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GEOPOLITICA: L’ULTIMO REBUS

Il mistero dell’atollo che sparisce con l’alta marea: eppure tutti lo vogliono

Alta tensione e sgambetti fra Cina e Filippine: cosa c'è dietro le quinte

Ecco la geografia del mar Cinese Meridionale e la localizzazione delle secchie di Scarborough

PECHINO. È una curiosa epoca questa: la politica estera si fa con le smargiassate (simboliche) se non con le cannonate (reali). Adesso salta fuori una nuova rogna internazionale della quale nessuno avrà sentito parlare perché non fa salire il prezzo della benzina così come chiunque avrà udito i telegiornali spaccare il capello sull’ultimo tweet di Trump o Ben Gvir ma difficile che abbia sentito notizia dell’assassinio di una delle più rilevanti figure della Chiesa mozambicana in Africa, l’arcivescovo Osorio Citora Afonso ammazzato in casa sua.

Il prossimo caso di escalation riguarda una secca che in realtà è una sorta di atollo e complessivamente è grande il doppio della Meloria: una fettina di Hormuz, insomma. Non esattamente un gigante. Sa all’altro capo del mappamondo. Precisamente fra il Vietnam e le Filippine, ma ben più vicino al litorale della capitale filippina Manila. E nel cuore di quello che chiamano Mar Cinese Meridionale e che Pechino vorrebbe sotto la sua ala mentre le autorità di Manila preferiscono definirlo come “mare occidentale delle Filippine” (già perché il “mar delle Filippine” ci sarebbe già ma è dall’altra parte dell’arcipelago. Oltretutto, la leadership di Marcos junior alias “Bongbong” ha riportato il Paese a fare da bastione a stelle e strisce in quel quadrante asiatico in tandem con il Giappone della premier Sanae Takaichi, ex batterista heavy metal prestata alla politica.

Secondo un report dell’U.S. Energy Information Administration (Eia) risalente alla prima metà del decennio scorso ma aggiornato nella primavera di due anni fa, il Mar Cinese Meridionale ha un rilevante potenziale in fatto di possibili scoperte di giacimenti di idrocarburi utili a soddisfare la crescente domanda energetica di una regione indo-pacifica che rappresenta «il 36% del consumo mondiale totale» di combustibili liquidi ma viene considerata destinata a raggiungere il 43% alla metà di questo secolo.

Sembra paradossale ma l’ente statunitense mette l’accento sul fatto che questa zona non è ancora stata ben esplorata dal punto di vista dello sfruttamento di bacini di petrolio o gas: dipende dal fatto che qui c’è u a babele di dispute territoriali che avvelenano tutta la zona. Ci torneremo sopra con gli ultimi aggiornamenti. Basti dire, intanto, che secondo Rystad le riserve provate e probabili in questa zona sono di 3,6 miliardi di barili di petrolio e un miliardo di metri cubi di gas naturale.

Ma, al di là di questi dati con certezza inox o quasi, viene ritenuto possibile che il Mar Cinese Meridionale abbia ulteriori giacimenti in aree poco esplorate: lo dice il Geological Survey statunitense (Usgs) che indica «13 bacini, la piattaforma del Mar Cinese Meridionale e la piattaforma Palawan all’interno del Mar Cinese Meridionale». Quanto c’è? Un extra che varrebbe «tra 2,4 e 9,6 miliardi di barili di petrolio» e tra «quasi 2 e più di cinque miliardi di metri cubi di gas naturale in risorse non scoperte». Beninteso: i giacimenti ci sono o comunque dovrebbero esserci, non è detto che siano effettivamente utilizzabili perché non è stata ancora analizzata se l’estrazione è conveniente dal punto di vista economico. Con una appendice: se finora un giacimento diventa utilizzabile realmente se sta in un certo range di costi-benefici, adesso con i venti di guerra ovunque e le tensioni geopolitiche sulle catene di approvvigionamento di materiali strategici, in primis quelli energetici, è chiaro che i conti diventano altri. Fra le cose che “non hanno prezzo”, come direbbe lo spot di Mastercard, c’è la sicurezza di poter  tenere in piedi una certa linea di approvvigionamento.

Un momento di tensione fra la Guardia Costiera cinese e la Marina militare filippina nel Mar Cinese Meridionale

Benissimo, ma perché tutto questo spiegone proprio ora? Il “casus belli” tipo Hormuz in effetti non c’è ma a 130 miglia nautiche a ovest di Manila c’è qualcosa che sarà più di uno scoglio, ma nemmeno poi tanto, e sta facendo rizzare i capelli in testa alla diplomazia filippina. Sia chiaro, nel raggio di centinaia di chilometri tutt’attorno non c’è quasi angolo di Mar Cinese Meridionale che non abbia una qualche bega per cui gli stati maggiori si mandano messaggi infuocati o spediscono portaerei a fare una giratina proprio lì. Di continuo: e se tu vieni a farmelo qui, io te lo faccio lì. In un ginepraio di dispetti e sgambetti.

Come abbiamo visto, non sono bizze da ammiragli annoiati. Primo, c’è di mezzo Taiwan: i filippini che ci vivono sono talmente tanti che quasi una famiglia su dieci ha qualche parente che se n’è andato a fare fortuna lì, in fondo tutto l’isola dell’”altra Cina” è distante dalle coste filippine poco più di quanto Nuoro o Sassari siano lontane da Roma. Secondo, c’è la manna dei giacimenti di petrolio e gas: argomento che dopo il blocco di Hormuz per la Cina si sta facendo alquanto sensibile.

Il “qualcosa più di uno scoglio” che sta a ovest di Manila sono le secche di Scarborough: assomiglia a un atollo. È un rilievo che emerge dalle acque dell’Oceano per un paio di metri, forse tre: basta insomma un po’ di vento e l’alta marea, e le onde se lo “mangiano”. È simile a un triangolo che ha all’interno una specie di laguna che ha alcuni varchi, uno dei quali largo 400 metri, attraverso i quali le acque interne, bassissime, comunicano con quelle esterne, profonde anche 2mila metri. Grande quanto, questa laguna? Come una fetta dell’isola d’Elba.

Le secche di Scarborough fra le Filippine e il Vietnam in una immagine dal satellite

Le cancellerie asiatiche lo considerano una “zona rossa”: da un lato, perché ricchissima sia di pesce che di minerali e petrolio; dall’altro, perché la Cina se ne è impossessata. Lasciamo perdere la controversia davanti alla giustizia internazionale: la Cina che rivendica quest’atollo come suo sulla base di una antichissima egemonia che risale all’indietro nei secoli (qui c’eravamo noi); le Filippine l’hanno inserita nella propria “zona economica esclusiva” e la considerano poco meno che territorio patrio, salvo per il fatto che stiamo parlando di una struttura geologica che con l’alta marea sparisce e  sta a più di 200 chilometri in mezzo al mare.

Tuttavia, il giornale ambientalista Greenreport.it riporta il baricentro sull’esibizione muscolare geopolitica fra grandi potenze e già dieci anni fa titolava: “Né petrolio né gas, lo scontro sulle isole del Mar Cinese meridionale ha un’altra ragione”. Da tradurre così: «Mentre le risorse di petrolio e gas offshore sono importanti fonti di approvvigionamento ed indispensabili per il Vietnam e le Filippine, non lo sono altrettanto per Pechino, per la quale il Mar Cinese Meridionale è una via di navigazione vitale. Attualmente, si stima che circa il 50% del traffico mondiale di petroliere passerà attraverso questo mare. Per il 2035, si prevede che il 90% delle esportazioni di combustibili fossili dal Medio Oriente all’Asia orientale passeranno proprio in queste acque. Ecco perché cinesi e americani sono così nervosi».

In effetti, bisogna dire che gli Stati Uniti puntano a quasi raddoppiare  la presenza di proprie basi militari nelle Filippine in funzione anti-cinese: con le quattro in più salirebbero a nove. Obiettivo: essere immediatamente al centro dell’azione nel caso la situazione di Taiwan si faccia incandescente ma anche come dissuasione di fronte alle mire esplicite di Pechino di avere una solida egemonia su tutto il Mar Cinese Meridionale. No, non è una pensata di Trump perché gli accordi preliminari risalgono all’era di Joe Biden: basterebbe dare un’occhiata a “Analisi Difesa” dell’autunno di quattro anni fa per ricordarsi di come il numero uno delle forze armate filippine aveva annunciato questo piano Usa.

Un alto ufficiale delle forze armate filippine in un incontro dedicato alle secche di Scarborough nelle settimane scorse

Ma tutto questo viene da lontano, talvolta da molto lontano: cos’è che ha dato la sveglia alla situazione in questi ultimi giorni? In una corrispondenza di Reuters citata da “Internazionale”, viene sottolineato che le autorità filippine sono infuriate con Pechino: la accusano di aver piazzato una struttura galleggiante mobile collocata nelle secche contese di Scarborough, dicono che non tollereranno di veder trasformato «l’atollo in un’isola artificiale». Risulta che, per rimarcare la cosa, il portavoce della Marina di Manila abbia utilizzato il nome che i filippini usano per definire la zona (Bajo de Masinloc).

Viene riferito che, nelle foto fornite dai servizi di sicurezza filippina, si nota «una piattaforma quadrata che ha una antenna al centro e la presenza di varie persone a bordo»: sembra «costruita con assi di legno che formano un ponte centrale», tutt’attorno «attrezzature cilindriche per il galleggiamento posizionate lungo il perimetro». È da dire che tempo addietro da parte cinese è stato annunciato che la secca sarebbe stata tramutata in riserva naturale.

Un prof filippino di diritto marittimo citato dall’agenzia internazionale segnala che le immagini richiamato «una delle sette isole artificiali che Pechino ha realizzato nel Mar Cinese Meridionale» con tanto di «pista di atterraggio, di sistemi radar e di missili terra-aria». L’ha fatto utilizzando una strategia incrementale: prima un passo, poi un altro, quindi un altro ancora. Aggiungendo che questo tratto di mare è «un canale che vale ogni anno 3mila miliardi di dollari di commercio globale, e la Cina lo rivendica quasi interamente».

È l’ennesimo segnale che, se salta il tentativo di darsi regole internazionali per dirimere i conflitti e giurie al di sopra delle parti per decidere sulle controversie, il rischio è che l’unico modo per sbrogliare la matassa diventino le armi. Ma quando cominciano a parlare le armi anziché i diplomatici, è facile rompere l’uovo er fare la frittata, quel che è difficile è pensare poi di rimettere tuorlo e albume all’interno del guscio, una volta che c’è da chiudere la fase di scontro e passare a qualcos’altro.

 

Pubblicato il
10 Giugno 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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