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LA MULTINAZIONALE

Pierburg, chi è il fondo tedesco Aurelius in pole position per comprarla

Il sindacato: «Niente cessione senza garanzie». E mercoledi 5 sciopero di due ore con presidio

Sede Pierburg stabilimento di Livorno

LIVORNO. La casa madre Rheinmetall ha deciso di cogliere al volo la sterzata geopolitica che non dall’altro ieri con Trump e Khamenei ma ormai da qualche anno sta dirottando il modello di sviluppo in direzione del rafforzamento del complesso militare-industriale: lo fa dismettendo le attività dell’indotto auto, compreso lo stabilimento livornese di Pierburg Technology Italy. In pole position, a quando risulta al sindacato dei metalmeccanici Cgil, c’è il fondo Aurelius.

È una realtà della finanza tedesca che ha mostrato un certo attivismo anche nel nostro Paese. Negli ultimi anni sono finite nel radar di possibili acquisizioni, talvolta andate a segno e talvolta no, pure marchi storici come Plasmon con Nipiol e Dieterba (prodotti per l’infanzia), Fiamm Energy Technology (batterie), Dayco (componentistica auto), Riello (caldaie e climatizzatori), solo per dirne alcuni. Livinsgton, istituto di investmenti indipendente specializzato nel “mid-market”, definisce Aurelius «una società globale di investimenti alternativi focalizzata su private equity, private debt e real estate» che, fondata nel 2005, è specializzata «in situazioni complesse e di trasformazione come “carve-out” societari, passaggi generazionali e aziende in  difficoltà».

Un’attenzione al mercato italiano che è data anche dalla scelta non solo di avere una sede milanese dal 2023 per la capogruppo ma anche di insediare all’ombra della Madunina la squadra del proprio marchio “Aurelius Growth”, una realtà dalla costola della società madre nel 2016 e in grado in questi dieci anni di  completare «più di 80 transazioni». L’annuncio è stato dato proprio in questi giorni: a guidare l’équipe sarà Massimo Maruelli. A guidare i 400 professionisti di questa “squadra” nel campo della finanza restano i due soci fondatori: Dirk Markus e Gert Purkert, entrambi un passato in McKinsey, l’uno dopo aver fatto un passaggio da Harvard e l’altro con alle spalle una laurea in fisica e l’impegno in una “boutique-bank”.

Ma a riportare sotto le luci del palcoscenico il caso Pierburg non sono le notizie dal versante della finanza: anzi, vengono tenute per quanto possibile all’interno delle stanze riservate. Chi le rimette al centro della scena è il sindacato a Livorno, dove come detto è presente uno stabilimento di Pierburg Technology Italy che vale poco meno di 250 buste paga.

Sia a livello aziendale con la rsu sia su scala territoriale con la Fiom Cgil provinciale, non digeriscono affatto l’idea che la questione resti nel chiuso delle trattative fra consigli d’amministrazione e avvocati d’affari. Per questo motivo per mercoledì 11 marzo sono  annunciate due ore di sciopero con presidio davanti allo stabilimento di via Salvatore Orlando, periferia nord di Livorno, a poche centinaia di metri dal varco portuale Valessini.

«È indispensabile – dicono dal quartier generale di rsu e Fiom – che, prima della sottoscrizione di qualsiasi atto di cessione, vengano formalizzate garanzie vincolanti a tutela dell’occupazione, del perimetro produttivo e del futuro industriale del sito livornese».

A giudizio della rsu e della Fiom Cgil livornese è «inaccettabile che si proceda alla vendita senza clausole di salvaguardia occupazionale pluriennale, senza impegni chiari su investimenti e volumi produttivi, senza mantenimento dell’attuale perimetro industriale e senza garanzie sulla continuità contrattuale e societaria». Aggiungendo poi: «Per stabilimenti analoghi in Germania sono state previste tutele precise, non esistono ragioni per cui ai lavoratori italiani debbano essere riconosciute condizioni inferiori».

Stavolta i lavoratori livornesi si sono coordinati con quelli di un altro stabilimento Pierburg di analogo tipo e con analoghi problemi: quello di Lanciano, in Abruzzo. È questa – viene sottolineato – la riprova che «la preoccupazione riguarda l’intero perimetro industriale italiano della divisione».

La rsu e la Fiom-Cgil tornano a chiedere «una convocazione urgente al ministero delle imprese e del Made in Italy» così da fare in modo che «le garanzie vengano definite prima della conclusione dell’operazione: il lavoro e il futuro industriale del territorio non possono essere subordinati a operazioni finanziarie prive di responsabilità sociale».

Pubblicato il
4 Marzo 2026

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