Pisa è nel cuore della storia dell’internet made in Italy: ecco perché
Esattamente 40 anni fa il primo collegamento, ma c’è anche altro…

Museo degli strumenti per il calcolo a Pisa, ricostruzione della CEP Calcolatrice Elettronica Pisana
PISA. Esattamente quarant’anni fa è nato Internet nel nostro Paese: in un bel mercoledì di primavera dal Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (Cnuce) di Pisa parte il primo collegamento alla rete globale. Adesso c’è una targa che, a poche centinaia di metri dalla Torre Pendente e da piazza dei Miracoli, ricorda in via Santa Maria quell’evento.

Luciano Lenzini, prof Università di Pisa al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione
Eccoci all’esordio di Internet. È un progetto rilevante ma la sua portata non è ancora pienamente percepita, come rievoca Luciano Lenzini, docente del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e tra i protagonisti di quella fase: «Il 30 aprile partì un “ping” verso un computer della Pennsylvania. Dopo pochi millisecondi arrivò la risposta: la connessione era stabilita. L’Italia era in rete».
A inviare il comando, però, non è Lenzini: è lui, allora numero uno del Cnuce, è il ricercatore che si è dannato l’anima per agganciare l’Italia a internet ma in quel momento è fuori per missione. Il comando lo invia un suo collaboratore, Antonio Blasco Bonito, oggi settantacinquenne, come racconta a “Repubblica”: «Sono l’uomo che ha connesso l’Italia a internet, la rete che oggi è la casa del mondo. Il merito principale non è certo mio, ma quel giorno davanti a un computer grande quanto un frigorifero che si chiamava Butterfly Gateway ero solo».
«Mai una prima volta fu più sobria di così», annota la cronista del quotidiano romano. Lo dice anche Blasco Bonito: niente festeggiamenti, solo una telefonata a Lenzini per dirgli che era andato tutto ok. «Il giorno dopo abbiamo preparato un comunicato stampa da inviare ai giornali». Risultato: zero, nemmeno un rigo. In effetti, c’era stato qualche giorno prima l’incidente di Chernobyl e il mondo sembrava sottosopra («però ci restammo un po’ male»).
Oltretutto, in realtà quel “ping” non era andato semplicemente al di là dell’Atlantico e stop. L’itinerario era stato un po’ più complicato, lo spiega Blasco Bonito a “Repubblica”: «Dopo tanti tentativi andati a vuoti per vari giorni, avevo inviato il “ping” da Pisa al centro di Telespazio nella piana del Fucino, attraverso una linea terrestre. Lì una antenna lo aveva trasmesso nello spazio, a un satellite Intelsat, che lo aveva recapitato a un’altra antenna negli Stati Uniti. Una linea terrestre americana gli aveva permesso di compiere l’ultima tappa fino alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania».
Alla base di quel risultato c’erano stati i contatti di Lenzini con Robert Kahn, uno dei padri di Internet, che nel 2006 riceverà a Pisa la laurea honoris causa insieme a Vinton Cerf. «Per noi – continua Lenzini – era un grande progetto di ricerca al quale, chi si occupava di reti, aspirava a partecipare. La vera svolta arrivò all’inizio degli anni Novanta, con l’invenzione del web».
Ma in realtà, come raccontano dal quartier generale dell’università di Pisa per presentare l’iniziativa del 40° compleanno, «nessuna innovazione nasce davvero in un solo giorno». È quanto salta fuori in occasione dell’evento che il 13 maggio l’ateneo pisano ha messo in cartellone. Titolo: “Internet-40. Dalla prima connessione ai cittadini digitali. Innovazione, società e nuove sfide tra intelligenza artificiale e sicurezza”.

Alcuni macchinari presenti nel museo pisano dei calcolatori
Pisa comunque c’entra: non solo con quella sorta di “calcio d’inizio” ma anche per gli studi che lo precedono. Il riferimento è alla metà degli anni ’50: c’è «un finanziamento di 150 milioni di lire» e c’è una lettera di Enrico Fermi al rettore dell’Università di Pisa, Luigi Avanzi. Sono quattrini che, facendo tutte le immaginabili fatiche del caso, in città così bersagliate dalla guerra e dai bombardieri: secondo quanto viene riferito, li hanno tirati fuori con 150 milioni di gocce di sudore, le Province e i Comuni d Pisa, Livorno e Lucca. Immaginatevi voi: i governi locali che hanno il coraggio di accantonare una tal cifra, in mezzo a mancanza di tutto (alloggi, lavoro e pane), in nome dell’intenzione di costruire una macchina calcolatrice elettronica. Con il viatico di una lettera dello scienziato Enrico Fermi, ma sull’altro piatto della bilancia c’erano tensioni sociali incandescenti…
Il filo rosso della ricostruzione fatta dall’ateneo pisano poi cita il frutto di quella intuizione: la nascita della Calcolatrice Elettronica Pisana (Cep). Ci penserà nel ’61 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi a inaugurarla: si tratta di uno dei primi grandi calcolatori europei, oggi è conservato al Museo degli Strumenti per il Calcolo dell’Ateneo. Ma la conseguenza principale non sono stati tanto i congegni quanto i cervelli: attorno a quel mondo nasce una comunità di ricercatori. Lo dirà il rettore dell’Università di Pisa Alessandro Faedo: «Quando fu compiuta la Cep, scoprimmo che il risultato più grande non era la macchina in sé, ma quello di aver costituito un gruppo di studiosi che voleva continuare a lavorare scientificamente in questo campo».
Di lì a qualche anno a dar vita, al debutto del Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (Cnuce). Anche in questo caso ci vuole un presidente della Repubblica per tagliare il nastro: è Giuseppe Saragat. Il Cnuce prende il volo anche grazie alla donazione di un Ibm 7090, che fa da fulcro per il decollo informatico delle infrastrutture pisane dedicate a questo nuovo sapere: nel 1969 il primo corso di laurea in Ingegneria dell’Informazione in Italia; nel 1974 il centro passa al Cnr.
Anche con la nuova fase all’insegna del World Wide Web troviamo ancora Pisa protagonista. «Ero studente di fisica e al Cern conobbi Tim Berners-Lee», racconta Maurizio Davini, docente dell’Università di Pisa e coordinatore del Green Data Center. «Mi colpì il computer che utilizzava, un NeXT, allora rarissimo. Per curiosità mi avvicinai». Da quell’incontro nacque qualcosa di più: «Mi mostrò un progetto su cui stava lavorando, il World Wide Web, e mi diede il codice per provarlo a Pisa su sistemi Unix». Così www.unipi.it divenne la prima pagina web italiana. Fino ad allora la rete era usata soprattutto in ambito scientifico, per lo scambio di file e posta elettronica.
Vale la pena di ricordare che a Pisa è conservata anche la macchina da cui partì quel primo “ping”: un Mac del 1984, oggi esposto al Museo degli Strumenti per il Calcolo dell’Ateneo pisano. «Prima di Internet, il principale uso dei personal computer domestici erano i videogiochi», osserva il direttore del museo, Giuseppe Lettieri. Oggi c’è una nuova frontiera dopo che in passato la rivoluzione in questo campo ha trasformato comunicazione, economia e società. La rete guarda di nuovo alla fisica per il suo sviluppo: l’internet quantistico. «Il paradigma cambia radicalmente rispetto all’internet classico», spiega Lenzini. «Si parla di “entanglement” e teletrasporto: concetti che, dal punto di vista della ricerca, hanno ancora qualcosa di fantascientifico».
Secondo la comunità scientifica, l’internet quantistico non sostituirà quello attuale, ma lo affiancherà, rendendo possibili applicazioni oggi impensabili, come la condivisione di informazioni crittografate in modo intrinsecamente sicuro. «Esiste già un’infrastruttura europea sviluppata dalla Quantum Internet Alliance con alcuni funzionamenti di base, che necessitano ulteriori sviluppi soprattutto per le memorie quantistiche»: a dirlo è Marilù Chiofalo, prof dell’Università di Pisa e tra le firmatarie del manifesto internazionale Women for Quantum. «Gli investimenti sono rilevanti, ma è necessario prestare attenzione al contesto geopolitico». Si tratta di tecnologie con possibili applicazioni anche militari. Per questo, conclude Chiofalo, «è essenziale che il loro sviluppo sia accompagnato da consapevolezza, trasparenza e cooperazione internazionale».











