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DIETRO LE QUINTE

Il destino delle petroliere delle “flotta ombra” sequestrate: lo sfascia-navi

L’economia del “castigo”. Da Dubai: potremo eliminarne 100 all’anno

Petroliera in navigazione su una rotta oceanica

SINGAPORE. Le navi sotto sanzioni ldelle autorità occidentali costituiscono più della metà delle petroliere che  quest’anno vengono destinate a essere demolite (eventualmente riutilizzandone i materiali tramite riciclo): tutto questo benché il mercato offra condizioni favorevoli al trasporto merci e le attività di demolizione navale siano ai minimi termini, cioè non lontano dai minimi storici.

A dirlo è “Spalsh 24/7”, testata online singaporeana specializzata nell’intercettare le dinamiche dell’economia marittima su scala internazionale: citando Clarksons Research, segnala che al momento quest’anno sono 26 le navi sotto sanzioni che sono state cedute per essere demolite e riciclate, in tutto 2,1 milioni di tonnellate di portata lorda. In gran parte sono petroliere: ben 22, nel complesso 1,8 milioni di tonnellate di portata lorda. Questo gruppo di petroliere nel mirino delle autorità internazionali costituiscono «il 58% di tutte le vendite registrate nel corso di quest’annio relativamente a petroliere destinate alla demolizione».

La “flotta ombra” offre agli stati sanzionati (ad esempio, la Russia) la possibilità di aggirare le sanzioni giocando di sponda con il naviglio appartenente a una “zona grigia” grazie al quale, seppur mediante triangolazioni e coperture, riesce a dribblare le sanzioni e a ricavare fiumi di dollari. Ad esempio, come sottolinea la Bbc, dopo l’aggressione all’Ucraina la Russia ha fatto conto su centinaia di petroliere di tale “flotta ombra”: benché il governo britannico abbia ricevuto garanzie legali sulla possibilità di sequestrare queste navi, una inchiesta della tv inglese segnala che «42 petroliere sotto sanzioni sono passate dal Canale della Manica» beffando ogni controllo.

Ma non c’è solo Mosca: “Lloyd’s List” spiega che la Casa Bianca ha disposto di vendere come rottami due petroliere colpite da sanzioni e sequestrate in Venezuela dopo il raid Usa contro Maduro. Non solo: nel gennaio scorso, in tandem con le forze speciali, la Guardia Costiera americana ha posto sotto sequestro a sud dell’Islanda, dopo un lungo “inseguimento”, una petroliera accusata di essere utilizzata per l’export (irregolare) da Iran e Venezuela.

Secondo quanto reso noto nel reportage, l’evoluzione delle demolizioni nel settore marittimo mostra un andamento al ribasso: nel complesso – vuene sottolineato – «restano al momento eccezionalmente ridotte». Di nuovo il riferimento ai dati di Clarkson indica che i numeri di quest’anno sono «inferiori del 14% in confronto a quanto registrato l’anno passato», grossomodo sulla stessa lunghezza d’onda degli «standard storicamente bassi riscontrati nel periodo tra il 2022 e il 2025».

Il giornale asiatico indica come dai dati emerga che «l’applicazione delle sanzioni sta prendendo a modificare il mercato delle demolizioni navali». Semore più spesso – si afferma – il tonnellaggio più obsoleto della flotta ombra viene tolto di mezzo dalla circolazione sulle grandi rotte oceaniche invece che puntare su cambio di bandiera, modifiche agli assetti proprietari o novità nei modelli commerciali.

Vale la pena di rilevare che, come addentellato alle sanzioni e ai sequestri, le demolizioni delle navi della flotta ombra costituiscono una sorta di ulteriore “punizione” per smantellare la forza economica degli stati sanzionati. In passato, “Splash 24/7” ha segnalato che gli Stati Uniti hanno cominciato a spingere per demolire le petroliere sequestrate perché pizzicate a dribblare le sanzioni. Una società di Dubai ha acquistato il permesso di demolirne quattro: l’ha fatto sostenendo, secono il giornale asiatico, che con un sistema efficiente di autorizzazioni alla demolizione si potrebbero «togliere di mezzo ogni anno oltre cento navi della flotta ombra».

E’ da segnalare che, secondo quanto riportato dalla testata specializzata francese “Market Screener”, parlando con “Lloyd’s List” i vertici del gruppo emiratino avrebbero riferito di avere la legittimazione di un tribunale Usa che autorizzava il governo statunitense a vendere le navi sequestrate, al tempo stesso indicavano l’esistenza di “complessità” nella procedura, «compreso qualcosa di non del tutto trascurabile come l’incertezza su chi fosse formalmente il proprietario precedente».

Pubblicato il
18 Agosto 2026

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