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E Tirrenia per Aponte vale poco

ROMA – Che abbia creato il miracolo di Msc, il gruppo armatoriale nato quarant’anni fa con una navetta, un amico-socio livornese (l’indimenticato Aldo Spadoni) e idee chiarissime sullo shipping, è cosa nota e – come si vede a fianco – riconosciuta a livello mondiale.

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E dunque se Gianluigi Aponte fa parte della cordata CIN per la Tirrenia, dovrebbe essere una buona garanzia sul fatto che l’offerta è seria e la compagnia possa essere salvata. Con Aponte ci sono anche altri due pezzi da 90, Vincenzo Onorato e Manuel Grimaldi, anch’essi sulla cresta dell’onda.

Il problema, affrontato nei giorni scorsi dal gruppo CIN con il commissario liquidatore Giancarlo D’Andrea, è che la Tirrenia non vale niente o quasi. O meglio: come specificato da Aponte, Grimaldi e Onorato, vale solo se ha alle spalle la garanzia assoluta dei 72 milioni di contributi netti che lo Stato si impegna a versare per i prossimi otto anni, allo scopo di garantire i cosiddetti “collegamenti sociali”, cioè la continuità territoriale per gli abitanti delle grandi isole che Tirrenia serve e dovrà servire. La garanzia dello Stato per i 72 milioni c’è, è compresa nel bando di gara: solo che nessuno sa se l’Unione Europea la convaliderà o meno. E proprio questa certezza, che oggi manca malgrado le assicurazioni di D’Andrea, ha spinto la CIN a offrire per Tirrenia pochi spiccioli, 250 milioni di euro contro l’expertise di Banca Profilo che l’ha valutata 380 milioni. In queste ore la schermaglia è tutta intorno a questa differenza: con la quasi certezza che la gara sia finita a rotoli e lo Stato sia costretto a una trattativa privata con l’unico offerente, la suddetta CIN dei tre gruppi armatoriali. L’altra alternativa, paventata specie dai sindacati, è che si arrivi a uno “spezzatino” di linee e di servizi, il che farebbe saltare completamente anche le garanzie occupazionali che lo Stato ha chiesto con le clausole di gara.

Quasi per assurdo, Tirrenia ha vantato in questi ultimi giorni alcune entrate straordinarie che potrebbero costituire – se onorate dal ministero delle Finanze – una piccola boccata d’ossigeno: l’utilizzo di alcuni dei suoi traghetti per l’esodo biblico dei migranti maghrebini da Lampedusa alle coste italiane. Ma pare che almeno una delle navi ne sia uscita in cattivo stato, per vandalismo o disperazione. Insomma, lo spettro delle privatizzazioni della flotta di Stato nel settore cargo (molti ricorderanno specie la rapida sparizione dell’Italia di Navigazione) torna ad aleggiare sui nostri mari.

A.F.

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Pubblicato il
9 Aprile 2011

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