Riforma portuale: perché no, eliminando i “nanismi locali”?

Fabrizio Vettosi

LIVORNO – Fabrizio Vettosi, Investment & Advisory di VSL Club Spa, è tra gli esperti nazionali uno dei più impegnati – e spesso anche urticanti nelle sue analisi – sui temi delle normative che determinano la logistica d’oggi. Siamo dunque lieti di ospitare queste sue considerazioni in merito all’ormai lungo, complesso e spesso contraddittorio dibattito che sta accompagnando l’iter della riforma della riforma portuale nazionale. (A.F.)

MILANO – Riforma portuale, questo lungo tormentone. Due settimane fa mi trovavo alla cena ufficiale dell’European Shipping Summit a Bruxelles e casualmente al mio tavolo vi era, seduto accanto a me, un altissimo rappresentante del Ministerio de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana del Governo Spagnolo: il quale mi ha posto una domanda che mi ha lasciato piuttosto perplesso e che cito testualmente: “Ho sentito che volete emendare la vostra legge portuale, ma siete pazzi? Ho anche ascoltato qualche mio collega Italiano al vertice del Ministero – ha detto ancora – che mi dice che volete adottare il nostro schema di Puertos del Estado; siete due volte pazzi”. 

In effetti, nel corso della piacevolissima discussione (non bevendo vino entrambi, se non ottima acqua di fonte belga) ho capito che le sue riflessioni non erano tanto frutto del giudizio negativo del modello spagnolo, quanto del fatto che lui aveva molto ben studiato quello Italiano che riteneva essere, in particolare con riferimento alla governance, molto più efficiente e snello; soprattutto, – udite udite! – a suo dire, meno politicizzabile di quello spagnolo che – sempre a suo dire – con il doppio livello (centrale, e locale con ben 28 Authorities) ha praticamente consegnato alla politica tutto il sistema portuale con duplicazioni di costi e rappresentanze.

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