In ricordo di Giovanni Motta, l’ingegnere che sapeva vedere più in là
La banda, i Pinocchi, l’innovazione in porto (e le canzoni del figlio)

Giovanni Motta si è spento all’eta di 75 anni
LIVORNO. Ingegnere lo era per davvero, e mica solo per via di quel pezzo di carta con l’intestazione dell’Università di Bologna in quel bel corsivo svolazzante. Non solo: qualche anno più tardi era arrivata pure la specializzazione in ingegneria sanitaria firmata Politecnico di Milano. Ma se vi immaginate che Giovanni Motta avesse il solito cliché da “ing.”, vi sbagliate di grosso: magari anche perché suonava il basso tuba nella banda cittadina; magari anche perché per una decina d’anni ha guidato una bella scuola di musica (la Buonamici di Pisa); magari anche perché la sua collezione di burattini di Pinocchio non aveva eguali. Magari anche perché, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, si rimpiattava dietro un robusto filo di autoironia. Però con la cura di non tradurla in quel “lungomai” livornese che rifiuta la fatica della responsabilità e si aggrappa, badalì, a un populismo consolatorio.
Giovanni Motta ha chiuso gli occhi per sempre a 75 anni: li avrebbe compiuti in ottobre, Compleanno nello stesso giorno di due campionissimi come Paulo Roberto Falcao nel calcio e Casey Stoner nella motoGp. Curiosamente così simili a lui: riservatezza, straordinaria visione, insofferenza per i cliché.
E’ stato per quasi vent’anni nella plancia di comando dell’Autorità Portuale di Livorno, settore ambiente e sicurezza: sulla sedia di regista (e davanti al tavolo del progettista) per mettere in fila interventi che hanno segnato la capacità del porto di Livorno di fare da apripista su tutta una sfilza di fronti. A cominciare da “Bofopoli”, sigla bruttina che richiama la “bonifica fondali porto Livorno” ed è stata l’idea guida per cui se Livorno ha la speranza di poter realizzare per la prima volta una espansione a mare, anziché ritagliare le darsene scavando verso terra, lo si deve all’idea di infilare in una vasca di contenimento le melme dragate dai fondali portuali, sempre meno adeguati a reggere il crescente gigantismo delle flotte. Se adesso, con tutti i guai del caso, ci sono ettari e ettari di territorio sottratto al mare e pronto per offrire spazi e pescaggio utili alle portacontainer lo si deve (anche) a una pensata saltata fuori da un colpo di testa di Giovanni Motta.
Del resto, i termini del problema li aveva ben chiari: li ha enunciati nella relazione integrativa con cui nel 2009 accompagnava lo studio d’impatto ambientale relativo alla “realizzazione di vasca di contenimento sedimenti di dragaggio del porto di Livorno”. Nient’altro che una delle millamila relazioni che avrà messo nero su bianco nella sua vita da “ing.”: per i porti è indispensabile fare manutenzione con i dragaggi, ma stiamo parlando di «quantitativi nell’ordine dei milioni di metri cubi»; l’iter autorizzativo ha sempre «tempi lunghissimi, non di rado dell’ordine di anni»; stiamo parlando di operazioni con costi kolossal se è vero che «hanno raggiunto importi dell’ordine delle centinaia di euro per metro cubo» (e i metri cubi si contano con cinque zeri…). Beninteso, è un progetto pilota a livello europeo, così come lo sarà l’attenzione a ottenere la certificazione ambientale Emas.
Proprio a questo riguardo vale la pena di ricordare quel che è accaduto sul fronte della elettrificazione delle banchine. Il progetto e l’appalto gestito da Motta sono arrivati con dieci anni di anticipo rispetto all’infornata di interventi attuali targati Pnrr: una capacità visionaria che non è stata premiata, visto che l’impianto è rimasto pressoché inutilizzato. Troppo in anticipo sui tempi:
figurarsi che il porto di Livorno ha dovuto affidarsi a una fregata della Marina Militare per poter collaudare l’impianto per fornire dalle banchine l’elettricità alle navi e dunque evitare di costringerle a tener accesi I motori per far funzionare gli apparati di bordo.
Al cronista che, conoscendolo fin dagli anni in cui era presidente (Pci) di circoscrizione a Livorno, gliene chiedeva conto, l’ingegner Motta rispondeva indicando dove stava l’inghippo a circa oggi da sciogliere: il costo della fornitura dell’energia elettrica a queste “città galleggianti” che sono le crociere non può avere gli stessi standard di prezzo che ha la fornitura di corrente per una casetta di 50 metri quadri. E pensare che il fabbisogno di energia è tale che in questi giorni il porto di Gioia Tauro preventiva di arrivare a consumare tanta elettricità quanto una città di 300mila abitanti. Insomma, non basta attaccare la spina: sono in gioco quantità di energia da richiedere di costruire non solo gli impianti per elettrificare le banchine ma anche una centrale per produrre l’energia necessaria. E Livorno, ricordava, può contare su una vecchia centrale Enel proprio nel cuore del porto.
Si potrebbe andare avanti un bel po’ ma forse vale la pena anche fissare lo sguardo anche su altro: ad esempio, a distanza di quasi quarant’anni dall’ultimo giorno in cui è stato in cattedra all’Iti Galilei come prof di chimica, parecchi dei suoi ex alunni ora sessantenni hanno ricordato con affetto quell’insegnante che laureato da poco, neanche trent’anni, li aveva accolti in classe negli anni caldi dal ‘78 in poi per quasi un decennio.
Dopo la scuola, però, non c’è il porto: in questa carriera nell’alveo del settore pubblico, Motta arriva all’Asl. Giusto giusto in tempo per beccarsi l’ondata della direttiva Seveso: il Bel Paese che, dopo il patatrac della diossina uscita dall’Icmesa nel cuore dell’Italia che produce, si sveglia dal sonno di “bella addormentata” in quel bosco di fabbriche a rilevante rischio di incidente industriale che sono tante fungaie di ciminiere a un passo dalle città. Lo fa nei ranghi di dirigente di quel che poi sarà l’Asl, inventando l’identikit del servizio prevenzione. Lo fa con la maglietta della Regione Toscana avendo in mano gli interventi nelle aree a rischio dove il pericolo non è più la singola fabbrica bensì soprattutto l’effetto domino che potrebbe innescarsi in caso di esplosione in un impianto così vicino a un altro.
Nel frattempo occorre darsi una bussola e disegnare le coordinate per capire come evitare una Seveso bis: lo fa con la responsabilità di indicare la rotta in convegni internazionali per conto del ministero; lo fa occupandosi di quel che resta del traghetto Moby Prince (che tutti conoscono) e di quel che capita in porto con l’esplosione della Cape Horn (che nessuno ricorda); lo fa riorganizzando la security portuale dopo l’11 settembre delle Torri Gemelle; lo fa finendo nel pool di esperti di sicurezza della navigazione sotto gli euro-vessilli di quella che diventerù la Dg-Innovazione…
Un tipo così – «sei un livornese pisano o viceversa», gli dicevo per via della doppia radice in cui si mescolano certificato anagrafico, residenza, musica, lavoro – uno che ha fatto molto e molto di più per dare un futuro al porto e alla sicurezza del territorio, ecco uno così è finito per diventare il “babbo di Motta”. Nel senso del cantante: mai avrebbe immaginato di finire su “Vanity Fair”, mica è “L’eco della draga”.
Eppure sono convinto che l’avrebbe apprezzato con orgoglio: e non solo perché era lui stesso che in qualche occasione pubblica, magari in qualche evento politico sotto le insegne di “Buongiorno Livorno”, la formazione nata a sinistra del Pd (e in forte polemica con i dem), si era presentato come “sì, il babbo del cantante”. Basso profilo autoironico per rivendicare un filo rosso di impegno politico a sinistra.

L’ingegner Giovanni Motta dirigente dell’Autorità portuale per quasi vent’anni e musicista
In realtà, qui bisogna raccontare un incontro casuale fra il cronista e l’ingegnere, parecchi anni fa. Macché escavo, macché security, macché elettrificazione: voleva solo farmi ascoltare una canzone del figlio Francesco, a quel tempo musicista da club alternativo e strofe indie. «Mio padre era un comunista / e adesso colleziona cose strane»: un po’ canticchiata, un po’ recitata. «Dovresti venire a conoscerlo». Ma non era il refrain del babbo che cerca un pezzetto sul giornale per il figlio a caccia di serate: era un orgoglio di musicista. Proprio gli garbava quel ritratto di famiglia in un esterno grande quanto uno spartito che Francesco aveva fatto ai genitori, credo fosse prima della Targa Tenco. Me lo stava dicendo in nome della bellezza: gli “ing.” non si commuovono di fronte a «quelli che cantano dentro nei dischi / perché c’hanno» i padri da compiacere (semicit.), ma il mio “ing.” era differente.
E’ finita che non ho incontrato Francesco, che “Mio padre era un comunista” me la sono ascoltata per conto mio, che non c’è stato nessun pezzo mio perché le cose si rincorrono l’una dietro l’altra e non ce la fai a tenere il passo. Perfino quest’ultimo abbraccio arriva che quando a tempo scaduto con l’arbitro che ha già fischiato la fine del match. Abbi pazienza, Giovanni: nella prossima vita sarò smilzo, correrò più veloce e ascolterò le canzoni giuste.











