L’enorme fiume di magma visto nel sottosuolo fra guai e terremoti
L'emergenza seguita da un pool internazionale coordinato da una scienziata pisana

Il sopralluogo
PISA. Già dire che stiamo parlando di qualcosa da 1,4 miliardi di metri cubi rende bene l’idea di un evento straordinario: detto parecchio a spanne, è l’equivalente di una montagna di roba alta mille metri e estesa quanto la vastissima raffineria a nord di Livorno. Non basta: metteteci che si tratta di magma che si sposta di 50 chilometri nel sottosuolo senza mai salire in superficie. Di più: considerate che tutto questo causa tante deformazioni del terreno e migliaia di terremoti ma non si vede nessuna eruzione, gli studiosi la definiscono “ina gigantesca intrusione magmatica”. C’è dell’altro: tutto questo show scientifico non lo vediamo camminando da qualche parte bensì osservando il pianeta dal cosmo.
Stiamo parlando di un rarissimo fenomeno geologico che è stato rilevato nella Rift Valley etiope tra dicembre 2024 e marzo 2025: protagonista di questo studio – pubblicato su “Science Advances”, una delle principali riviste internazionali un pool coordinato da Carolina Pagli, professoressa del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, comprendendo scienziati di varie realtà.
“Si tratta di eventi che si verificano solo dopo secoli di accumulo delle tensioni che deformano la crosta terrestre e per questo è rarissimo poterli osservare”, spiega Pagli. Pochissimi giorni prima del Natale di due anni ci si è accorti dell’emergenza: gli studiosi dell’ateneo sono stati contattati dai colleghi dell’Università di Addis Abeba. “Per circa tre mesi, fino al marzo successivo, – dice la prof – abbiamo seguito il movimento del magma fornendo informazioni che hanno contribuito anche alla valutazione del rischio e alla gestione dell’emergenza da parte delle autorità etiopi”.
Grazie all’utilizzo della tecnica “Interferometric Synthetic Aperture Radar” – viene fatto rilevare – ricercatori e ricercatrici hanno potuto misurare con precisione millimetrica le deformazioni della superficie terrestre confrontando immagini radar acquisite in tempi successivi. L’analisi ha integrato i dati dei satelliti europei Sentinel-1 e della costellazione italiana COSMO-SkyMed, permettendo di monitorare un’area remota e difficilmente accessibile.
“Le osservazioni della Terra dallo spazio stanno cambiando profondamente il modo in cui studiamo i grandi processi geologici del pianeta”, afferma Carolina Pagli. La sua conclusione è una sottolineatura precisa: “Mi auguro che questo lavoro possa essere anche un incoraggiamento per le ragazze che vogliono fare ricerca. Credo sia importante continuare a costruire un ambiente scientifico in cui ciascuno abbia le stesse opportunità di contribuire con le proprie competenze”.
Allo studio hanno partecipato, oltre all’Università di Pisa, il Gfz Helmholtz Centre for Geosciences e l’Università di Potsdam (Germania), il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea), l’Università di Bologna, la South China Agricultural University, l’Università di Southampton, l’Università di Firenze e l’Università di Addis Abeba (Etiopia). La ricerca è stata finanziata nell’ambito del progetto Space It Up, dedicato allo sviluppo delle applicazioni spaziali.











