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UNIVERSITÀ DI PISA

Così il microbioma può far da sentinella contro il degrado del mare

Un sistema di allerta precoce per prevenire il collasso degli ecosistemi

Un fondale marino la ricerca degli studiosi pisani mette al centro lo studio del microbioma

PISA. Non è mai troppo tardi, diceva il titolo di una fortunatissima trasmissione tv del maestro Alberto Manzi negli anni ’60. Ma per gli ecosistemi marini invece può capitare di non riuscire a capire i segnali che precedono il degrado. «Quando un ecosistema marino collassa è spesso troppo tardi per riportarlo alle condizioni originarie», sottolineano dall’università di Pisa per ricordare che intuire le avvisaglie è «una delle principali sfide dell’ecologia, resa ancora più urgente dagli effetti del cambiamento climatico e delle pressioni umane sugli ambienti costieri».

In questa chiave gli studiosi dell’ateneo pisano hanno cercato un alleato nel microbioma marino, cioè «l’insieme di batteri e altri microrganismi che vivono in stretta associazione con alghe, coralli e piante marine». Da un articolo pubblicato sulla rivista internazionale “Trends in Ecology & Evolution” firmato da Luca Rindi, Alexander H. McGrath e Lisandro Benedetti-Cecchi del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa (in collaborazione con Ezequiel M. Marzinelli dell’Università di Sydney) emerge qualcosa di interessante: «Queste comunità microbiche – si afferma – sono molto sensibili ai cambiamenti ambientali e possono segnalare per tempo quando un ecosistema si sta avvicinando a un punto di non ritorno e contribuire al contempo alla sua protezione».

All’origine c’è il lavoro del gruppo di ecologia marina del Dipartimento di biologia dell’Università di Pisa: sotto la luce delle ricerche troviamo «la struttura, il funzionamento, la stabilità e la resilienza degli ecosistemi marini costieri». In particolare, l’attenzione è agli «habitat dominati da specie fondatrici, come le foreste di macroalghe e le praterie marine, fondamentali per la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi costieri». Nell’ambito di queste attività, studi ed esperimenti riguardano la costa di Livorno e l’Arcipelago Toscano, in modo da approfondire «i processi che regolano la risposta degli ecosistemi agli stress ambientali e il loro recupero».

Luca Rindi segnala che «se riuscissimo a leggere i segnali che il microbioma invia quando un ecosistema comincia a perdere resilienza», si potrebbe intervenire in tempo: prima cioè che «il degrado diventi difficilmente reversibile». Ma il microbioma – viene rimarcato dal team di studiosi – non è solo una sentinella: può «anche contribuire a rafforzare la capacità degli ecosistemi di resistere agli stress ambientali, è questa la nuova prospettiva che proponiamo», dice il dottor Rindi.

Occhi puntati sulle comunità di microrganismi che vivono in associazione con coralli, alghe e piante marine. «Possono svolgere – questa l’argomentazione dell’équipe di studiosi – funzioni essenziali per i loro ospiti: proteggerli dagli agenti patogeni, favorire l’assorbimento dei nutrienti, sostenere la crescita e aiutarli a sopportare meglio gli stress ambientali». Per esempio, è capitato di rilevare che «specifiche comunità microbiche» abbiano:

  • aumentato «la capacità di resistenza dei coralli alle ondate di calore
  • ridotto lo sbiancamento,
  • favorito la disponibilità nelle piante marine di nutrienti,
  • sostenuto crescita e recupero delle macroalghe.

Queste le parole del professor Lisandro Benedetti-Cecchi: «Comprendere il ruolo del microbioma significa mettere a disposizione nuovi strumenti per chi deve monitorare, gestire e proteggere gli ecosistemi costieri. Se questa prospettiva sarà confermata, potrà aiutare a rendere più tempestive ed efficaci le strategie di conservazione e le politiche di tutela del mare».

Pubblicato il
8 Settembre 2026

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