Visita il sito web
Tempo per la lettura: 5 minuti
DOPPIO GIALLO NEL ‘500

Misteriose morti alla corte dei Medici, l’analisi del dna riapre il “cold case”

Nobili, cardinali, figlie di imperatori: l’équipe di Pisa e Yale scopre la soluzione

I resti di Francesco I de’ Medici analizzati dall’equipe di Pisa e di Yale

PISA. A quel tempo erano gli incerti del mestiere in una dynasty potentissima che fra la corte di Firenze e il papato era maestra di intrighi ma anche di geniali intuizioni politiche: immaginatevi se ai giorni nostri nella famiglia più in vista del Paese morisse per un male misterioso prima il giovane rampollo, cardinale già a 19 anni, poi a distanza di venticinque anni anche il fratello maggiore, testa coronata di alto lignaggio se è vero che la mamma era “regina” di fatto senza esserlo e la moglie era figlia di un imperatore. Detto per inciso, anche l’ex amante del Nostro, poi seconda moglie, finirà in modo tragico: anch’essa forse avvelenata?

A sinistra il cardinale Giovanni de’ Medici e a destra il granduca Francesco I de’ Medici

Siamo nella seconda metà del Cinquecento, il baby cardinale è Giovanni de’ Medici, il fratello maggiore è Francesco I de’ Medici e l’amante-moglie è Bianca Cappello. Tre decessi riguardo ai quali nei secoli non sono mancati sospetti di intrighi, alone di mistero e ipotesi di avvelenamento. Quanto basta per un “cold case”…

In effetti, al pari degli 007 che utilizzano i progressi nelle nuove tecnologie relative al Dna per rileggere gli indizi di delitti come Chiara Poggi a Garlasco o Simonetta Cesaroni in via Poma o la contessa Alberica Della Torre all’Olgiata, in questo caso i panni degli investigatori li ha indossati una équipe della divisione di paleopatologia del Dipartimento di ricerca Traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’Università di Pisa. Le indagini, come potrebbe immaginare un giallista di oggi, niente di meglio che farle con gli americani dell’Fbi: in realtà, dall’altra parte dell’Atlantico la collaborazione l’hanno fornita i ricercatori dell’Università di Yale.

La perizia  non è finita in un’aula di tribunale bensì sulla rivista “iScience”. Comunque, sempre di dna si è trattato: estratto però dai resti scheletrici dei due fratelli dell’illustre casato fiorentino. Obiettivo: cercare traccia di Plasmodium, il genere di protozoi parassiti responsabili della malaria. Tanto Giovanni che Francesco sono sepolti nelle Cappelle Medicee, all’interno della Basilica di San Lorenzo a Firenze: è lì che, com’è noto, sono presenti le tombe dei principali membri della famiglia Medici. Va detto che gli studiosi hanno estratto dna da quattro coste: tre appartenenti al granduca Francesco e una al cardinale Giovanni.

Spoiler: nei resti di Giovanni de’ Medici le analisi hanno portato a individuare il dna di un ceppo finora sconosciuto di Plasmodium falciparum, la specie che provoca la forma più grave della malaria umana. Lo studio, secondo quanto riferisce l’ateneo pisano, segnala che «questo ceppo presenta due mutazioni genetiche uniche, probabilmente emerse durante l’espansione demografica del parassita e la sua diffusione attraverso l’Europa».

Anche nei resti di Francesco de’ Medici è stato notato qualcosa: tracce genetiche riconducibili sia a Plasmodium falciparum sia a una seconda specie, Plasmodium malariae. «La presenza di due specie diverse nello stesso individuo è coerente con precedenti ricerche condotte in Belgio sullo stesso periodo storico, che avevano documentato infezioni multiple», viene sottolineato. Ma – lo spiega Alexander Ochoa, primo autore dello studio e “associate researcher” presso lo Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory – saranno necessarie ulteriori analisi genetiche per confermare che la “co-circolazione” delle due specie fosse effettivamente presente nell’Italia centrale del Cinquecento.

Dunque, non è stato un (doppio) complotto di corte a farli fuori ma la malaria: non deve sorprende, visto che la malaria è stata «endemica nell’Italia centrale dall’antichità fino al Novecento, quando le campagne di eradicazione riuscirono a eliminarla dalla regione». Beninteso, ancora oggi i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ricordano che «nel 2024 si sono registrati circa 282 milioni di casi di malaria nel mondo, con oltre 610mila decessi».

Dall’università di Pisa viene acceso un faro che chiarisce anche il contesto: «Giovanni de’ Medici – viene messo in risalto – contrasse la malaria insieme alla madre, Eleonora di Toledo, e al fratello minore Garzia durante un viaggio sulla costa toscana, dove le zone paludose erano note per essere focolai della malattia. Tutti e tre furono colpiti da febbri ricorrenti che nell’arco di un mese ne causarono la morte».

Qualcosa del genere accade nel 1587 a Francesco de’ Medici e alla moglie Bianca Cappello: certo, siamo nella villa medicea di Poggio a Caiano ma viene spiegato che nell’area attorno erano presenti «terreni acquitrinosi e coltivazioni di riso, habitat ideale per le zanzare». Niente lieto ma neppure complotto: moglie e marito «morirono a un giorno di distanza l’uno dall’altra dopo aver manifestato febbri intermittenti compatibili con la malaria». Vale la pena di ricordare che proprio la rapidità dei decessi alimentò le voci secondo cui «il fratello e rivale di Francesco, il cardinale Ferdinando de’ Medici, li avrebbe fatti avvelenare con arsenico».

Tuttavia l’indagine dei ricercatori di Pisa e di Yale sgombrano il campo: anzi, «le fonti archivistiche, comprese le relazioni dei medici di corte dell’epoca, descrivono sintomi pienamente compatibili con la malaria». Di più: le stesse fonti riportano inoltre i trattamenti a cui furono sottoposti i malati, tra cui i salassi («una pratica molto diffusa nel Cinquecento che probabilmente aggravava più che alleviare le condizioni dei pazienti»).

Queste le parole di Serena Tucci, assistant professor di antropologia alla Faculty of Arts and Sciences di Yale (e responsabile dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory). «Il nostro studio rappresenta un eccellente esempio di come le moderne tecniche di analisi possano essere applicate al dna antico per comprendere meglio il passato. Ma il nostro lavoro non si limita a fare luce sulla storia: ha anche prodotto nuovi dati che potranno contribuire alla ricerca presente e futura sulla malaria, una malattia che continua a causare milioni di casi e centinaia di migliaia di morti ogni anno nel mondo.»

Così il commento di Alexander Ochoa, primo autore dello studio, al lavoro nello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory: «Lo studio del dna antico non ci consente soltanto di diagnosticare la malaria nei resti di individui vissuti nel passato. Ci offre anche una finestra privilegiata sull’evoluzione delle specie di malaria, in questo caso Plasmodium falciparum, aiutando gli scienziati a comprendere meglio come il patogeno si adatti nel tempo».

Ecco la dichiarazione di Valentina Giuffra, professoressa ordinaria di storia della medicina presso l’Università di Pisa e coautrice dello studio: «All’epoca entrambi furono diagnosticati sulla base di sintomi, come le febbri intermittenti, compatibili con la malaria. Questa analisi genetica conferma sia le testimonianze storiche sia le ricerche precedenti. Possiamo ora affermare con certezza scientifica che fu la malaria, e non un avvelenamento, a causare la morte del granduca Francesco de’ Medici».

Tra gli altri autori dello studio figurano Samantha Miller e Patrick Reilly dello Yale Human Evolutionary Genomics Laboratory; Adalgisa Caccone del Dipartimento di ecologia e biologia evoluzionistica di Yale; e Gino Fornaciari, Antonio Fornaciari e Giulia Riccomi del Dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’Università di Pisa.

Pubblicato il
26 Giugno 2026

Potrebbe interessarti

Gaudium Magnum, habemus Danieli (era ora!)

Mi dicono, dai recessi più profondi di Palazzo Rosciano, che finalmente stanno spolverano la poltrona del segretario generale dell’Authority livornese perché lunedì prossimo arriverebbe il nominato comandante Pierpaolo Danieli. Gaudium Magnum, recitano alla nomina...

Leggi ancora

Hormuz e le mine fantasma

Il dubbio, francamente, è venuto a parecchi: ma dove sono, se ci sono davvero, le micidiali mine navali che l’Iran avrebbe minato nello stretto di Hormuz? A incrementare le perplessità è arrivata una dichiarazione...

Leggi ancora

Cogito, ergo vedo nero

Provo a fare una sintesi di quanto emerso e sta emergendo dalle diatribe sulla Darsena Europa, con tanto di chiarimenti dal commissario/prefetto e gallinaio vario sulle aree pressoché completate. È un’analisi mia personale, condita...

Leggi ancora

Addio amico Giorgio

LIVORNO. Non è soltanto la scomparsa a 91 anni di un importante imprenditore del settore portuale: la morte di Giorgio Fanfani, avvenuta nella notte di domenica, segna la perdita di un altro pezzo dell’anima...

Leggi ancora

Il provvisorio permanente

Non sottovaluto, certo, i mille problemi che travagliano l’Autorità di Sistema Portuale del povero presidente Gariglio, stretto tra le morse della politica in zuffa continua e quelle degli operatori che pretendono scelte rapide e...

Leggi ancora
Quaderni
Archivio