Visita il sito web
Tempo per la lettura: 3 minuti
UNIVERSITÀ DI PISA

Il lavoro “verde” nella transizione ecologica: le nozze con i fichi secchi

Il paradosso emerge in una ricerca: aumentano le assunzioni ma anche la precarietà

Francesco Suppressa, Università di Pisa

PISA. Fra l’inizio e la fine dello scorso decennio  i “lavori verdi” nel nostro Paese sono aumentati ma con un paradosso: l’incremento sotto il profilo dei numeri ma «questa crescita non si è tradotta in maggiore stabilità occupazionale». Anzi, proprio gli impieghi con una maggiore componente ambientale risultano «associati a una probabilità più bassa di avere un contratto a tempo indeterminato». È quanto salta fuori da uno studio che, messo nero su bianco sulla rivista scientifica “Journal of Cleaner Production”,  è stato realizzato da Francesco Suppressa, ricercatore del Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa, insieme a Silvana Dalmazzone e Roberto Leombruni (ambedue dell’Università di Torino).

Parlano le cifre: nel periodo considerato, la ricerca indica che nelle «nuove assunzioni “green”, in particolare per i lavori a più alta intensità ambientale, si è passati dai circa 40mila nuovi assunti nel 2010 ai circa 56mila nel 2019». È vero che il Nord Italia rimane la zona con il maggior numero complessivo di questo tipo di “eco-assunzioni”, risulta invece che quelle a più alta intensità ambientale abbiano «riguardato il Mezzogiorno e le Isole con una diffusione nel settore manifatturiero e tra i lavoratori uomini con livelli di istruzione medio-bassi», secondo quanto viene riferito dal quartier generale dell’ateneo pisano.

È da mettere in risalto il fatto che «il dato più critico riguarda la qualità dell’occupazione». Lo dicono i risultati sul campo: più un lavoro è caratterizzato da mansioni “verdi”, minori sono le possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato. Anche incrociando fattori come l’età, come il settore di attività o come l’area geografica – viene evidenziato – i lavoratori impiegati in occupazioni a più alta intensità “green” hanno una probabilità più bassa di avere accesso a un contratto stabile. Con una differenza tutt’altro che trascurabile: «può arrivare a circa 2–3 punti percentuali rispetto ai lavori “non green”», come viene dimostrato.

Parlano le cifre, osserva Suppressa: è lampante il paradosso presente nei gangli del mercato del lavoro nell’epoca della transizione ecologica. «Da un lato i lavori “verdi” – è questo il filo rosso del suo studio – crescono e diventano sempre più centrali nelle politiche ambientali; dall’altro, proprio questi lavori risultano più spesso associati a contratti temporanei e a una minore stabilità occupazionale».

C‘è anche un altro aspetto che merita di essere analizzato e lo studio pisano lo indica chiaramente: riguarda il profilo dei lavoratori coinvolti. «Molti lavori “verdi” in Italia si collocano in occupazioni a bassa specializzazione e con livelli di istruzione medio-bassi, mentre una quota più limitata riguarda lavoratori altamente istruiti. Ne emerge – si afferma – una sorta di biforcazione, in cui il lavoro verde si sviluppa soprattutto agli estremi del mercato del lavoro, senza rafforzare la fascia intermedia». Attenzione a questo tipo di fragilità: «La sostenibilità ambientale rischia di innestarsi su segmenti occupazionali già fragili, se non accompagnata da politiche mirate sulla qualità del lavoro e sulla formazione».

Dal punto di vista metodologico, la ricerca si è basata un criterio di misurazione dei lavori “green” fondato sulle singole mansioni che compongono una professione, superando i limiti delle principali metodologie utilizzate attualmente basate su settori o titoli professionali. Analizzando oltre 9.300 attività lavorative descritte nella Rilevazione campionaria sulle professioni dell’Inapp – viene puntualizzato – lo studio ha identificato 204 mansioni riconducibili a competenze “green, presenti in 84 occupazioni del mercato del lavoro italiano, dati che sono stati incrociati con le comunicazioni obbligatorie sui contratti di lavoro attivati in Italia tra il 2010 e il 2019.

Pubblicato il
20 Febbraio 2026

Potrebbe interessarti

Ets, masochismo o ignoranza?

Nel recente incontro a Roma sulla pianificazione europea dei trasporti marittimi – riferisce un approfondimento della “Federazione del mare” – il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha evidenziato come la decarbonizzazione sia un obiettivo...

Leggi ancora

Sul ponte dei sospiri

No, non scrivo su quello di Venezia. Ce l’abbiamo anche noi a Livorno il ponte dei sospiri: anzi, quattro ponti dei sospiri, come scrive il direttore riportando l’accordo sottoscritto a Firenze, sul tavolo della...

Leggi ancora

Calci agli zoppi (e alla Zim)

“Agli zoppi, calci negli stinchi!”. L’ironica e amara battuta è tutta livornese: e ci è tornata in mente nel leggere il compendio statistico dell’Avvisatore Marittimo sui traffici portuali 2025, con il relativo richiamo del...

Leggi ancora

Navi monster, porti nani

Come sempre, le recenti considerazioni del maritime consultant Angelo Roma, nostro importante collaboratore, sul gigantismo navale nel settore dei teu innescano per ricaduta altre considerazioni: quelle sulle strutture della logistica teu, a cominciare dai...

Leggi ancora

Pensieri oziosi sulla Riforma

Scritte a caldo, anzi sul bruciore derivato dalle prime anticipazioni, arrivano a raffica le fucilate sulla riforma dei porti: ovvero l’attesa, auspicata riforma della riforma riformata. Siamo al terzo passaggio e questa volta non...

Leggi ancora
Quaderni
Archivio