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AFRICA: SICCITÀ E ALLUVIONI

Le inondazioni per i cambiamenti climatici e l’ “industria dell’emergenza”

Alluvione in Mozambico, 100mila persone in pericolo

Quando si pensa al continente africano, il primo aspetto che viene in mente è il caldo, la siccità, la cronica carenza di acqua. E infatti, soprattutto in Africa Orientale, i cambiamenti climatici stanno facendo sentire il loro devastante effetto. Secondo Oxfam Italia (link: https://www.oxfamitalia.org/siccita-in-africa-orientale-una-crisi-umanitaria/), sono milioni gli individui che, in paesi come Somalia, Kenya ed Etiopia soffrono di una prolungata crisi idrica, con risvolti alimentari drammatici.

Circa 26 milioni di persone si trovano, oggi, in condizioni di fame estrema. Dal 2020 al 2023 le piogge, in questi paesi, di fatto non ci sono state, saltando a pié pari tre stagioni consecutive. È il fenomeno conosciuto come “la Niña”. Risultato: terreni inariditi, agricoltura al collasso, e incapacità, da parte di questi vaste aree per lo più pianeggianti di assorbire l’enorme mole di acqua che, negli anni successivi (con punta in un 2026 ancora non conclusosi), vi si è riversata.

È allora scattato un altro tipo di allarme: dalla siccità si è passati all’emergenza alluvioni; e come sempre, quando si parla di Africa, esse si sono manifestate in tutta la loro capacità di devastazione, di brutale forza distruttiva contro popolazioni inermi, del tutto impreparate a far fronte a tali fenomeni. Il Leopardi del “Dialogo della Natura e di un Islandese” avrebbe visto confermate le sue teorie su una natura matrigna e indifferente alle sofferenze umane, anche dinanzi allo spettacolo di un’Africa che sta affondando.

Ma non c’entra soltanto la natura indifferente: l’uomo ci ha messo del suo. I due estremi che l’Africa Orientale sta vivendo da almeno un lustro – siccità estrema seguita da inondazioni incontrollabili – hanno molto a che vedere coi cambiamenti climatici in atto. Di solito non si vedono ma si sentono, con buona pace dei negazionisti, in un continente, l’Africa, che contribuisce con un misero 2-4% all’emissione dei gas serra planetari, pagandone però il prezzo più elevato (link: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2022-08/quo-194/perche-deve-essere-l-africa-a-pagare-il-cambiamento-climatico.html).

Gran parte della questione relativa alle inondazioni degli ultimi anni, 2026 in particolare (secondo dati dell’Oms vi sono stati, al momento, 300 morti e 1,5 milioni di sfollati nella sola Africa meridionale), ha una spiegazione scientifica ben precisa: l’Oceano Indiano, tradizionale regolatore del clima della parte orientale del continente africano, ha subito cambiamenti di temperatura notevoli, che vanno a impattare direttamente sulla capacità di produzione di umidità (7% in più per ogni grado di riscaldamento), e quindi di evaporazione idrica, con conseguente formazione di nuvole a bassa quota e precipitazioni in serie.

Si è calcolato che, in dieci giorni, nel canale del Mozambico la quantità di precipitazioni è stata la stessa di quanto avrebbe dovuto piovere in un anno intero. Il bollettino del Mercator Ocean International ha evidenziato, per il mese di marzo di quest’anno, un generalizzato innalzamento della temperatura di tutti i mari, con un record per la parte africana dell’Oceano Indiano di due gradi in più rispetto alla media usuale (link https://www.mercator-ocean.eu/bulletin/ocean-temperature-bulletin-march-2026).

Fonti scientifiche di primo piano hanno evidenziato che la correlazione fra temperature oceaniche e precipitazioni in Africa Orientale sussiste da almeno 21mila anni (https://www.lescienze.it/news/2011/08/05/news/colpa_di_la_nin_a_la_siccita_in_africa_orientale-551129/). Modificare questo equiliobrio significa, quindi, provocare cambiamenti climatici immediati e incontrollabili.

Le conseguenze del surriscaldamento delle temperature degli oceani, soprattutto di quello Indiano, sono di due tipi, nel continente africano: dalla siccità estrema de ”la Niña” si passa rapidamente alle inondazioni del Niño, il Dipolo dell’Oceano Indiano (Iod), che misura la differenza fra la temperatura della parte occidentale e di quella orientale di questo mare. Ciò significa surriscaldamento delle acque in prossimità di paesi come Kenya, Mozambico e Tanzania, mentre quelle orientali, vicino all’Indonesia, tendono a raffreddarsi.

Questo cocktail micidiale ha creato le condizioni per la “tempesta perfetta” nella parte sud-orientale dell’Africa: affinché le tempeste tropicali si configurino come violente sono necessari circa 26,5 gradi di temperatura della acque oceaniche. Oggi, l’Oceano Indiano ha medie che oscillano fra i 30 e i 32 gradi, fatto che rende i venti monsonici molto più distruttivi di quanto accadeva in passato (link https://india.mongabay.com).

In una situazione del genere, senza pensare a soluzioni strutturali, legate alla transizione ecologica che ormai sta passando di moda, neanche la prevenzione del rischio a livello locale è più garantita. Ormai, si punta tutto sull’assistenza ex-post, molto più spettacolare, remunerativa e capace di tenere in piedi l’ “industria dello sviluppo” rispetto a pratiche maggiormente attente alla prevenzione del rischio.

In un linguaggio più tecnico, si tratta della scelta fra “Risk Prevention” e “Risk Mitigation”, secondo una distinzione compiuta anche da parte delle Nazioni Unite. La prima tende ad annullare il fenomeno, agendo sulla probabilità che questo non avvenga se alcune misure dovessero essere assunte. In aree di rischio idrogeologico, per esempio, è il caso di evitare costruzioni di qualsiasi tipo, in modo da evitare il crollo di abitazioni, e la morte dei suoi abitanti. La seconda, al contrario, agisce sull’impatto, prendendo atto che il fenomeno è inevitabile, ma che i danni possono essere contenuti (per esempio, costruire abitazioni anti-sismiche in aree sottoposte a terremoti, o canali di scolo adeguati in zone ad alta probabilità di inondazioni).

Nel caso delle inondazioni nell’Africa Orientale, non viene applicato né l’uno né l’altro dei modi per prevenire il rischio, cosicché il fenomeno, che non può essere evitato, fa anche registrare impatti terribili. La saldatura di questo scenario viene da fondi internazionali insufficienti e gestiti in modo eccessivamente burocratico, e da governi locali corrotti e poco propensi a risolvere il problema mediante serie politiche di prevenzione, preferendo, ormai ogni anno, introitare “aiuti” a posteriori, del cui uso in pochi questionano.

  1. Pochi fondi: l’Africa registra, ogni anno, danni per circa 200 miliardi di dollari a causa di eventi climatici estremi. La COP 27 ha stanziato un fondo specifico per far fronte a tali situazioni, il “Loss and Damage Fund” (link https://www.africanews.com/2026/03/12/global-loss-and-damage-fund-offers-hope-as-africa-faces-rising-climate-costs-business-afri/), tuttavia il totale dei fondi destinati ad aiutare i paesi africani – di circa 822 milioni di dollari – è ben al di sotto delle effettive necessità, che ammontano a cifre intorno ai 400 miliardi di dollari entro il 2030. L’Unione Europea, una delle organizzazioni multilaterali che maggiori stanziamenti ha garantito per questa emergenza, ha erogato 36 milioni di euro, nel 2026, di aiuti umanitari al Mozambico e paesi limitrofi per far fronte all’emergenza causata dalle alluvioni. Ancora una volta, una risposta del tutto congiunturale e a posteriori, con stanziamenti minimi, visti i danni subiti da questa vasta regione africana. D’altro canto, l’Italia ha stanziato 4,4 miliardi di euro a valere sul Fondo Italiano per il Clima, ma la Corte dei Conti è intervenuta, contestando la limitata capacità tecnica locale (ossia dei paesi beneficiari, di cui molti africani), nonché le procedure burocratiche opache e, in molti casi, altamente corrotte da parte di questi paesi (link https://www.corteconti.it/HOME/StampaMedia/Notizie/DettaglioNotizia?Id=607814d2-3b25-4aef-af5a-5cb0338657bd).
  2. Risorse mal gestite: anche i pochi fondi disponibili vengono gestiti in modo inadeguato da parte delle burocrazie e delle elite politiche africane. Non è un mistero che città come Maputo, capitale del Mozambico, nel suo cuore pulsante, la “Baixa”, veda ogni anno, con una puntualità disarmante, allagamenti le cui immagini fanno il giro del mondo, con automobili sommerse sotto metri di acqua, e i giovani disoccupati che di solito si dedicano a lavare le auto parcheggiate nelle zone limitrofe, inventarsi un originale “trasporto umano”, caricandosi a cavalluccio i passanti più benestanti che devono compiere la traversata della famosa via 25 de Setembro, che collega la città al mare. Una situazione che, con una migliore manutenzione della rete fognaria, intasata da anni, potrebbe essere facilmente limitata, se non del tutto risolta. Transparency International ha richiamato più volte l’attenzione su questo aspetto, ossia di opere finanziate e mai compiute, con evidenti danni per la popolazione locale, anche in contesti urbani (link https://www.transparency.org/en/press/2024-corruption-perceptions-index-climate-funds-at-risk-of-theft-as-sub-saharan-africa-faces-some-of-the-highest-levels-of-corruption).

L’”industria dello sviluppo”, insomma, fa comodo a molti, con interventi minimalisti dal punto di vista della dotazione finanziaria, ma che permettono  a organismi come l’Unione Europea di affermare che i fondi, comunque, sono stati stanziati, e alle elite politico-burocratiche africane di privilegiare società amiche dei potenti locali, senza che queste abbiano effettuato le opere per le quali i finanziamenti erano stati stanziati. Mentre le popolazioni locali affogano in acqua e fango, c’è chi trae benefici enormi dall’ “industria dello sviluppo”, ignorando qualsiasi logica di prevenzione, preferendo interventi posticci a posteriori.

Luca Bussotti

(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)

Pubblicato il
19 Maggio 2026
di LUCA BUSSOTTI

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