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Capitanerie e la guerra con la Marina

Felicio Angrisano

Vincenzo Melone

ROMA – La fine dell’estate coinciderà, ormai tra poco, a un nuovo cambio della guardia al vertice delle Capitanerie di porto, con il già programmato passaggio di consegne tra l’ammiraglio Felicio Angrisano, capo uscente, e l’ammiraglio Vincenzo Melone, attuale comandante della Liguria e designato nuovo comandante generale. Insieme al ricambio al vertice cambieranno anche svariati comandanti di capitanerie di porto, con movimenti che Roma ha già in gran parte designato e che si concreteranno con le consuete cerimonie di passaggio delle consegne.
[hidepost]L’attenzione tutta particolare che quest’anno è stata dedicata al Corpo, anche per le celebrazioni del 150º anniversario dalla fondazione, è stata enfatizzata per espressa volontà dell’ammiraglio Angrisano anche per una strategia mediatica molto chiara: contrastare – e sembra che il risultato sia stato positivo – una linea di pensiero del governo Renzi che tendeva ad accorpare le Capitanerie alla Marina Militare all’insegna della “spending review” nei corpi dello Stato. Angrisano si è dimostrato la vecchia volpe che è, ed ha lavorato bene sia sul piano politico che su quello delle istituzioni: e al momento è riuscito a mantenere quasi intatta la consistenza per l’autonomia delle Capitanerie rispetto alla Marina Militare. C’è chi pensa tuttavia che la vera battaglia sia stata solo rinviata, perché a sua volta la Martina Militare, che soffre rispetto alle Capitanerie di una costante carenza di finanziamenti, si è esposta mediaticamente al massimo nelle varie operazioni sui migranti per dimostrare di essere in grado non solo di fare la guerra – compito che oggi in occidente viene considerato poco meno che blasfemo, salvo poi ipocritamente strillare tutti che bisogna andare a sterminare l’Isis sul terreno – ma anche e specialmente di coprire le esigenze di difesa delle coste e di protezione civile. Tanto che le ultime costruzioni navali del programma nazionale sono state enfatizzate come “dual”, cioè militari ma anche adattabili alla protezione civile e largo raggio.
In questo quadro che certo non sembra estremamente lineare il compito dell’ammiraglio Melone sarà ovviamente di seguire la traccia aperta dal suo predecessore, perché la Guardia Costiera non sia trasformata in un’appendice della Marina Militare. Il progetto non sembra scongiurato e c’è una linea di pensiero che vorrebbe scindere i compiti delle Capitanerie: chiudendone una parte negli uffici portuali a svolgere compiti burocratici e al massimo di PSC e assegnando alla Marina la parte navigante, ovvero la Guardia Costiera vera e propria, in modo da dare alla Marina stessa non solo i compiti sulle “blue water” ma anche sulle “litoral”. Si azzererebbe così quella storica visione che portò l’ammiraglio Bepi Francese a “inventare” anche per l’Italia la Guardia Costiera in mare, fornendola di mezzi non più obsoleti (allora c’erano ancora le “Speranzella” per andar per mare, vecchie motovedette velocissime ma del tutto inadatte sul piano del “sea whorty”) e addirittura di una componente aerea. E a chi si chiede se in una situazione economica com’è l’attuale nel paese ci si possano permettere Marina Militare e guardia Costiera “quasi” in concorrenza, la risposta più ovvia è che per semplificare ed accorpare si dovrebbe forse cominciare a terra, dove c’è una sovrapposizione di forze dell’ordine unica al mondo, con risultati peraltro in generale tutt’altro che brillanti.
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
26 Agosto 2015

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