qualcosa di segno diverso. A cominciare dal fatto che a mettere in moto la valanga è la Corte  per il distretto settentrionale della California, territorio considerato finora roccaforte democratica.

L’uragano del trumpismo ha sconquassato molti dogmi e, ai nostri occhi,  trasformato gli Stati Uniti nel posto in cui ci si sbarazza dei “lacci e lacciuoli” che si consolidano nella burocrazia e, al tempo stesso, nel contrappasso dell’arbitrio dell’autocrate come un qualsiasi “stato libero di Bananas”. Si pensi agli “ordini esecutivi” firmati ormai a pacchi che rappresentano un funzionamento “in deroga” diventato quasi ordinario, pur di dribblare il Congresso e i percorsi di una democrazia occidentale. Per capirci: non sono norme che riguardano un settore ma più spesso provvedimenti contro un singolo soggetto nei riguardi del quale il governo più potente del mondo scatena l’inferno.

Fortuna che nelle democrazie occidentali qualche anticorpo c’è ancora: più che appartenere a una fazione politica avversa, sono costitutivi di un ordinamento di regole. È così che la giustizia si è mossa, ma per contestare la violazione della legge antitrust di Sherman: il mercato, ma con regole. Fare lo slalom fra i paletti delle leggi non libera il dinamismo dello spirito imprenditoriale bensì l’approfittarsi delle posizioni egemoniche anti-concorrenziali. Lo dice il Dipartimento di giustizia: il “cartello” ha consentito di tenere alti i prezzi (praticamente raddoppiando quelli precedenti) e ha fatto volare i profitti (in un caso l’aumento degli utili a beneficio di produttori di container è risultato «di circa cento volte».

Pubblicato il
21 Maggio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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