Sos Pierburg, il governo faccia valere nel negoziato il peso che ha
«Rheinmetall ha in ballo enormi commesse pubbliche in Italia»

Pierburg stabilimento Livorno
LIVORNO. Lo stabilimento Pierburg di Livorno non solo è alle prese con «il terzo anno consecutivo di utilizzo degli ammortizzatori sociali (contratto di solidarietà)» ma rientra nel pacchetto degli impianti che il colosso tedesco Rheinmetall, nella sua virata in direzione delle produzioni militari, ha venduto al fondo Aequita: a giudizio del sindacato, l’ha fatto senza garanzie sufficienti per le prospettive occupazionali dei lavoratori. Adesso la Cgil torna alla carica per dire al ministero che deve piantarla con gli indugi: il governo deve farsi sentire davvero dalla multinazionale tedesca perché, in realtà, ha in mano uno strumento negoziale fortissimo.
Di cosa si tratta? Gianfranco Francese e Massimo Braccini, segretario generale della Cgil livornese il primo e numero uno della Fiom territoriale l’altro, lo indicano senza girarci intorno: si riferiscono ai «maxi-contratti della Difesa e alle ingenti commesse da oltre 5 miliardi per i nuovi carri armati destinate alla joint venture tra Rheinmetall e Leonardo».
Come dire: il ministero non può semplicemente limitarsi a convocare le parti e guardarle come fosse un notaio: a giudizio di Cgil e Fion, il governo italiano deve «sfruttare il peso di queste milionarie commesse per esercitare la massima pressione sui vertici di Rheinmetall, imponendo alla multinazionale impegni e vincoli precisi sul sito di Livorno prima di concedere qualsiasi via libera».
Quanto ai vincoli e agli impegni, il riferimento è uno: ottenere che nella compravendita (già annunciata ma la cui conclusione definitiva è prevista per fine anno) siano inserite «precise clausole di salvaguardia produttive e occupazionali per gli stabilimenti italiani: ad oggi risultano del tutto assenti». In realtà, è nel rapporto con le fabbriche italiane del gruppo, Livorno compresa, che questo accade: per gli stabilimenti tedeschi c’è stato tutt’altro trattamento.
«La disparità con la Germania è stridente: a differenza dell’Italia, i siti tedeschi del gruppo Rheinmetall – sottolineano Francese e Braccini – si sono garantiti accordi vincolanti e un diritto di priorità per la riallocazione delle lavorazioni. In questo contesto l’idea che un fondo di investimento possa da solo garantire il futuro industriale senza un chiaro piano di carichi di lavoro appare del tutto illusoria».
I due dirigenti sindacali mettono l’accento sulla «fortissima preoccupazione» per i destini dei lavoratori: «Per le 220 famiglie coinvolte, le pesanti ricadute sul reddito e l’incertezza sul futuro richiedono molta cautela nell’affrontare questa difficile vertenza». A maggior ragione – viene sottolineato – dopo che al tavolo ministeriale del 14 settembre si è avuta «l’ennesima fumata nera»: l’assemblea dei lavoratori ha votato un pacchetto di 10 ore di sciopero, «denunciando l’assenza di qualsiasi garanzia formale».
«Non si può continuare a prendere tempo mentre i lavoratori pagano il prezzo più alto», dicono Francese e Braccini. Cgil e Fiom ribadiscono che al prossimo incontro ministeriale «l’azienda dovrà presentarsi con figure titolate a sottoscrivere garanzie occupazionali scritte e volumi produttivi certi, mettendo fine a promesse che non trovano alcun riscontro nei fatti».











