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IL LUTTO

Carlo Ginzburg, lo studioso che ha reinventato il modo di scrivere la storia

La Normale ricorda l’intellettuale che è stato allievo e prof controcorrente

Lo storico Carlo Ginzburg morto a Bologna all’età di 87 anni

PISA. «La Scuola Normale Superiore perde uno dei suoi figli e dei suoi maestri più grandi». Non potrebbe essere più affettuoso l’ultimo abbraccio che dall’istituzione universitaria d’eccellenza arriva per Carlo Ginzburg, morto a 87 anni a Bologna, che della Scuola era stato «allievo del corso ordinario e di perfezionamento, poi professore ordinario ed emerito»: soprattutto, «fra le voci più originali e influenti della storiografia contemporanea», come mette nero su bianco l’omaggio della Normale nel giorno del lutto.

No, Carlo Ginzburg non è stato uno dei tanti studiosi che hanno fatto lo storico come semplicemente fosse un “mestiere”. Al contrario, – ed è questo il senso profondo del tributo della “sua” Scuola – è stato un intellettuale che ha cambiato il modo di scrivere la storia: l’ha fatto in maniera che «restituisce voce a chi ne è privo, mostra che il rigore della prova è una forma di giustizia, tiene fede a un’idea esigente di verità in tempi che spesso la irridono».

A dirla tutta, Carlo Ginzburg non era uno qualsiasi nemmeno ai tempi dei primi vagiti nella culla: classe 1939, suo padre è quel Leone Ginzburg martire dell’antifascismo e della Resistenza, ammazzato nel carcere dal regime fascista nel carcere di Regina Coeli nel ’44, e sua madre è quella Natalia Levi che tutti conosceremo come Natalia Ginzburg, la scrittrice figlia di un illustre scienziato ebreo e nipote del poeta premio Nobel Eugenio Montale. «Una casa in cui scrittura, pensiero, impegno politico ed etico sono una sola materia», così lo ricordano alla Normale, sottolineando che «il nodo familiare attraversa tutta la sua opera, fino all’ultima pagina del recentissimo “Il vincolo della vergogna. Letture oblique” (Adelphi, 2026): la sua ultima parola.

Carlo Ginzbug ha studiato alla Normale dal ’57 al ’61 come allievo del corso ordinario, poi nel corso di perfezionamento fino al 1962. È stato prof in università e centri di ricerca di mezzo mondo: solo per citarne alcuni, vale la pena di ricordare Bologna, Harvard, Yale, Princeton, il Getty Center, il Warburg Institute di Londra, l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Dal 1998 è alla Ucla, fino alla chiamata della “sua” Normale, dove dal 2006 al 2010 tiene la cattedra di Storia delle culture europee. Membro dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, dell’American Academy of Arts and Sciences, socio Lincei, riceve fra molti altri riconoscimenti il Prix Aby Warburg, il Premio Antonio Feltrinelli, il Premio Balzan, l’Humboldt-Forschungspreis. I suoi libri sono tradotti in più di trenta lingue; riceve diciannove lauree honoris causa.

La sua opera – viene sottolineato – scioglie un nodo che molti credono insolubile: come restituire voce a chi la storia, da sempre, tiene al margine. Nella commemorazione funebre che fa la Normale, si ricorda che «la risposta è insieme metodologica ed epistemologica, e prende il nome di paradigma indiziario: già in fase di sperimentazione nei “Benandanti” (1966) e nel “Formaggio e i vermi” (1976), si formula esplicitamente in “Spie. Radici di un paradigma indiziario” (1979) e riemerge in “Miti emblemi spie” (1986)».

Stiamo parlando – questo il filo rosso dell’argomentare dei suoi ex colleghi nel rievocarne la figura – di «un sapere fatto di tracce, di indizi, di dettagli apparentemente trascurabili: il modo di conoscere del cacciatore, del medico, del conoscitore d’arte di Giovanni Morelli, di Freud, di Sherlock Holmes. Opposto al sapere generalizzante delle scienze moderne». Ma è soltanto la superficie della scoperta. «Il punto profondo, e politicamente decisivo, è un altro: seguire l’indizio è quel sapere che il campo di forze fra potenti ed emarginati, in cui va in scena la storia, rende necessario». È l’unica via per ascoltare la voce di coloro che quei potenti cercano di cancellare». Va sottolineato, insomma, che «negli interrogatori dell’Inquisizione Ginzburg non trova soltanto Menocchio, i benandanti, le streghe, le levatrici: individua la scena stessa in cui dominio e resistenza si scrivono dentro lo stesso documento, e il compito dello storico è leggerne gli intrecci».

Ne discende poi una nuova fase con la riflessione sul rapporto fra finzione e verità, che attraversa la seconda metà della sua opera: da “Rapporti di forza. Storia, retorica, prova” (2000) a “Il filo e le tracce. Vero, falso, finto” (2006). «Contro le correnti che vorrebbero ridurre la storia a un genere letterario, Ginzburg – viene ribadito –  tiene la posizione più scomoda: finzione e verità non si fronteggiano come opposti». Anzi, abitano lo stesso campo e «condividono strumenti, retorica, immaginazione». Da tradurre così: «La verità è ciò che, in quel campo comune, cerca di resistere alla finzione: non un possesso, ma una recalcitranza paziente, esercitata, non da ultimo, contro le prepotenze del potere».

Nel ricordo della Scuola Normale di Pisa si mette in chiaro che l’attenzione di Ginzburg alla microstoria «non significa mai miniatura, mai gusto del particolare per il particolare». Come dire: Menocchio, il mugnaio friulano che «immagina l’universo nato dalla fermentazione di un formaggio primordiale», non è una curiosità erudita bensì, semmai, «un gioco di scala per entrare nel rapporto fra cultura dominante e cultura subalterna, fra parola scritta e parola orale, fra inquisitori e mondo contadino».

Il ricordo ripercorre le tappe come la ricostruzione del sabba delle streghe ma anche «inchieste fondamentali sulla cultura figurativa (“Indagini su Piero”, 1981), sul nicodemismo (“Il nicodemismo”, 1970), sulla letteratura inglese (“Nessuna isola è un’isola”, 2002), e una costante meditazione metodologica raccolta in “Occhiacci di legno” (1998).

Pubblicato il
18 Giugno 2026

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