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L’INDUSTRIA DELL’AUTO/2

E ora spuntano anche i problemi per le fabbriche Dumarey

«Segnale d’allarme, i guai della componentistica non sono più casi aziendali isolati»

FAUGLIA (Pisa). Il settore è sempre quello dell’industria dell’auto: anzi, della componentistica, cioè di quell’arcipelago di pezzi che compongono una vettura, in genere più di tremila. Proprio nelle stesse ore per cui a Guasticce sembra arrivare uno spiraglio di luce per la Magna Closures con l’accordo al tavolo del ministro, a San Piero a Grado e a Fauglia si alza la preoccupazione per «la crisi che investe Dumarey», come dalla sponda dei Giovani Democratici segnalano Enrico Bruni e Bernardo Taddei, entrambi segretari provinciali, l’uno a Pisa e l’altro a Livorno.

«Non è una vicenda “aziendale” isolata: è un segnale d’allarme per tutto il nostro territorio», tuonano i due dirigenti politici. «Dopo anni di uscite incentivate per evitare licenziamenti, oggi tornano con forza le preoccupazioni occupazionali, a partire dai lavoratori più esposti e precari: il rischio di ulteriori riduzioni di organico e di peggioramento delle condizioni economiche non può essere considerato un prezzo inevitabile».

Occhi puntati sulla «fragilità del settore auto in Europa e in Italia, ma soprattutto per tutto il nostro territorio, e di quanto sia urgente governare la transizione senza scaricarne i costi su lavoratrici e lavoratori». Bruni e Taddei insistono su un aspetto: nel nostro territorio l’industria dell’auto «non è un residuo del passato: è competenza, manifattura, filiere, salari che tengono insieme famiglie e comunità».  A tal riguardo, i due segretari provinciali Gd chiedono che «si rafforzi subito un presidio politico e istituzionale di area vasta Pisa-Livorno», che stiano «al fianco di rsu e organizzazioni sindacali, per garantire trasparenza su prospettive e investimenti e per costruire strumenti che non penalizzino chi ha già pagato negli anni scorsi».

In particolare, il messaggio è indirizzato «alla Regione Toscana, ai Comuni e alle Province di Pisa e di Livorno, e al governo nazionale, insieme ai parlamentari eletti sul territorio». Nello specifico, c’è l’invito a creare «un tavolo immediato e permanente che metta attorno allo stesso piano istituzioni, sindacati e azienda». Una cosa è certa, per Taddei e Bruni: questa crisi «non può essere gestita per inerzia né scaricata sui lavoratori».

«La soluzione non può essere la guerra, e nemmeno un’economia orientata al riarmo come surrogato di politica industriale», si sottolinea nel documento livornese-pisano. Aggiungendo poi: «Dobbiamo anche avere il coraggio di riconoscere gli errori del passato: l’idea che bastasse abbandonare alcune produzioni, senza una regia industriale e sociale, ha contribuito a indebolire filiere e certezze. Oggi la parola d’ordine deve essere opposta: governare, non subire, e farlo con strumenti concreti». Quali? L’uno: la provincia di Pisa va riconosciuta in modo formale come crisi industriale complessa. L’altro: servono ammortizzatori straordinari disponibili, «a partire dalla cassa integrazione speciale e dai contratti di solidarietà, con l’obiettivo esplicito di evitare licenziamenti e tenere insieme continuità produttiva, formazione e rilancio».

Ma c’è un ulteriore punto sul quale Taddei e Bruni richiamano l’attenzione: «La debolezza strutturale degli staff leasing e del lavoro in somministrazione: sono lavoratori che spesso hanno anni di anzianità e professionalità decisive, ma restano appesi alla scelta aziendale di mantenerli o meno». A tal riguardo, il tavolo istituzionale deve impegnarsi per «ottenere garanzie di continuità e un percorso di stabilizzazione progressiva, e che eventuali sostegni pubblici o incentivi siano legati a impegni occupazionali verificabili, includendo esplicitamente chi oggi è più ricattabile».

Pubblicato il
22 Gennaio 2026

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