Il sindacato di base Usb chiama allo sciopero generale il 18 maggio
«Niente collaborazione con l’economia di guerra: né in fabbrica né nei porti»
ROMA. Dopo lo sciopero della scorsa settimana, il sindacato di base Usb torna alla carica e, raccogliendo «l’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla», annuncia la proclamazione dello sciopero generale per il 18 maggio. Nel mirino – viene sottolineato – «il sequestro degli attivisti in acque internazionali e la detenzione illegale» di due di loro ad opera di Israele che è accusato di «calpestare il diritto internazionale, sostenuto dalla complicità politica, economica e militare dei governi occidentali», a cominciare dagli Usa.
Indice accusatore puntato anche contro «il governo Meloni, l’Unione Europea e la Nato» perché «sostengono, coprono e legittimano questa deriva, scelgono la sudditanza agli Stati Uniti e a Israele e trasformano la guerra in politica industriale, in spesa pubblica militare, in riarmo e in sacrifici sociali scaricati sui lavoratori e sulle lavoratrici».
Presentando lo sciopero del 18 maggio, dal quartier generale del sindacato Usb si sottolinea che «ogni euro destinato al riarmo è un euro sottratto a chi lavora, a chi studia, a chi si cura, a chi vive del proprio salario» Aggiungendo poi: «Questo impoverimento non è solo l’effetto temporaneo di una fase internazionale più instabile. È il segno di un nuovo modello sociale fondato sull’estremizzazione delle disuguaglianze, sulla compressione dei salari, sulla privatizzazione dei servizi essenziali, sulla distruzione del welfare pubblico, sulla precarizzazione del lavoro, sulla subordinazione della scuola, dell’università e della ricerca agli interessi delle imprese e degli apparati militari».
Con una immagine-simbolo viene ribadito che «per la guerra dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo». Poi l’Usb rincara la dose: «Quel chiodo riguarda tutti. Riguarda la fabbrica che produce, il porto che carica, la logistica che trasporta, la ricerca che sviluppa, la scuola che forma, l’università che brevetta, la sanità che viene svuotata, gli uffici, i servizi, i territori». È da mettere in evidenza che, a giudizio del sindacato di base, «le lavoratrici e i lavoratori devono poter esercitare il diritto di rifiutare la produzione, il trasporto, la movimentazione e la gestione di materiali, tecnologie, servizi e infrastrutture destinati alla guerra. Nessuno deve essere costretto a mettere il proprio lavoro al servizio del genocidio e dell’economia di guerra».











