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Amarcord, sul “Vespucci”

Nel dipinto: Il samurai Minamoto Yoshitsune all’assalto su una nave nemica nella battaglia navale del 1184 vinta contro i Taira.

LIVORNO – Difficile ricordare la navigazione su nave Vespucci, anche se da allora sono passati  più di sessant’anni. Sono le impressioni di un giovane cronista – avevo vent’anni… – alla sua prima missione di inviato speciale a bordo del mitico veliero. Comandava la nave il capitano di vascello Mario Gigli, fiorentino. Il corso era quello del 1958, “pivoli” della prima classe alcuni dei quali poi sarebbero diventati ammiragli, o personaggi del grande circo mondiale della vela.

*

Partimmo da Livorno con altri due “civili” oltre me: il fotografo Bruno Miniati, ritrattista ufficiale dell’Accademia Navale, e un giovanissimo insegnante d’inglese di origine scozzese. Fui alloggiato, sommo onore, in una cabina da ufficiali insieme a Miniati. Con lo scozzese facemmo presto amicizia, tanto che dopo pochi giorni sfidavo a chi era più veloce a salire dalle griselle fino alla coffa dell’albero maestro. Il comandante Gigli faceva finta di non sapere. A quei tempi non c’erano reti di sicurezza né cinture. Dalla coffa la nave sembrava più piccola di una scarpa.

Il mio imbarco durò fino a Tangeri, in Marocco, per una decina di giorni quasi di navigazione continua. Era la prima per molti allievi, e qualcuno “raccò” alla grande. Loro dovevano seguire lezioni di navigazione, turni al timone, faticate alle cime delle manovre a vela, anche frettazzare la coperta. Dormivano nelle brande, ovvero amache che di giorno erano rollate. La nave era lenta, ma  il mare si sentiva tutto. Le manovre alle vele erano, per ragazzi non certo selezionati come atleti, una fatica improba, una sfida continua, una dimostrazione di coraggio. Non c’erano servo-meccanismi come oggi: si faceva tutto a forza di muscoli, coordinamento a squadre, fischi dei nostromi a comandare. Come nei velieri dell’ottocento. Alcuni, a crociera finita ma anche prima, gettarono la spugna.

*

Fresco di letture marinaresche, mi colpì in particolare l’isolamento del comandante. Quando era sul cassero, nessuno poteva avvicinarlo se non dopo il permesso. Se stava sul lato a dritta, ufficiali e allievi, oltre che marinai, potevano stare su lato sinistro: e viceversa. Lo paragonai agli antichi samurai da una lettura di Jack London proprio sulla solitudine del coraggio: e lo scrissi in un articolo tra quelli che inviai da bordo. Seppi poi che a fine crociera il corso si era chiamato “samurai” proprio per il mio pezzo.

Non subimmo burrasche, ma qualche colpo di vento che faceva navigare il veliero con alcuni gradi di sbandamento, sufficiente per darci l’idea dell’avventura ottocentesca. A Tangeri, quando sbarcammo Miniati e io, nella lunga trasferta in treno per tornare a Livorno via Spagna e Francia, il mondo mi sembrò rumoroso e disordinato. Scusatemi, avevo solo vent’anni. (A.F.)

Pubblicato il
8 Luglio 2023

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