«Abbiamo ceduto la Pierburg». L’identikit di chi compra: chi c’è dietro, cosa fa
L'annuncio del colosso Rheinmetall; vende per concentrarsi sugli armamenti

Operai davanti allo stabilimento Pierburg di Livorno, a poche centinaia di metri dal varco portuale Valessini
LIVORNO. Proprio nelle stesse ore in cui il sindacato metalmeccanici Cgil si è annunciato lo sciopero con presidio davanti allo stabilimento livornese di Pierburg, dal proprio quartier generale a Dusseldorf il colosso dell’industria militare tedesca Rheinmetall ha annunciato la firma dell’accordo con il gruppo Aequita, anch’esso tedesco, con sede a Monaco di Baviera: riguarda la compravendita dell’ex divisione Power Systems di Rheinmetall. Tradotto in livornese: passa di mano la Pierburg Pump Technology Italy, la cui fabbrica a Livorno a due passi dal varco portuale Valessini dà lavoro a quasi 250 persone (ce n’è un’altra a Lanciano con destino parallelo).
Ai lavoratori e al sindacato Fiom che ha in mano tutti e tre i seggi nella rappresentanza sindacale di fabbrica non va giù che la compravendita sia avvenuta – è stato sottolineato – come una vicenda che riguarda solo i due consigli d’amministrazione.
Dietro la vendita il ritorno di Rheinmetall al tutto militare
Tutto nasce dalla scelta strategica di Rheinmetall, nato più di un secolo fa come polo industriale militare, di fare dietrofront rispetto alla diversificazione compiuta negli scorsi decenni che tramite acquisizioni aveva portato ad allargare il raggio di azione, ad esempio, all’industria dell’auto. Non è più una “invincibile armata” da superpotenza industriale dell’export la Germania regina dell’auto in Europa (e forse nel mondo), dopo il ruzzolone di Volkswagen nel mai abbastanza chiarito “Dieselgate”: le autorità di Berlino cambiano strategia e per salvare la prestanza manifatturiera tedesca ha deciso di scegliere un gigantesco piano di riarmo che, per dirne la rilevanza anche politico-istituzionale, ha richiesto una modifica alla Costituzione e ha messo sul tavolo 500 miliardi di euro, che arrivano a superare quota 900 se mettiamo nel conto anche investimenti in infrastrutture non immediatamente militari ma da realizzare all’interno di questo piano di gigantesco potenziamento militare. Certo, un qualche sudore freddo sulla schiena uno lo sente, se pensa che tutto questo potrebbe finire in mano all’ultra-destra che non ha tagliato i ponti con il fascino del Reich…

Gianfranco Francese, leader della Cgil livornese, davanti ai cancelli della fabbrica della multinazionale tedesca
Il titolo e la Borsa: il vento in poppa, anzi no
L’andamento del titolo della capogruppo lo dimostra: è solo nel febbraio di quattro anni fa che supera la soglia dei 100 euro per azione, agli inizi del 2024 va al di sopra di quota 300 e nel giro di dodici mesi raddoppia (650). La galoppata nel listino di borsa continua nel 2025 e a settembre ritroviamo la quotazione a sfiorare il limite-simbolo dei 2mila euro (1962 e spiccioli). Però forse le magnifiche sorti e progressive dell’industria bellica non sono così scontate, neanche in tempi di guerra com’è adesso, e da Befana in poi scende giù da 1.902 a meno di 1.200. Tanto vertiginosa era stata l’ascesa quanto brusca è la frenata, se è vero che negli ultimi cinque mesi ha perso più del 37% del valore. Chissà se è anche per questo che, dopo che in “finalissima” per la compravendita erano stati selezioni due fondi come Ecco Group e soprattutto Aurelius, si è avuta una accelerazione con un ulteriore tassello del puzzle: Aequita, come si diceva.
Rheinmetall è un gigante con una capitalizzazione di mercato che viaggia attorno ai 56 miliardi di euro. il triplo di Stellantis, quasi quattro volte Telecom o Unipol. Alle spall ha un azionariato suddiviso in una galassia di realtà in cui le quote maggiori sono in mano a giganti della finanza globale di radici statunitensi come BlackRock (poco più del 5%) e The Vanguard Group (quasi il 4%) più gli elvetici di Ubs Asset Management, i californiani di Capital Research and Management e un’accoppiata bostoniana costituita da Fidelity Investments e Wellington Management. Quasi tutti a stelle e strisce, insomma.
Tutto si concluderà fra ottobre e Natale
Secondo quanto reso noto da Rheinmetall, l’operazione «dovrebbe essere portata a compimento nel quarto trimestre del 2026», cioè fra ottobre e Natale, in quanto «soggetta all’approvazione delle autorità di regolamentazione competenti». C’è un prezzo provvisorio per l’acquisto della totalità delle azioni: 350 milioni di euro, salvo però «meccanismi standard di aggiustamento del mercato fino alla chiusura» (dunque, il prezzo effettivo di acquisto finale potrà differire da tale cifra).
Rheinmetall tiene a ribadire che la divisione Power Systems – quella della quale ha fatto parte finora anche lo stabilimento livornese – ha «generato vendite per circa due miliardi di euro nel 2025».

il quartier generale di Rheinmetall a Dusseldorf
I due protagonisti della compravendita: i lavoratori resteranno
L’ex capogruppo si premura di dire che «tutti i dipendenti saranno mantenuti» e cita il fatto che Aequita «intende mantenere tutti i circa 6.250 dipendenti di Power Systems che lavorano in tutto il mondo presso le aziende in fase di acquisizione». Anzi, la società acquirente – ripete la nota ufficiale firmata dallo stato maggiore di Rheimetall – considera «il personale altamente qualificato e le loro competenze come il bene più importante per il futuro sviluppo del business e assumerà l’intera forza lavoro nel quadro sopra delineato».
Meglio che nulla, ma siamo ben lontani dal meccanismo di garanzie vincolanti che il sindacato e le assemblee dei lavoratori avevano chiesto in tutte le lingue possibili: Fiom provinciale e rsu avevano chiesto, da un lato, l’applicazione delle tutele che sono state riconosciute ai lavoratori tedeschi e, dall’altro, un impegno scritto davanti al ministro delle imprese e alle altre istituzioni. Annunciando lo sciopero di giovedì 4 giugno, si era tornati a bussare alla porta del ministero per chiedere che, avendo Rheinmetall dribblato impegni cogenti in sede di tavolo ministeriale prima di firmare, le autorità italiane bloccassero l’assegnazione di qualsiasi appalto a chi non ha accettato di fornire garanzie ai lavoratori.
Queste le operazioni che hanno visto Aequita in campo
L’identikit delle operazioni che hanno visto al centro Aequita? Eccone alcune che la stessa società presenta sul proprio “volto” online: sembra di rilevare qualche “filo rosso”. Del resto, è lo stesso management di Aequita a dirlo: «Il nostro scopo prioritario è quello di trasformare aziende di medie dimensione e creare scorpori aziendali in situazioni particolari». Con una traiettoria: dopo la “cura” (cioè «aver ultimato con successo il nostro processo per investire e trasformare»), è prevista l’uscita, dunque la ricerca su «un compratore strategico che sia in grado di proseguire sulla strada del successo nel lungo periodo»
- Sfruttando la regionalizzazione che accorcia le catene degli approvvigonamenti, farne la piattaforma europea in grado di soddisfare anche dal punto di vista della qualità la domanda di olefine e poliolefine, un particolare tipo di idrocarburi utilizzato nell’industria chimica. Da LyondellBasell ha acquisito i poli petrolchimici di Carrington (britannico), di Tarragona (spagnolo), di Berre (francese), di Münchsmünster (tedesco): in grado di generare un guro d’affari da due miliardi e mezzo di euro con 1.700 lavoratori. Non è chiaro se sia rimasto fuori dall’affare un impianto in Puglia.
- WILLI ELBE. È una industria che Aequita ha rilevato da Elbe Vohak con un fatturato da milioni di euro e sei siti produttivi che forniscono sterzi all’industria dell’auto: si tratta di componenti in alluminio per ridurre il peso. Conta 900 addetti.
- Anche in questo caso è una realtà che appartiene al mondo dell’auto; si tratta di uno specialista per i sistemi meccatronici. L’identikit in cifre dice: 250 milioni di ricavi, sette siti produttivi e 750 addetti: Aequita lo rileva da ZF Friedrichshafen.
- TMD FRICTION. Qui stiamo parlando di un operatore internazionale che si è specializzato nella produzione di pastiglie per freni (la commercializzazione avviene tramite marchi come Cobreq, Textar, Don, Pagid e Mintex). La società ha 11 siti produttivi, un fatturato di 850 milioni e 4mila addetti: arriva nelle mani di Aequita da Nisshinbo Holdings.
- Rimaniamo nel campo della componenti per auto: qui si parla di componenti per freni realizzati in siti industriali che in precedenza erano appartenuti ad esempio a Bosch. Il giro d’affari è di mezzo miliardo di euro, la produzione è quella di sei siti con 1.500 dipendenti.
- In questo caso a vendere a Aequita sono i giapponesi di Jtekt Corporation, la produzione è dedicata a cuscinetti ad alta precisione: si contano due unità produttive in Francia (Vierzon e Maromme), una in Repubblica Ceca (Olomouc) e una in Germania (Künsebeck). Il fatturato è nell’ordine dei 120 milioni, i dipendenti sono 1.200.
- IFA GROUP. Basta andare a ritroso di pochi mesi ed ecco invece una operazione in senso inverso: Aequita che vende a Neapco una azienda (Ifa) che si occupa di produrre alberi di trasmissione e giunti fino a creare un polo internazionale che vale 2 miliardi di dollari («con più di 5mila dipendenti»). Aequita l’aveva acquistata nel 2022.
A margine della sigla dell’intesa per la compravendita, è stato riferito dai protagonisti che Aequita con il suo attuale portafoglio di realtà manifatturiere «genera oltre 10 miliardi di euro di ricavi in tre segmenti: automotive, prodotti chimici e industriali».
Chi c’è nel team di Aequita: i nomi
A guidare Aequita è Axel Geuer, curriculum di studi da ingegnere meccanico con tanto di dottorato ma anche esperienza nella finanza con Bain & Company: la società della quale è presidente, l’ha fondata otto anni fa insieme a Christopher Himmel. Quest’ultimo, qualcosa del nostro Paese deve conoscerla, visto che un passato da “bocconiano” prima di buttarsi nelle società di investimento. Altro ingegnere meccanico targato Politecnico di Monaco è un altro membro del consiglio d’amministrazione: si chiama Franz Eckl ed è forse l’esperto in ristrutturazioni aziendali. Nel board anche Lennart Harendza (al timone di due agenzie media e in cattedra all’università multimedia di Monaco come prof di media business) e Rafael Ratzel (capo di un fondo cinese di private equity).
Stando a quanto riferito dal venditore, Aequita gestirà l’ex divisione Rheinmetall Power Systems come «entità indipendente» e potrà godere dei «diritti sui marchio rimasti all’interno della società»: il riferimento è a Pierburg, Kolbenschmidt e Motorservice.

Lo stabilimento Pierburg Pump Technology Itay di livorno visto dall’alto
Ma c’è qualcosa che resta fuori dalla vendita
Il passaggio di mano riguarda tutto il settore civile dell’ex Power System, ma non proprio tutto tutto: ad esempio, sono esclusi dalle vendita da Rheinmetall a Aequita realtà come Ks Huayu AluTech, Dermalog SensorTec e lo stabilimento di Abadiano in Spagna. Per la precisione: restano all’interno del gruppo Rheinmetall le tre sedi tedesche di Ks Huayu AluTech GmbH (Neckarsulm, Walldürn e Langenhagen), sono indicate come «joint venture nel medio termine» e continueranno ad essere classificate come “operazione fuori produzione”.
Qualcosa del genere vale anche per la partecipazione in Dermalog SensorTec GmbH: resterà sotto le insegne Rheinmetall su base permanente e sarà integrato nella divisione “armi e munizioni”, e la sede di lavoro resterà a Neusss. Come detto, pure la fabbrica spagnola di Pierburg situata a Abadiano «resterà dentro Rheinmetall, insieme alla sua forza lavoro e ai suoi beni materiali»: in una fase di transizione lavorerà «come sito ibrido, producendo prodotti sia civili che militari fino a completare la produzione militare».
Le dichiarazioni delle due parti in causa
Questo è quanto sostiene Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall: «È una pietra miliare nella storia dell’azienda: stiamo concentrandoci sul business ad alto margine che abbiamo con la clientela militari, è un settore in cui abbiamo ottime opportunità di crescita. Adesso avevamo l’obiettivo dichiarato di mettere in mani capaci le nostre attività del settore civile: in Aequita abbiamo trovato un acquirente eccellente». Aggiungendo poi: «È una holding industriale internazionale di successo, mette insieme una larga esperienza nei settori industriale e automobilistico con un focus sull’imprenditorialità, la trasformazione e una prospettiva a lungo termine”.
Così il commento di Marcus Gerlach, capo negoziatore di Rheinmetall: «Tutto questo fa di Aequita il partner giusto per lavorare con Power Systems e dare concretezza alla strategia e poter assicurare così il successo a lungo termine dei marchi che avevamo nel settore civile: Kolbenschmidt e Pierburg».
Ecco la dichiarazione di Axel Geuer, presidente e co-amministratore delegato di Aequita. «Siamo molto orgogliosi del fatto che Rheinmetall abbia selezionato Aequita come nuovo proprietario della divisione Power Systems: a questo punto il nostro settore automotive arriverà a generare un fatturato di circa 5 miliardi di euro. Per i prossimi anni l’obiettivo è quello di sostenere in modo attivo lo sviluppo sostenibile e la crescita a lungo termine dell’azienda. Anche includendo la realizzazione di sinergie all’interno del nostro portafoglio automobilistico».











