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FIRENZE

Sos manifattura, l’idea di Confindustria: un polo toscano dell’aerospazio

Come invertire il declino. I numeri dell’arretramento e le chance del futuro

Lapo Baroncelli, numero uno della Confindustria Toscana Centro e Costa, alla assemblea in agenda a Firenze

FIRENZE. Le cifre hanno la testa dura e niente è più impietoso: dal 2012 ad oggi il numero delle imprese manifatturiere è diminuito del 18% a Firenze, del 15% a Livorno e del 10% a Massa Carrara. Già così è una «perdita secca di capitale imprenditoriale e di lavoro», oltretutto da una trentina d’anni «il nostro territorio è cresciuto a ritmi sempre più lenti». E la demografia delle imprese si assomma a quella delle persone in carne e ossa: nei primi anni ’80 gli ultrasessantenni erano il 20% della popolazione, ora siamo sopra il 33%».

Le percentuali le mette in fila Lapo Baroncelli, presidente di quel pezzo di Confindustria toscana che ha l’ambizione di mettere insieme il baricentro del Granducato (Firenze) con la fascia litoranea (Livorno e Massa Carrara): lo fa all’assemblea 2026 che va in scena al teatro del Maggio. Aggiungendo: «Eppure, nonostante questi numeri, continuiamo ad esportare giovani e talenti, e con numeri che crescono ogni anno: semplicemente, non possiamo più permettercelo».

Prima di tutto reindustrializzare

La metafora che salta fuori la capisce anche l’ultimo della fila. Il riferimento all’esigenza di reindustrializzare non nasce dal fascino per una paroletta magica in attesa della prossima seduzione dell’immaginario collettivo: «È decidere se, nelle nuove catene del valore, vogliamo giocare in serie A o se ci accontentiamo di palleggiare in Promozione». Del resto, Baroncelli ricorda la sua scommessa come obiettivo di mandato: «la reindustrializzazione dei nostri territori» lavorando su un «progetto concreto e condiviso per rialzare il nostro tasso industriale». Tutto questo mentre l’industria ormai, in una città ex industriale come Livorno, pesa sulla ricchezza prodotta tutt’al più per un euro su sei.

L’assemblea insiste sugli aspetti della sicurezza: è anche ormai anche un settore dell’industria: dalla tribuna confindustriale il presidente immagina «una piattaforma manifatturiera della sicurezza e delle innovazioni tecnologiche “dual use” sul modello di un’ “Industrial Acceleration Area». Occhi puntati – dice – sulla filiera dell’industria della sicurezza che «si sta configurando come una filiera integrata che combina cybersecurity, tecnologie laser, fotonica e aerospazio, diventando una piattaforma abilitante per resilienza industriale e autonomia strategica». Con una proposta specifica:  dare vita al Distretto dell’Aerospazio.

Gli astronauti delo Shuttle in posa per la foto di gruppo davanti alla sede dell’azienda aerospaziale Kayser, sulla provinciale per il Gabbro, poco fuori Livorno

Il distretto dell’aerospazio: una tradizione che ha già radici

L’attenzione è forse ai grandi complessi di Leonardo e Thales nel cuore della Toscana o all’optronica (anch’essa fra Firenze e Campi Bisenzio). Si pensi che il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio (Ctna), nel suo tour fra le realtà del made in Italy in questo campo, aveva dedicato nel novembre di quattro anni fa un appuntamento al “Distretto toscano dell’aerospazio: opportunità e sinergie” e l’aveva organizzato a Pisa. In effetti, al di là dei poli storici dell’ingegneria aerospaziale nelle grandi università metropolitane italiane (Politecnici di Milano e Torino più La Sapienza a Roma), Pisa è insieme a Forlì (Bologna) e Bari uno degli atenei con una grande tradizione nella produzione di intelligenze per l’aerospazio.

Basta sfogliare le cronache del “Tirreno”, ad esempio, per accorgersi che, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non si parte affatto da zero. L’esperienza di ToscanaSpazio era il punto di riferimento per «oltre il 70% del comparto aerospaziale toscano», già all’inizio dello scorso decennio metteva insieme un fatturano di oltre 300 milioni di euro con 2mila addetti, la metà dei quali all’interno dei confini regionali, un portafoglio di almeno 200 prodotti tech made in Tuscany. Parliamo di una costellazione di soggetti costituito da piccole-medie imprese, un tris di grandi industrie, sette organismi di ricerca fra dipartimenti di ricerca dei tre atenei toscano, istituti del Cnr e l’Istituto di biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna.

L’identikit di questa galassia è soprattutto di medio-piccole realtà e un baricentro attorno all’area Livorno-Pisa, includendo anche un gioiello come Kayser che ha compiuto adesso 40 anni di attività con 150 esperimenti in orbita in un centinaio di lanci nello spazio, per gli enti spaziali italiano, europeo, americano, russo e cinese (e un primato continentale fra le imprese sul fronte delle scienze della vita nel cosmo). Ma ora è finita nell’orbita di una società lombarda, diventandone il dipartimento aerospaziale.

Non c’è solo Kayser: c’è Aerospazio Tecnologie, quartier generale a Rapolano (Siena) e polo nell’area interportuale di Guasticce per occuparsi di vuoto assoluto e tecnologie fotoniche per le telecomunicazioni ultraveloci; c’è Wiser che lavora per le agenzie spaziali internazionali; c’è Sitael che si occupa di propulsione avanzate e di satelliti. C’è pure la prospettiva degli usi futuribili dei materiali bidimensionali con la fabbrica BeDimensional che mette radici all’interporto fra Pisa e Livorno.

Apriamo gli occhi sulla “Yachting Valley”: l’industria che c’è già

Al di là di questo, meriterebbe il conto di accorgersi che, passati i fasti della metalmeccanica del c’era una volta, i cento chilometri di costa toscana a nord (con uno sforamento nel golfo di La Spezia) ha già al presente con i numeri nero su bianco un distretto della nautica di alta gamma che non ha eguali nel pianeta. Sì, esattamente così: nel pianeta. Una “Yachting Valley” che concentra una buona fetta della classifica dei primi 15 costruttori al mondo. Qui, oggi: senza inventarsi nulla se non aprire gli occhi…

Il cantiere Benetti a Viareggio: varo a scivolo dello yacht Lumina 44 metri. Azomt Benetti è da 26 anni consecutivi in testa alla classifica mondiale dei produttori di yacht oltre i 24 metri e numerose aziende della costa toscana (e spezzina) sono nella top 15 mondiale

Occhi puntati sulla sicurezza: l’invitato è Crosetto

Ma torniamo all’assemblea confindustriale e al titolo dedicato a “Sicurezza è sviluppo”. Balza agli occhi che la figura del governo presente (in video collegamento) non è un ministro dell’area economica bensì Guido Crosetto, responsabile del dicastero della difesa. Lo sottolinea lo stesso ministro: «Sono tempi strani, complessi. Tempi in cui Confindustria avverte la necessità di confrontarsi con il ministro della difesa: un invito che racconta, più di molte analisi, la profondità del cambiamento che stiamo vivendo». Aggiungendo: «Una volta la difesa sembrava qualcosa di lontano, confinato nelle caserme. Oggi sappiamo che non è così: la sicurezza riguarda il nostro quotidiano, il lavoro delle imprese, l’economia, le catene di approvvigionamento, l’energia, la libertà di navigazione, la stabilità dei mercati, in poche parole la possibilità stessa di costruire il futuro del Paese».

Gli sconquassi geopolitici – rincara – hanno dimostrato che «pace e sicurezza incidono direttamente sulle bollette, sui costi delle merci e sulla competitività dell’Italia: investire nella difesa non significa soltanto rafforzare la capacità militare del Paese. Significa anche sostenere industria, ricerca, innovazione, tecnologia, lavoro e crescita nazionale». Con una sottolineatura conclusiva: «La ricchezza di una nazione la crea chi produce, il compito dello Stato è difenderla e metterla nelle condizioni di crescere».

Il ministro della difesa Guido Crosetto in videocollegamento con l’assemblea di Confindustria a Firenze

Gli altri tasselli del puzzle sicurezza

Ma nella relazione che fa da bussola alla riflessione emergono anche accenti che, relativamente al bisogno di sicurezza, insistono sulla sicurezza economica, quella energetica, quella riguardante regole e tempi autorizzativi, quella su semplificazioni o sui mercati esteri, relativa agli aspetti sociali e alle infrastrutture, comprese quelle digitali. Come si sottolineerà più avanti Baroncelli: «Su queste declinazioni invitiamo istituzioni, categorie, sindacati, mondo della ricerca e della cultura a lavorare insieme a noi».

Di tutto questo ventaglio di sicurezze ce ne sono due in testa alla classifica dei desideri. La prima: regole e tempi autorizzativi. «È uno dei fattori di insicurezza più avvertito dalle imprese – viene ribadito dalla tribuna confindustriale – perché se non c’è certezza delle norme e dei tempi per il rilascio delle autorizzazioni non si fa impresa: si gioca al massacro del nostro futuro».

E l’altra? Riguarda l’energia. La competitività è una chimera se l’energia costa troppo. La relazione di Baroncelli rincara: «Per il nostro territorio significa azioni precise e concrete:

  • accelerare sulle rinnovabili;
  • sviluppare i sistemi di accumulo;
  • promuovere l’autoproduzione e le comunità energetiche;
  • investire nell’efficienza energetica dei siti produttivi e accompagnare i comparti più esposti nella transizione.

Fin qui non c’è la parola “energia nucleare”. Ma il leader confindustriale non usa mezzi termini: «La reintroduzione del nucleare, integrato a rinnovabili e reti smart, è una condizione di sopravvivenza industriale, oltre che di sovranità e di decarbonizzazione. Non è possibile che la seconda manifattura d’Europa abbia una dipendenza energetica dall’estero del 74%».

Anche sicurezza sociale, si era detto: «È il presupposto che riassume tutte le altre declinazioni della sicurezza: la tenuta industriale e la tenuta sociale – avverte Baroncelli camminano insieme; reindustrializzare il territorio significa generare occupazione di qualità, rafforzare competenze, creare mobilità sociale, offrire prospettive ai giovani».

Sicurezza vuol dire anche attenzione al bisogno abitativo

Secondo quanto riporta “T24”, il giornale online confindustriale, parlando con i giornalisti, Baroncelli mette l’accento anche su un particolare aspetto sociale sotto il profilo dell’emergenza abitativa: c’è il rischio che a difficoltà di trovare addetti dipenda dal fatto che i dipendenti non trovano dove vivere o magari gli affitti si mangiano una robusta fetta della busta paga. Che fare? Il numero dell’associazione segnala il confronto con la sindaca fiorentina per arrivare a un piano casa che guardi al di là dei confini municipali e metta insieme edilizia pubblica e sociale, patrimonio privato, riuso dello sfitto e rigenerazione urbana. Con il format di un “modulo Firenze”, un alloggio-tipo con standard decenti e adattabili. È questo un aspetto sul quale, rispondendo a margine dell’evento alle domande dei cronisti, ha insistito anche la sindaca Funaro parlando anche dello “staff-housing”.

Ma chiedete qualcosa anche all’Europa? La parola al leader degli industriali italiani, Emanuele Orsini. Parlando con i giornalisti, dice: «È un momento complesso dal punto di vista geopolitico, e l’Europa deve fare veramente i compiti a casa». Tradotto: l’Europa non può stare alla finestra senza difendere il proprio sistema produttivo mentre la Cina “sponsorizza” la possibilità delle proprie imprese di andare alla conquista di mercati a suon di prezzi bassi: se si indica che è indispensabile dotarsi delle risorse grazie a un debito pubblico europeo – avverte –  «non lo facciamo per finanziare le piste ciclabili, ma per fare esattamente ciò che fa la Cina». Dazi? No, semmai l’applicazione del “principio di reciprocità”, afferma Orsini: come riporta “La Nazione”,  negli ultimi tre anni il nostro Paese «ha accumulato un disavanzo di 46 miliardi, aumentando gli acquisti dalla Cina di quasi 14 miliardi l’anno: dobbiamo fermarci, è in gioco la salvaguardia stessa dell’Europa» (che ha uno squilibrio commerciale superiore ai 300 miliardi).

 

Pubblicato il
6 Luglio 2026
di BOB CREMONESI

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