Sul pressing della Cina in Italia l’UE lancia “caveat”, Roma tace

ROMA – Gli investimenti infrastrutturali sui porti italiani ma anche sulle grandi reti logistiche continuano ad essere oggetto di analisi, incontri e anche scontri. In piena campagna elettorale sia per il parlamento europeo che per molte aree strategiche nazionali, irrompe con maggiore forza la Cina con la sua “B&R Initiative: che fa ventilare investimenti miliardari, ma anche la “cinesizzazione” di porti e strutture logistiche. Ovvio che l’argomento sia al centro di tanti dibattiti: partendo da quanto propose già l’anno scorso il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di istituire un meccanismo (IDE) per valutare gli investimenti diretti esteri. Juncker dichiarò che se una società straniera statale intende comprare un porto europeo, o una nostra infrastruttura energetica o una società di tecnologia della difesa, dovrebbe dar luogo a “un informato dibattito». Sottinteso: per garantire che l’Europa non si “svenda”. Il dibattito ad altissimo livello è in corso. Con crescenti preoccupazioni non solo a Bruxelles. E con invito della UE agli stati europei di “fare attenzione”. I porti – è noto – rappresentano un asset importante per l’economia. Più del 70% delle merci viaggiano via mare; e i porti europei impiegano 1,5 milioni di persone con un valore delle merci in transito pari a 1.700 miliardi di euro. La Cina lo sa bene: e con la sua B&R Initiative la China Development Bank ha finanziato per 12,6 miliardi di dollari progetti del “progetto”. Ha già acquisito partecipazioni in otto porti europei, nei Paesi Bassi e in Belgio, Spagna, Francia, Italia e Grecia.

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