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LA CESSIONE AL FONDO

Pierburg, i lavoratori rispondono con scioperi e presidio

Delusione per il nulla di fatto al tavolo ministeriale

Bandiera Fiom Cgil davanti alla Pierburg durante lo sciopero

LIVORNO. Il braccio di ferro allo stabilimento livornese Pierburg non si sblocca e i lavoratori, all’indomani dell’«ennesimo rinvio senza risposte concrete emerso al tavolo ministeriale», hanno fatto un’ora di sciopero e, davanti alla fabbrica a poche centinaia di metri dal varco portuale Valessini, hanno effettuato un presidio al quale è intervenuto anche il sindaco di Livorno, Luca Salvetti. Per mercoledì 16 i lavoratori in assemblea – con un documento approvato a larga maggioranza con due contrari – hanno proclamato tre ore di sciopero per ciascun turno di lavoro. È previsto che una delegazione di lavoratori venga ascoltata nel corso del consiglio comunale nel quartiere periferico di Corea, in “trasferta” all’esterno del Palazzo Civico. Nel frattempo è stato messo sul tavolo «un pacchetto di 10 ore di sciopero»: le modalità saranno stabilite dalla Rsu e dalla Fiom Cgil a sostegno della vertenza».

«Forte preoccupazione e profonda indignazione» sono stati espressi dall’assemblea per il nulla di fatto del faccia a faccia a Roma, è stata denunciata «l’insostenibilità della situazione» visto che lo stabilimento di Livorno è «ormai al terzo anno di ammortizzatori sociali (contratto di solidarietà)» e questo porta con sé «pesanti ricadute» sul reddito dei lavoratori.

Cosa c’è che non va? Il documento dei lavoratori contesta soprattutto due cose. L’una: sono «del tutto insufficienti e prive di garanzie industriali» le modalità con cui avviene il passaggio di mano da colosso multinazionale Rheinmetall al fondo Aequita (che, proprio in quanto soggetto puramente finanziario, «da solo non garantisce i carichi di lavoro e il futuro produttivo»). L’altra: c’è una «palese disparità» nel trattamento per i lavoratori italiani, Livorno inclusa, e quello per i dipendenti tedeschi, dato che nlle fabbriche tedesche sono state date «tutele vincolanti e formali» mentre per quelli italiani no.

È per questo che l’assemblea respinge al mittente la tattica della “melina a centrocampo”, con l’azienda che si presenta al tavolo ministeriale soltanto per prendere tempo. I lavoratori dicono che non vogliono ulteriori rinvii e pretendono che all’incontro in sede ministeriale l’azienda si presenti con soggetti che abbiano il potere di trattare «garanzie occupazionali concrete, investimenti reali e allocazione di volumi produttivi certi».

Pubblicato il
16 Settembre 2026

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