La banca-fantasma gestiva decine di milioni: indagini anche in Toscana
Con i cani annusa-banconote a caccia dei contanti nascosti

Cassieri clandestini della banca fantasma nei filmati della Guardia di Finanza
PADOVA. Altro che capannoni di iper-periferia in cui ammonticchiare merce scadente e giacigli dove far dormire povericristi sfruttati come lavoratori, stavolta l’associazione a delinquere di matrice cinese al centro delle indagini della Guardia di finanza è accusata di qualcosa di ben più complesso: aver creato «una banca clandestina» con l’intenzione di «riciclare i proventi derivanti da molteplici attività illecite, tra cui evasione fiscale, usura e abusiva attività bancaria e finanziaria». C’è anche la Toscana – segnatamente la zona di Prato – sotto la lente degli investigatori delle Fiamme Gialle dei comandi provinciali di Venezia e di Padova che, coordinati dalla Procura, hanno eseguito una sfilza di misure cautelari disposte dal gip del tribunale di Padova. Indagini talmente complicati che per rintracciare i contanti sono state utilizzate unità cinofila specializzate come i “cash dog”.
Non è per modo di dire che gli 007 della Finanza parlano dell’«esistenza di una vera e propria banca». La sede era «videosorvegliata e dotata di casseforti e macchine conta-soldi» e vi si accedeva «previa identificazione mediante telecamere esterne»: è lì che quotidianamente venivano concentrati i contanti ricavati da una vasta gamma di attività irregolari in attesa di esser reinvestiti. In cosa? Ad esempio, in prestiti a tassi usurari («anche del 120% annui») in favore di imprenditori e altri soggetti, ma anche «in conversione in criptovalute oppure in pagamenti in nero».
Secondo le indagini risulta gestita da tre soci, tutti finiti in carcere. Ma c’erano anche collaboratori con tanto di busta paga («alla stregua di veri e propri dipendenti»). All’interno operavano «tre cassieri che annotavano in libri giornale tutte le operazioni di entrata e di uscita»: sono finiti agli arresti domiciliari.
È stato proprio seguendo il denaro («occultato in buste della spesa, scatole di scarpe, confezioni alimentari, valigie, buste e borsoni di ogni genere») che è stato possibile risalire – viene messo in risalto – a «un anomalo flusso di persone in entrata e in uscita da un immobile nella zona industriale di Padova, dove risultavano spesso parcheggiate auto di grossa cilindrata e di lusso».
Beninteso, la cosa andava avanti da un pezzo: l’accusa, ancora tutta da dimostrare in giudizio così come per ogni aspetto dell’indagine, è che la banca fosse in piedi «almeno dall’aprile 2025». I finanzieri lo riconducono al «fenomeno del cosiddetto “underground banking”, sistemi bancari informali e paralleli rispetto al circuito ufficiale, operanti su scala transnazionale e basati su reti fiduciariamente strutturate». Cioè: «circuiti finanziari illegali, che si caratterizzano per lo svolgimento di una pluralità di servizi finanziari in assenza delle prescritte autorizzazioni». Un po’ alla buona perché clandestina ma non ci si immagini qualcosa di raffazzonato e dilettantesco: i servizi comprendevano «la raccolta e la movimentazione di denaro contante, la compensazione di posizioni debitorie e creditorie tra soggetti localizzati in differenti Paesi, l’elargizione di prestiti non tracciati a breve termine».
Per capire la portata della cosa, basti dire che dalle indagini è emerso che, «collegati alla banca, vi erano anche diversi centri di raccolta del denaro contante». A cominciare da quello a Padova, all’interno dell’abitazione di uno dei soci dell’istituto di credito occulto: lì accoglieva i clienti, fra loro risulta esserci anche un imprenditore italiano che vive a Dubai (è stato posto agli arresti domiciliari per aver riciclato dall’ottobre scorso a ora «circa 600mila euro di denaro contante».
Non era l’unico: un secondo luogo di raccolta era a Saonara, una dozzina di chilometri fuori Padova, nella casa di un altro socio (con tanto di «macchina conta-banconote e un brogliaccio di tutte le operazioni effettuate»). Una terza “filiale” era in una struttura all’ingrosso presente in zona: era il collettore che prendeva soldi da una galassia di commercianti.
Per completare la filiera finanziaria con un extra solo apparentemente poco integrato, ecco che nelle immediate vicinanze della banca clandestina era stata realizzata una bisca: anch’essa, inutile dirlo, clandestina. Con «tavoli automatici collegati a monitor»: qui veniva esercitata in modo illecito l’attività di gioco d’azzardo; qui i giocatori potevano contare sulla “dote” in contante preso in prestito dai cassieri dell’istituto di credito.
Le Fiamme Gialle patavine e lagunari hanno proceduto al sequestro preventivo della banca occulta e a bloccare «somme di denaro contante, disponibilità finanziarie, criptovalute, immobili, auto di lusso e altri beni di pregio (tra cui orologi e gioielli) per un ammontare complessivo superiore ai 40 milioni di euro».
Al tirar delle somme, risultano complessivamente 21 gli indagati: per 7 persone è stata disposta la custodia cautelare in carcere con divieto di incontro, per 5 sono stati ordinati gli arresti domiciliari, per altri 5 è scattato l’obbligo di dimora nei comuni di residenza. Nel frattempo è stata dispiegata una operazione che ha coinvolto Padova, Venezia, Treviso, Brescia, Milano e Prato con 35 perquisizioni domiciliari e aziendali. Come specificato dalla Guardia di Finanza, i reati sotto la lente sono – oltre all’associazione a delinquere – «riciclaggio, autoriciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, usura, abusiva attività di raccolta del risparmio, ricettazione, abusiva attività bancaria, abusiva attività di prestazione di servizi di pagamento, abusiva attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, emissione di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione, con l’aggravante del carattere transnazionale delle condotte, commesse tra l’Italia, altri Paesi europei e la Cina».
Per compiere il blitz sono stati «coinvolti oltre 200 militari appartenenti al nucleo di polizia economico-finanziaria di Venezia e al Gruppo di Padova, con il supporto operativo del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata (Scico), del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche e di militari in forza ad altri Reparti del Veneto qualificati per le acquisizioni digitali forensi.
All’esito delle attività investigative è stato possibile ricostruire la struttura dell’organizzazione criminale e individuare promotori, organizzatori, responsabili della pianificazione delle attività illecite e della gestione dei principali flussi finanziari: di spicco sono risultate in particolare:
Fra i personaggi più rilevanti in questo carosello di figure:
- due donne finite in carcere che avevano un ruolo di rilievo nella raccolta e nella distribuzione del denaro contante; potevano contare su «una rete di prestanome, cinesi e rumeni, utilizzati per l’intestazione fittizia di imprese e rapporti bancari»;
- un uomo, chiamato “il commercialista” che era specializzato nell’apertura e gestione di società “di comodo”
- un altro uomo, che si occupava dell’apertura di conti correnti per permettere il trasferimento all’estero del denaro: l’uno e l’altro sono in carcere.
L’organizzazione però aveva un «elevato grado di flessibilità e adattabilità operativa, anche attraverso la continua costituzione e cessazione di entità societarie». Tutto questo apri-chiudi consentiva di «far fronte a imprevisti»: ad esempio, «la tempestiva sostituzione di personale operativo» che magari era stato espulso o allontanato.
A far quadrare tutto ci pensavano le società “cartiere”: nessuno scopo se non quello di fare fatture fittizie («per decine di milioni di euro») relative a operazioni inesistenti, così da ridurre fortemente l’imponibile o generare indebiti crediti d’imposta. Venivano intestate a «soggetti compiacenti o inconsapevoli, privi di capacità economica, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei reali beneficiari delle attività». Non solo: il gruppo riusciva anche a farsi consegnare «passaporti, carte d’identità e patenti intestati a cittadini cinesi presenti sul territorio nazionale o rientrati in Cina». Utili per aprire società e conti correnti facendosi passare per qualcun altro. Bastava scegliere nel mazzo quello un po’ più somigliante.
L’indagine però non si è fermata ai cinesi: è venuta a galla la presenza anche di imprenditori italiani. Cosa ci facevano? Avevano un obiettivo: farsi dare contanti relativi a fatture inesistenti o scambiando denaro con criptovalute. Serviva per dribblare sistematicamente e rendere ingarbugliata la ricostruzione dei flussi finanziari così da favorire «l’occultamento dell’origine dei capitali e il loro successivo reimpiego nel circuito economico legale». Quanto al riciclaggio, gli importi venivano spezzettati e messi su un vasto ventaglio di conti correnti, meglio se tramite pagamento elettronico e carte prepagate. Risultato: in pochi mesi sono spariti all’estero «diversi milioni di euro verso la Cina, talvolta con triangolazioni europee in Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Lituania e Lussemburgo».











