Assiterminal: quanti “ma” e “però” per una riforma che non risolve
"I guai da affrontare sono altri, si rischia l'alt agli investimenti privati"

Assiterminal: quanti “ma” e “però” per una riforma che non risolve
GENOVA. Sull’identikit degli assetti della portualità disegnata dalla riforma voluta dal governo pesa una incognita: è “il rischio di sovrapposizioni” tra le competenze di Porti d’Italia spa (prevista per il futuro dalla riforma) e quelle già adesso attribuite al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, alle Autorità di sistema portuale, all’Autorità di Regolazione dei Trasporti”. Parola di Assiterminal, organizzazione di categoria che raggruppa gki operatori di terminal: lo dice con uno stile pragmatico, di chi è abituato a cercare di far funzionare le cose piuttosto che incaponirsi in guerre ideologiche.
A giudizio di Assiterminal già adesso gli equilibri esistenti presentano problematiche. E il guaio che portano con sé è soprattutto uno: “tendono in ultimo a scoraggiare gli investimenti privati”.
Lo segnala il fronte degli operatori privati: occorrerà “prestare particolare attenzione
• al possibile doppio ruolo di questo nuovo soggetto,
• al rispetto del principio di separazione tra funzioni pubbliche e attività economiche,
• ai poteri sostitutivi del ministero delle infrastrutture,
• al ruolo delle Autorità di Sistema Portuale,
• al coinvolgimento stabile delle rappresentanze economiche nella programmazione”.
Come rimediare? L’associazione mette nero su bianco l’idea di una correzione di rotta che renda “più coerente e compatibile” la proposta di cambiamento e quel che già esiste: da un kayo, la volontà di “istituire una regia nazionale sugli investimenti strategici”; dall’altra, il ruolo operativo e territoriale “attualmente rivestito dalle Autorità di Sistema Portuale, la cui prossimità decisionale va preservata nel quadro di una governance unitaria”.
È questo uno dei tasselli del mosaico in virtù del quale Assiterminal cerca di offrire ipotesi di soluzione con un “lavoro dettagliato di proposta” rispetto al disegno di legge con cui il governo ha in animo di creare la Porti d’Italia spa.
Il documento porta le firme del comitato di presidenza: oltre al presidente Tomaso Cognolato, ecco Antonio Barbara, Giancarlo Russo, Luca Trevisan, Giuliana Brucato (con il direttore Alessandro Ferrari).
Nell’opinione di Assiterminal c’è l’attenzione a quel che è possibile fare “attraverso:
• una più chiara definizione dell’assetto di governance,
• una netta distinzione tra pianificazione e gestione, funzioni concessorie e attività economiche,
• una limitazione dei poteri sostitutivi ai casi strettamente necessari,
• il rafforzamento del coordinamento con la Conferenza nazionale delle Autorità di Sistema Portuale, l’Organismo di partenariato e le associazioni datoriali comparativamente più rappresentative”.
Ad esempio, nella presa di posizione presentata dai rappresentanti del “fronte dei terminal” si mette l’accento sul fatto che “sarebbe anche utile intervenire per assicurare una più netta distinzione tra le funzioni di indirizzo e pianificazione strategica e quelle di gestione operativa, nel rispetto del principio di separazione tra l’esercizio delle funzioni pubbliche e lo svolgimento di attività economiche”.
È dentro tale contesto che per Assiterminal giudica indispensabile “circoscrivere in modo più netto e puntuale il ruolo operativo della Porti d’Italia spa”. Da aggiungere poi la suggestione di un invito a riflettere anche su un altro aspetto tutt’altro che trascurabile: il riferimento è “alla disciplina dei poteri sostitutivi del ministero delle infrastrutture e dei trasporti”. Da tradurre così: bisognerebbe prevederne “un utilizzo limitato ai soli casi di effettiva e comprovata necessità, nel rispetto del principio di leale collaborazione tra i diversi livelli di governo del sistema portuale”.
Per passare dalle enunciazioni al concreto, l’associazione guidata da Tomaso Cognolato non vuol tanto “ripristinare i vecchi assetti degli organismi delle Autorità Portuali” quanto semmai “rafforzare il coinvolgimento stabile degli organismi di coordinamento e delle rappresentanze economiche maggiormente rappresentative, mediante un più efficace raccordo con la Conferenza nazionale delle Autorità di Sistema Portuale, con l’Organismo di partenariato della risorsa mare e con le associazioni datoriali comparativamente più rappresentative”. Obiettivo: assicurare che la programmazione degli investimenti strategici sia “fondata su un confronto strutturato con gli operatori del settore e risponda alle effettive esigenze del sistema portuale nazionale”.
Assiterminal non ci gira intorno: dice chiaro e tondo che “il quadro delle concessioni è già complesso”: senza contare che attualmente gravano sul settore “la sovrapposizione di competenze e l’incertezza regolatoria”. Proprio quest’ultima – si afferma – è all’origine di “trattamenti non uniformi per i concessionari privati che incidono sulla stabilità dei rapporti concessori, sul mantenimento dell’equilibrio economico-finanziario per i concessionari, sul riconoscimento degli investimenti non ammortizzati, e sul rischio di incremento degli oneri sull’utenza e l’esigenza di evitare imposizioni regionali aggiuntive sui canoni demaniali portuali”.
Insomma, per l’organizzazione dei terminalisti c’è il pericolo che ci si aggrovigli in una riforma che prende di mira un obiettivo utile sì ma nient’affatto fondamentale mentre ci sarebbe ben altro fra le cose urgenti da fare o gli ingranaggi da mettere a punto. “Abbiamo ribadito in più occasioni – si afferma dal quartier generale dell’associazione – l’importanza di una revisione e semplificazione del quadro concessorio per garantire stabilità e trasparenza. Peraltro, l’aumento di complessità, anche nella difformità dei costi, può rischiare di alterare la concorrenza tra i diversi operatori terminalisti”.
Dito puntato contro l’ipotesi (“un po’ forzata”) di “fattispecie plurisoggettiva duale relativa all’ipotetico affidamento congiunto fra Autorità di Sistema Portuale e Porti d’Italia spa riguardo alle concessioni portuali”. Meglio mantenere l’affidamento delle concessioni portuali in capo alle Autorità di Sistema Portuale “anche nei casi di finanziamento dell’opera da parte del privato richiedente”, poiché una modifica di tale competenza “richiederebbe a cascata modifiche anche di tutta la legislazione secondaria” (e qui si snocciola una sfilza di riferimenti giuridici.
Non è tutto. Risulta “ancora più importante” che sia rafforzata “la certezza del quadro concessorio e l’uniformità della sua disciplina”: c’è necessità di prevedere “strumenti di riequilibrio economico-finanziario, valorizzazione degli investimenti effettuati dai concessionari e regole chiare sul valore di subentro”. Assiterminal annuncia che proporrà di “escludere la possibilità di riscuotere prelievi regionali o territoriali aggiuntivi sui canoni concessori, in modo da preservare uniformità nazionale, parità concorrenziale tra scali e sostenibilità degli investimenti”.
Infine, una ulteriore doppia sottolineatura che Assiterminal mette in campo con indicazione chirurgica: le concessioni portuali devono essere “affidate esclusivamente dall’Autorità di Sistema Portuale”. Tutt’al più, con :n parere obbligatorio del ministero nel caso di opere incluse nel Piano”. Questa è la prima. L’altra invece se la prende con il meccanismo di verifica della conformità delle concessioni portuali già rilasciate. Si prevede di allinearle al Decreto interministeriale 202/22 e di poter imporre la modifica delle clausole delle convenzioni mediante atto aggiuntivo. Anzi, nei casi di mancato adeguamento, si arriva a disporre la revoca della concessione. Assiterminal non ha tentennamenti: questa disposizione va abrogata, punto e basta.











