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E Matteoli scappò da Tremonti…

ROMA – Bisogna ammetterlo, non s’era mai visto.  Che un ministro dei Trasporti desse buca all’assemblea di Confitarma è stata presa come un’offesa, ma c’è di peggio: come la dimostrazione palese che il ministro stesso è senza potere, o “senza portafogli” come si diceva giovedì in sala.

E il povero sottosegretario Mario Reina ha potuto fare – e specialmente dire – assai poco. A tenere alta la bandiera del governo, abbastanza sforacchiata, per la verità, dal tiro incrociato dell’uscente Coccia – ci si perdoni il refuso dell’ultimo numero, per cui era stato ribattezzato “Costa” – e dall’entrante d’Amico,  ci ha provato il senatore Grillo. Ma il refrain è stato il solito: faremo la riforma della 84/94, daremo l’autonomia finanziaria ai porti, convinceremo Tremonti che il sistema portuale non può permettersi di aspettare ancora. Stanchi applausi della sala, gremita non solo di armatori ma anche e specialmente di presidenti delle Port Authorities, di tecnici, di rappresentanti delle associazioni. Tutti in attesa del Messia, ovvero di qualche annuncio eclatante, possibilmente seguito dai fatti. Invece, tante pacche sulle spalle, ma di sostanziale poco o niente.

A riconsiderare gli interventi, adesso che è trascorsa quasi una settimana, vien da ridere o da piangere. L’assenza di Matteoli, che pure è un ministro generalmente coraggioso e pacato, che non ha paura ad affrontare “la piazza” è un segno di disagio non comune all’interno del governo, è inutile negarlo. E del resto ci sarebbe voluta davvero una faccia di bronzo per presentarsi agli armatori italiani dopo le promesse (“a breve”) fatte l’anno scorso in assemblea: la riforma, l’autonomia finanziaria, mutui pluriennali ai porti dalla Cassa Depositi e Prestiti garantiti dallo Stato, eccetera. Di tutte le promesse non ce n’è stata una attuata. Niente di niente, per il “niet” di Tremonti. Che dei porti non s’interessa, ed anzi in tempi precedenti aveva detto che i porti sono la porta d’ingresso del “made in China” concorrenziale con i nostri prodotti, una porta che “andrebbe tenuta chiusa”. Evidentemente Tremonti la pensa ancora così, e nel governo non c’è nessuno – nemmeno il premier – in grado di ricordargli che i porti sono invece i nodi cruciali di una logistica che rappresenta il sangue nelle vene dell’economia italiana.

A fronte di un Matteoli dimezzato – anzi cancellato – nella stessa giornata imperava un Tremonti quanto mai convinto che occorre allentare la borsa. Che in un meeting quasi contemporaneo a quello di Confitarma, all’Aspen Institute, dettava le sue regole a un mondo parallelo della portualità: dicono alla presenza di Luigi Merlo (Genova), Paolo Costa (Venezia), Francesco Nerli (Assoporti), Roberto Colaninno (Alitalia), Mauro Moretti (Ferrovie). E sapete chi c’era anche? Secondo Francesco Nerli, c’era anche il ministro Matteoli. Zitto e a testa bassa a sentire il Tremonti-dicktat. Che ha promesso di allentare i cordoni della borsa, ma solo “quando sarà il momento”. E chi lo decide il momento? Lui ovviamente. Nel frattempo, buonanotte porti italiani?

Antonio Fulvi

Pubblicato il
24 Marzo 2010

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