Com’è cambiata l’interfaccia fra mare e città: ora c’è anche il “welcomefront”
In un libro dell’Authority curato da Olimpia Vaccari l’analisi con gli occhi della storia

A sinistra: la curatrice del volume, la storica Olimpia Vaccari. A destra: la copertina del libro edito da Pacini
LIVORNO. Quando sento la parola “waterfront” mi vedo già una legione di architetti e autocad, capicantiere e betoniere pronti a tirar su qualcosa, non so cosa purché qualcosa che sia catalogabile in volumetrie o perlomeno superficie lorda di pavimento. Ma, l’ho capito bene guardando le trasformazioni di Londra, Parigi e Berlino, le città non stanno mai sotto una teca di cristallo, a meno di non pretendere di imbalsamarle e dire che quel che c’è da mettere in vendita è il loro passato glorioso. Accade così nei porti, che spesso come nella parte antica Livorno (ma non solo Livorno…) sono nati incistati dentro le città: d’altronde, prima di cent’anni fa cosa c’era per far muovere tonnellate di merce e migliaia di persone?
Ora però che i porti trasmigrano un po’ più distante dalla pianta urbana, ecco che ci ritroviamo con le vecchie funzioni che non sono più nulla: talvolta gli edifici invece che tramutare per sedimentazione (vedi alla voce: piazza dell’Anfiteatro a Lucca), sono rimasti come catafalchi in mezzo alla città. Parlare di “waterfront” fa scatenare inevitabilmente una “testuggine romana” di architetti e capicantiere ma, se a dominare la scena non è solo la moltiplicazione della rendita del “mattone” ma anche qualcos’altro, ci si rende conto che, tanto per fare il solito esempio, Livorno è attraversata da una trasformazione epocale.
Tutto nasce ovviamente con il fatto che il cantiere, pur rimanendo per i superyacht un complesso industriale che ha una dimensione con pochi eguali, ha ristretto gli spazi dai tempi degli Orlando e ha restituito all’uso della città vastissime aree-chiave che sono diventate la Porta a Mare. Non solo: all’interno del Porto Mediceo si è insediato il cantiere di D-Marin, colosso internazionale nella gestione dei porti turistici, per modificarne i connotati e farne un polo della diportistica. Quanto basta perché l’aspettativa della mutazione economico-antropologica abbia già contagiato il vicino quartiere di Borgo Cappuccini che sta mutando radicalmente la propria fisiognomica commerciale.
Il discorso potrebbe continuare oltre: c’è da mettere nel conto il trasloco della torre dell’Avvisatore e quella dei Piloti, un ripensamento dell’ex silos (comunque negli ultimi anni la Porto Immobiliare guidata da Lorenzo Riposati l’ha un po’ sistemato e non è più il monumento all’incuria all’entrata del porto passeggeri…). Senza contare la (futura) stazione marittima, il cantiere per rimettere in acqua la Fortezza Vecchia e via dicendo.
Ben venga dunque l’idea dell’Authority di mettere sul “fuoco” della riflessione sotto il segno dell’approfondimento storico l’idea stessa del “waterfront” qui e ora, a Livorno. A cominciare dalle radici, insomma.
L’ha ben spiegato il professor Rosario Pavia nella presentazione in Fortezza Vecchia: i porti si stanno evolvendo in poli «complessi e sostenibili», che integrano «tecnologie digitali, energie rinnovabili e infrastrutture subacquee per diventare “green ports”». Cosa c’entra con quel che si andava dicendo? C’entra: l’integrazione nel tessuto urbano, «supportata da nuove tecnologie e dal ruolo strategico dei waterfront», stringe i bulloni fra porto e tessuto urbano. Lo fa «trasformando la vicinanza con la città da criticità a valore aggiunto». Da tradurre così: fin qui, inutile negarlo, le aree portuali dentro le città o a ridosso di esse sono state considerate «come un ostacolo», oggi potrebbe esserci un cambio di prospettiva.
L’evoluzione di questa interfaccia mare-città è al centro del quinto volume della collana “Porti e Dintorni” in cui l’Authority di Palazzo Rosciano punta a dare «un’unica veste editoriale» a «opere, documenti e produzioni di varia natura (tesi di laurea, progetti, ricerche, riedizioni di storici lavori monografici e altri testi di interesse)». Il libro nasce per Pacini Editore grazie alla sapiente regia della storica livornese Olimpia Vaccari ed è promosso da un comitato editoriale dell’Authority labronica che si avvale del contributo dello staff che a Palazzo Rosciano si occupa dell’area promozione e relazioni esterne.

Sulla destra: il vecchio silos e, accanto, una nave alla Calata Sgarallino
Il volume rivendica non solo su Livorno ma anche per gli altri scali del sistema del Nord Tirreno, cioè Piombino e quelli delle isole dell’Arcipelago, punta la luce dei riflettori su «luoghi dove si sperimentano nuove forme di convivenza tra memoria storica e innovazione urbana». Con un occhio di tipo storico che cerca di rilevare come città e porto si separino e come adesso i loro destini si intreccino nuovamente, ma con una declinazione del tutto differente. Con un modo di dire che vale una sottolineatura: un conto è esser “sul mare” (come collocazione geografica) e ben altra cosa è esser “di mare” (come identità e saperi).
Olimpia Vaccari, nell’intervento scritto in tandem con Denise Ulivieri, mette l’accento su un tema che le è tradizionalmente caro: a Livorno «l’identità urbana era inscindibile da quella marittima». Nel virgolettato il verbo è al passato ma in realtà va inteso al presente, tale è l’intreccio fin dal primo barlume di insediamento umano. Con vari episodi che meritano un approfondimento: come il Canale dei Navicelli di fine Cinquecento che è «una sorta di immensa banchina tra il porto di Livorno e la citta di Pisa», dicono Vaccari e Ulivieri. Per dirne un’altra: come cambia l’interfaccia mare-città lo si vede nel salto quantico dal periodo in cui la costa è presidiata da fortezze (e cavalleggeri) fino a quando c’è la “costruzione del lungomare” come luogo dell’immaginario prima ancora che come spazio urbanistico.
Vale la pena anche di esaminare l’ampia galleria fotografica di una cinquantina di immagini d’epoca messe in vetrina da Giorgio Mandalis per fare da contrappunto visuale alle parole (e parimenti interessanti sono i numerosi scatti della collezione di Paolo Bonciani). Così come ben venga l’apprezzamento per l’estro di Massimo Sanacore nel riassumere in “welcomefront” quella particolare interfaccia mare-città che hanno i luoghi attenti a presentarsi all’occhio del turista, magari in arrivo dal mare (2 milioni di passeggeri all’anno più 700-800mila vacanzieri in nave da crociera). Qualcosa di più di un “waterfront”, a maggior ragione se il modello di sviluppo sembra aver lasciato per strada un bel po’ della propria tradizione industriale (oggi la manifattura rappresenta meno del 18% del Pil prodotto in sede locale) e cerca di arrangiarsi a strizzare l’occhio alle possibilità di occupazione in un settore ad alta intensità di lavoro (e spesso basse paghe) com’è il turismo.











