Si è spento Giampietro Federici, simbolo delle lotte operaie al Cantiere
Aveva vissuto la trasformazione della fabbrica in cooperativa

Monumento a fondatore Cantiere Orlando davanti all’ex ingresso dello stabilimento a Livorno
LIVORNO. Era nato alla vigilia del 30° anniversario della nascita del Partito comunista nella “sua” Livorno e, da operaio, all’interno della fabbrica-simbolo della roccaforte delle lotte dei metalmeccanici a Livorno, era diventato un pezzo di storia del “suo” Cantiere. Giampietro Federici se n’è andato per a tre quarti di secolo da quel giorno, con le 75 candeline sulla torta di compleanno spente già da qualche settimana. Una esistenza sotto il segno di quelle lotte del movimento operaio, prima in fabbrica e poi in consiglio comunale: per mantenere le radici industriali della città, a cominciare da quel Cantiere Orlando che era parte della sua vita.
In consiglio comunale era rimasto per un decennio, prima sotto le insegne di due mandati di Rifondazione comunista, la formazione nata da quella parte del Pci che non aveva accettato la svolta di Occhetto, e poi con il vessillo del Partito dei Comunisti italiani, riprendendo anche nel simbolo elettorale quanto più possibile del vecchio emblema del Pci.
La sua militanza a sinistra l’aveva aperto sì alla contaminazione con le istanze dei movimenti ecologisti ma alla fin fine, lo confessava lui stesso, la fabbrica era il luogo sacro della classe operaia e lui non negava la sua propensione “industrialista”. Come quella volta in un consiglio comunale di tanti anni fa in cui per descrivere la sua posizione politica si affidò alla carica umana che tutti gli riconoscevano, inclusi gli avversari dall’altra parte della barricata. «Vabbè, lo sapete come sono fatto, per me una bella industria la metterei anche sugli scogli del Romito…». Era una battuta, ma ben descriveva – con il sorriso – il clima di anni in cui era la stessa sinistra in tuta blu a promuovere una cultura della centralità della fabbrica che forse ora faremmo fatica a comprendere.
Del resto, Federici in Cantiere aveva vissuto sia la lunga fase del rattrappimento dei carichi di lavoro da parte di Fincantieri e la dismissione dalla galassia della grande industria pubblica per tentare, con i benefici della legge Marcora, l’avventura dell’esperienza-pilota del Cantiere in forma di cooperativa, compresa la riattivazione dello scalo Morosini: un tentativo senza uguali, che ha anche segnato una fase in cui le cooperative stavano rappresentando una rilevante fetta nella “torta” del Pil dell’economia locale.
Pietro (tutti lo conoscevano con questo nome) era inoltre un comunista senza “se” e senza “ma” che con la tuta blu ha iniziato la sua vita e con quella, fino al pensionamento, l’ha finita condividendo l’impegno sindacale con due mandati di consigliere comunale prima con Rifondazione comunista (dopo la svolta della Bolognina) e poi con il partito dei Comunisti italiani (Pdci).
Dal quartier generale della Camera del lavoro in zona Porta a Terra, la Cgil livornese ricorda Federici mettendone in risalto «la vita in prima linea a difendere i diritti dei lavoratori». Era stato un sindacalista della Fiom, «generoso e sempre disponibile all’ascolto: un volto storico del consiglio di fabbrica del Cantiere navale Orlando che si è sempre battuto per difendere i valori e gli ideali della sinistra». Esprimendo le condoglianze alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene, la Cgil segnala che Federici, «un compagno vero», negli ultimi anni si è impegnato «per la difesa dei diritti dei pensionati, entrando anche a far parte del direttivo Spi-Cgil della lega centro-sud di Livorno».











